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À la recherche du Mauro Repetto

Mauro RepettoAh, l’arte!… sì, e la fine dell’arte! In questa contemporaneità che ci afferra, ci contamina, ci rovina, ci educa, ci raffina, ci distrugge, cosa ne è stato dell’arte? E che fine ha fatto la creatività? La musica è stata trasformata in intrattenimento, pseudo-intrattenimento, episodio di genere, pragmatico consumismo, apparente godibilità, transuente ambiguità significante, moda e media matematica applicata all’espressione pura; un insieme di trovate, e mai di idee.

Il pop, si dice, o meglio si è detto, non è il male in sé, in quanto nasce anch’esso come linguaggio estetico, contenuto che volontariamente rifiuta contenuti forti, e come volontà di sfruttare-riconsiderare il dominio dei feticci e dei disvalori in cui siamo gettati attraverso la semplificazione. Ma la logica del pop ha superato la propria essenza e il mezzo si è trasformato in fine. Prima, forse, c’erano pochi mezzi e la musica era “povera” e per questo sembrava non avere molto senso. Erano solo canzonette… Oggi che la musica non ha effettivamente più alcun senso quella povertà diventa un attributo primario e irrisolvibile. Senza più essere manco in attesa che si compia la beata speranza. Non c’è più bisogno di alcuna riflessione fondante, di nessun intento creativo e di nessuna ironia, se non strumentale: la pop-music si auto sostiene, perché il pubblico è stato adeguatamente educato alla fruizione di vuoti contenuti e suoni presenti, ma senza alcuna permanenza. La “canzonetta” è un traguardo. In questo senso, quanto più il componimento è stupido e, naturalmente, di successo, tanto più valore acquista nel sistema cinico-economico della contemporaneità. Ciò ha il suo fascino. Voglio dire, marketing ed esibizionismo non solo pagano, ma dimostrano un nichilismo (involontario) che bene si accorda alla storia dei nostri giorni. Vedi Lady Gaga o, per fare un parallelo distante, il crocefisso immerso nell’urina di Andres Serrano o le sciocchezze spot di Damien Hirst. Roba inutile, spoglia di qualsiasi valore estetico, ma che fattura milioni di euro, e per questo perfettamente valida in senso pop. Siamo vittime della fallacia “mediatica”. Accettiamo come giustificato ciò che gli altri accettano e non ci accorgiamo che pure tutti gli altri in fondo accettano solo qualcosa che pensano sia accettato da tutti, un dato che in origine è stato imposto.

Ma lo sfruttamento del popolare non è sempre così meschino. Senza scomodare i soliti Beach Boys e Beatles, in musica, potremmo citare uno strano caso italiano. Gli 883. Musica elementare ed efficace, sfacciata e comunque originale, costruita con una tastiera e attorno a melodie easy solo per difetto, con testi diretti e sfrontati, linguisticamente slang e concettualmente scazzati. Un tizio che canta, un altro che balla… una frivolezza che però non è mera leggerezza e una superficialità che non è vacuità. Ci sono idee e c’è un senso (almeno uno: quello di raccontare la propria generazione), non troppo raffinato e sicuramente non elevato, ma riconoscibile e produttivo. Il loro primo singolo “Non Me La Menare” del 1991, prodotto dal genio del male Massimo Cecchetto, è un episodio naif di grande impatto generazionale. Chitarrone sintetizzato, batteria incoscientemente electroclash (semi campionata da “Shout” dei Tears For Fears), ritornello da stadio e testo rappato che si sviluppa come un’assurda apologia della sciatteria giovanile. Musicalmente una schifezza, ma anche per questo un grande gesto di spontaneità artistica: “Tu se lo sai mi devi dire/ se tu veramente mi preferiresti/ se io fossi uno di quegli stronzi/ vestiti a festa che si vedono dovunque vai/ nei bar oppure in discoteca/ appoggiati a qualche colonna che bevono un gin tonic/ come fosse una bella storia dai…/ ma vuoi capirla o no?/ Non me la menare/ non capisco cosa vuoi/ tanto lo sapevi che non ero come voi…”. Il cantante Max Pezzali ha la voce educata, da provincialotto del Nord, ma dice un sacco di parolacce, dando coerente sfogo narrativo a quell’instabilità post-adolescenziale tipica dello smarrimento etico di inizio anni ’90: ragazzi inebetiti dalla televisione e dalla musica decerebrata del periodo, i cui riferimenti culturali sono icone tamarre dello spettacolo, filmacci commerciali e moto rumorose. Anime contaminate, ma non definitivamente spacciate. Gente che sguazza nella merda del consumismo e cerca divertimento e vita in una situazione di agghiacciante trivialità, ma che sa ancora immalinconirsi, rimpiangere il passato e ritagliarsi spazi di autenticità esistenziale, seppure nelle cazzate.

L’altro, il biondino lungo crinito con sguardo spento da serial killer (un misto tra Dave Mustaine dei Megadeth e il bambino delle barrette kinder anni ’90), si chiama Mauro Repetto e oltre a fare il “ballerino” sul palco è coature dei testi (secondo alcune fonti Repetto è l’autore di tutti i testi del primo album), responsabile del sequencer midi e in questa “Non Me La Menare” partecipa eccezionalmente ai cori. Terribile il b-side del singolo che ripropone la canzone in versione gospel. Il secondo singolo è “Te la tiri”, feroce invettiva rivolta a una giovane, accusata di condiscendenza e di non concedersi (di là da interessi extrasentimentali) e che per esempio in discoteca balla “in un modo che non c’entra niente” col solo fine di “arrapare la gente”. Anche qui Repetto interviene nei cori con un raffinato “Ah ah/ ah ah ah…”. Il terzo singolo è “6/1/Sfigato”. Simmetrico al precedente, il brano è un ritratto sociologico generalizzabile di discreta lucidità stilistica: “hai comprato pure il cellulare/ da tua madre tu ti fai chiamare/ per far finta di essere uno importante/ – chiamo dopo sono in mezzo alla gente -/ fingi di essere come Berlusconi/ pieno di ragazze e di milioni/ fino a ieri eri come noi/ invece adesso cosa sei?/ Sei uno sfigato, ma cosa vuoi?”.

Nel 1992 esce l’album “Hanno Ucciso L’Uomo Ragno”, titolo neo-mitologico, che vende quasi 700.000 copie. Il singolo omonimo resta per settimane primo in classifica: il brano ha grande potenzialità musicale, un ritmo che contamina rock, mid-electro da rave ed easy pop anni ’80 ed accenti vagamente epici. La dimensione fumettistica del testo ha un retrogusto leopardiano (da morte delle illusioni). Morto l’uomo ragno, finiscono i sogni e l’innocenza di una generazione schiacciata dai troppi stimoli, sempre più stupidi e cattivi. Il singolo “S’inkazza” drammatizza, attraverso un arrangiamento molto aggressivo, quasi crossover, il conflittuale rapporto genitori-figli e il problema della convivenza, anticipando il tema del “bamboccione”: “Questa casa non è un albergo/ lo dice anche papà/ tu te ne freghi non hai rispetto/ e nemmeno la dignità”. Nell’esercizio di nu-funky rudimentale chiamato “Il Problema” si fa autocoscienza politico-esistenziale: “Il problema è che noi siamo cresciuti qui/ il problema è che diciamo sempre di sì/ il problema è che non ci decidiamo mai… ”. Altri singoli del fortunato album sono l’ispirata ballata “Con Un Deca”  (recentemente coverizzata live da I Cani, fenomeno hype italiano del 2011) e la proustiana “Jolly Blue”,  entrambe dedicate ai temi dell’amicizia e dei ricordi, costanti nella poetica del gruppo. Roba che da far impazzire gli undicenni di tutta Italia.

883 nord sud ovest estIl singolo “Sei un Mito” apre al secondo album “Nord Sud Ovest Est”. Tastiera eurodance e cassa e rullante in battere jungle fanno da cornice al racconto dell’appuntamento con la ragazza più “impossibile” del gruppo, che alla fine non è neppure “quel freddo robot che/ noi tutti pensavamo tu fossi però”… Il singolo nasconde una gemma: esiste infatti una “Sei un Mito (grunge version)”, che ovviamente di grunge non ha nulla, ma negli anni dei Nirvana e dei Soundgarden perché non sfruttare lo stilema tanto di moda? Il disco, chiaramente ancora più all’insegna delle furbate di Cecchetto, abbandona il primitivismo synth-pop, aprendosi ad arrangiamenti lievemente più articolati e alla compresenza di strumenti “veri”. Da un lato le liriche s’inaspriscono e si aprono a tematiche più metaforiche (nel caso della title track) o polemiche, ma dall’altro perdono di spontaneità e di autenticità. Si parla di droga in “Cumuli”, uno dei brani più belli del gruppo, di amicizia e genuinità nella volgarissima “Rotta per Casa di Dio” e di apatia nell’ispirato espressionismo poetico da quattro soldi di “Weekend”: “Le partite sempre in onde medie/ San Siro, Olimpico, Delle Alpi/ andiamo in centro a fare un giro a piedi/ a guardare le ragazze degli altri/ tanti uomini con le radioline/ mogli incazzate di fianco/ mille vasche in corso avanti e indietro/ torniamo al bar che sono stanco./ E sta per finire un altro weekend/ se ne va coi gol in tele il weekend/così poi aspetteremo il weekend/ convinti che sarà il più bello dei weekend”. Altri brani come il pop latino-americano di “Nella Notte” e la filastrocca de “Il Pappagallo” risultano operazioni di maniera, in cui non resta molto della frizzante inconsapevolezza degli esordi.  Intanto i videoclip e i live del gruppo vedono un Repetto relegato al ruolo di ballerino. Il pubblico inizia a prenderlo un po’ per il culo, chiamandolo “il biondino degli 883 che balla come uno scemo”. In realtà Mauro ha un ottimo stile che coglie in pieno lo spirito dell’epoca, mischiando passi da vero raver a movenze da ragazzina di Non è la Rai, ma non è questa la sede per valutare le sue competenze in danza. C’è poi la stucchevole ballatona romantica “Come Mai”, nella quale si compie il triste destino del leggendario Repetto. Il secondo video che accompagna la versione singolo del brano è cantata da Max Pezzali insieme a Fiorello, astro nascente della tv commerciale con il Karaoke, tipico prodotto della deriva mediatica di fine Novecento: uno che non sa fare niente e che fa tutto, qualunquisticamente simpatico, la perfetta mediocrità di successo. Qui Fiorello imita Guccini, Ruggeri, Battiato, Vasco Rossi e Baglioni. Imitazioni che fanno tutti, pure gli incapaci… e comunque pure Pippo Franco lo metterebbe “a figura di merda”. Il giovane Repetto è costretto a sottolineare la sua marginalità nel progetto recitando da protagonista nel videoclip. È la festa del suo compleanno, lui vuole abbordare una biondina che non sembra troppo interessata, ma Pezzali e Fiorello lo aiutano a conquistarla con espedienti da telefilm americano e con la colonna sonora. Canta Fiorello e lui no. È uno smacco. Ed è così che Mauro Repetto uscì dal gruppo. Aggiungiamo il documento-video non per farvi deprimere con le imitazioni di Fiorello, ma per farvi rivivere la commovente e metateatrale interpretazione di Repetto.

La mitologia nata intorno al personaggio italiano simbolo della generazione X prevede un sottofondo di ironia, ma è indiscutibile il fatto che gli 883 non saranno più gli stessi dopo la defezione di Repetto. Pezzali continuerà a frequentare le zone alte della classifica italiana, specializzandosi in canzonette nostalgiche di ultra-pop vagamente malinconico, sfruttando ancora luoghi comuni e creandone di nuovi (“La Regola dell’Amico” è una diabolica paraculata pari solo a certe scioccanti banalità di Ligabue tipo “Una Vita da Mediano” e “Il Mio Nome è Mai Più”), ma perdendo attinenza e originalità rispetto alla realtà cantata. Il genovese Repetto proverà a mantenersi in vita (artisticamente) con un suicidio discografico: “ZuccheroFilatoNero” del 1995, registrato al Power Station Studio a New York.

Per alcuni Repetto ha scritto un disco à la Syd Barrett, un fragile e anticonvenzionale documento da aggiungere alla lista dell’outsider music, per altri una schifezza ingiustificabile. La verità, come al solito, sta nel mezzo. I testi dell’album rasentano spesso prolissità e follia: il cantante dà sfogo a un flusso di coscienza nel quale scarica impressioni, sentimenti, sogni, angosce, giudizi morali, paradossi abilmente riconvertiti in forma di retorica e storielle da bar. Uno spleen malinconico e trasognante contamina l’anarchia degli arrangiamenti, in cui convivono elementi pop, hip hop, pseudo-jazz (assurdo il dialogo voce-tromba in “Mi Caghi?”), dance, blues e folk. Repetto sperimenta una personale interpretazione canora a metà tra il rap e lo spoken blues, che irrequieta straripa al di là della classica versificazione pop, concentrandosi in una narrazione serrata. La sua è una voce sprovvista di educazione musicale che mostra più di raccontare. La foga creativa, però, tradisce ingenuità produttive e confusione armonica tra registri spesso conflittuali o poco eleganti. Ma alcuni brani appaiono davvero ispirati, come la ballata “Fiori o Formiche?” (“Dio sarà mattino, punti luce tra mare e sabbia/ Dio è un bambino che sta giocando a Subuteo”) e il delirio folk-blues di “Voglia di Cosce e di Sigarette”, accostabile alla bipolarità di Daniel Johnston.

Leggende metropolitane lo vogliono nel corso degli anni in fuga per una modella (la protagonista del pezzo “Brandi’s Smile”), travestito da Pippo a Euro Disney, o vittima di una truffa negli States, dove si dice volesse produrre un film. Ma la vita privata di Repetto non ci interessa. Ci interessa la sua musica-non-musica, il pop malato e ubriaco, di un geniale e disordinato interprete del rimpianto 1995. E ci piacerebbe davvero poterlo intervistare. Repetto, se ci leggi, batti un colpo.

“Io vedo qui un poeta che, come tanti uomini, con la sua imperfezione esercita un fascino più alto di tutto quanto prende forma pulita e perfetta, sotto le sue mani – sicuro, egli ha il vantaggio e la gloria forse più dalla sua finale impotenza che dalla sua cospicua forza… ”

(F. Nietzsche, La Gaia Scienza).

dedicato a Paolo Motorhead

 

 

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