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The Real Kids – The Real Kids (1977)

The Real Kids - The Real Kids (1977)Nome del gruppo e anno di pubblicazione fanno pensare quasi immediatamente a una band punk, ma non ci siamo, visto che i Real Kids con la controcultura delle borchie e delle creste ci si sono solo scontrati.

Il gruppo di Boston, formato da John Felice (ex Modern Lovers), Allan Paulino, Howard Ferguson e Billy Borgioli, era troppo nuggets e buddyholliano per poter dialogare con Dead Boys, Television e New York Dolls. Lontani dal rockabilly per questioni di tempo e spazio, lontani dall’hard rock per questione di stile…  Lontani dal rumore e dalla tracotanza che piaceva ai punk, lontani dal suono prog o psichedelico che piaceva ai già vecchi freakettoni. La loro musica era mutuata dal vecchio garage e suonava come un rock ‘n roll crudo ed ulteriormente energizzato, cortocircuito di spirito elettrico anni ’50 fuori tempo massimo, sostenuto da ritmi sgangherati e sgraziati da strada.

Il pezzo principe è il semi-classico “All Kindsa Girls”, un brano che poco più tardi avrebbe fatto impazzire gli skinheads inglesi e i nuovi mod figli dei Jam, poi ispirato molti garagers anni ’80 e zombi psychobilly alla fine del Novecento. La canzone parte con un arpeggio mezzo hippie, subito tradotto in un pugno in un occhio tutto powerchords, coretti e rullate, con un assolo rock blues a spezzare il groove da pub. Ecco il punto imprescindibile che apre le danze e chiarisce in tre minuti e mezzo l’estetica del gruppo. Poi il resto: undici episodi devastati, sgraziati e sprecati… Bozze sparate a caso, così come viene, melodie semplici e incisive, registrazioni sciatte e per questo pregne di vibrante emotività e dall’alto valore rock. Roba opinabile, suonata con i piedi? Sì, ma con una certa cattiva classe! Con “Solid Gold” e “Rave On” (cover di Norman Petty) si continua a battere su tempi rock ‘n roll adrenalinici e truci senza concedere nulla alla forma o alla pulizia timbrica. Le chitarre non si fermano mai, né cambiano tempo. La cassa batte sempre il primo e il terzo e il quarto colpo. Il lato pop-rockabilly ricompare imbottito di anfetamina ed eroina con “Better Be Good” e il graffio urbano di “Taxi Boys”. Poi è tempo di citazioni dissacranti: a partire dalla riscoperta del gioiello grezzo intitolato “Roberta” di Gene Vincent, fino al recupero proto-punk di “My Way” di Eddie Cochran. Colpisce il boogie quasi glam di “Do the Boob” così come il finale tesissimo di “Reggae Reggae”, che di reggae, naturalmente, non ha manco un accento.

Chiara l’antifona? State fermi lì, come diceva la buonanima del vino Galassi, che ve lo do io il promemoria.

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