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Egor I Opizdenevshie – Sto Let Odinochestva (1992)

Gli Egor I Opizdenevshie, anche conosciuti o trascritti come Yegor I Opizdanevshiye (aka Egor and the Fuckups o, in grafia russa, Егор и Опизденевшие) sono un side project del messia del punk russo Yegor Letov. Un personaggio affascinante e controverso, dalla travagliata biografia. Avverso al sistema, diede vita al movimento punk sovietico, quando essere punk in Russia (più precisamente nella Siberia negli anni ’80 e ’90) significava davvero essere di “controcultura” e rischiare ogni giorno l’arresto, la tortura o la morte. Il Kgb, infatti, non poteva certo gradire brani traducibili come “necrofilia” o “io odio il colore rosso” e per questo rese la vita musicale di Yegor molto difficile.

I suoi album con gli Grazhdanskaya Oborona (la prima vera punk band russa, tutta no-future e ribellismo anarchico, sperimentazione noise e protesta infinita) furono tutti censurati e, infine, fu arrestato. Rinchiuso in carcere cadde in depressione e tentò il suicidio. Uscito di prigione, assistette al crollo dell’URSS e al tragico suicidio della prima moglie, la poetessa folk-punk Yanka Dyagileva. Prese campo dentro di lui, allora, una strana tensione mistica, in cui convivevano nichilismo punk, anarchismo, sciamanesimo (da acido), ascetismo naturalista e pensiero nazionalista (al limite del neo-nazismo del Partito Nazional Bolscevico nato in Russia nel 1992). Fu così che Letov diede vita agli Yegor I Opizdanevshiye, progetto con il quale registrò tre album di grande impatto sperimentale e politico. Il secondo, forse il più ambiguo e incatalogabile, è intitolato “Sto Let Odinochestva” (Сто лет одиночества – cento anni di solitudine, in italiano), un disco di elevata vivacità e irrefrenabile carica psych-noise, ma anche di grande letteratura. Letov fu, infatti, un poeta iper-realista, autore di canzoni-manifesto di abrasiva e tormentata denuncia e tremenda violenza emotiva. In questo lavoro la musica vira su un post-punk nervoso e ironico, corrotto da intermittenze synth, nebbie shoegaze e scariche di rumore. La psichedelia a bassa fedeltà si sviluppa e s’intreccia intorno all’inconfondibile cadenza del ritmo bardyco, all’impeto punk dei primi lavori, a uno spoken sempre in primo piano e a riverberi che richiamano il primo album dei Pink Floyd. Ci sono poi le aperture folk, prima strumentali (l’uso di pianoforte, percussioni, mandolini. domre e fisarmoniche) e poi concettuali, che rendono manifesto l’umore spirituale e nostalgico dei suoni, tutti rivolti alla fuga dalla realtà e al recupero dei valori strappati via dalla Rivoluzione.

Tra i brani migliori c’è la canzone “Tuman”, composta con il collettivo anarcoide Kommunizm, fondato da Yegor in Siberia pochi anni prima. Un esempio di forza sonica e psichedelica, agita attraverso una sensibilità poetica oltre ogni limite. Una delle tante sorprese celate in un disco di culto, di un artista di culto, prematuramente scomparso nel 2008, all’età di quarantatré anni. Rispetto.

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