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The Outsiders – The Outsiders (1967)

outsidersA un certo punto degli anni ’60, tra Amsterdam e Scheveningen, locali e sale da concerto cominciarono a ingaggiare band che cantavano in olandese o che cercavano di allontanarsi dal limitante modello esterofilo offerto da The Beatles, The Rolling Stones o The Beach Boys. Erano gli anni del Nederbeat, ossia di una forma più o meno caratteristica di pop, folk, rock e freakbeat, che intendeva esasperare i cardini estetici della musica elettrica giovanile, puntando su ritmi più intricati e veloci, liriche d’assalto e suoni più duri. Padrini del genere erano gli Outsiders, una formazione di rhyhm and blues e garage formata dal cantante di origine slava Wally Tax, i chitarristi Ronnie Splinter e Tom Krabbendam, il bassista Appie Rammers e vari batteristi non bene identificati. Dal 1965 al 1967, in Olanda, fecero il bello e il cattivo tempo. Erano i più amati, i più osteggiati, i più richiesti, i più criticati. I loro live selvaggi e caotici scandalizzavano la borghesia ed esaltavano i più giovani. Si racconta che nel 1965, quando aprirono a un concerto dei The Rolling Stones, il manager del gruppo di Jagger e Richard dovette far abbassare i volumi e poi interrompere la loro esibizione per non far sfiguare i propri assistiti.

Gli Outsiders suonavano così tanto che il loro primo disco fu inciso solo nel 1967 e live, cioè con uno studio mobile durante uno dei loro concerti. Ma quel disco, omonimo, pubblicato dalla Relax, segnò anche la fine della loro storia. Dopo un altro paio di singoli, dissidi interni e problemi di gestione (droga, eccessi, divergenze artistiche: pare che Tax volesse virare sul folk medievale) portarno il gruppo a sciogliersi pochi giorni dopo la commercializzazione dell’album, per poi riunirsi con una formazione diversa e continuare a suonare sporadicamente fino al 1969.

“The Outsiders” è un album di psichedelia garage costruito su basi blues e folk. “Story 16”, il primo brano in scaletta, è un blues secco per chitarra e armonica, con un ritmo che sa di heavy soul e un’energia che anticipa il punk. Altrove trionfa un r’n’b spigoloso, distorto, riottoso e irrefrenabile (la magica e malinconica “Afraid of the Dark”, il beat-pop di “Teach Me to Forger You”, la psichedelica “Aint’ Gonna Miss You”), che riesce a contaminarsi con ritmi tribali o con armonie orientali (Tax era un amante della musica zingara e delle composizioni tradizionali russe). E poi c’è molto garage, rumoroso e potente, come nell’iconica “Fifthy Rich”, nella feroce “Won’t You Listen” o in “If You Don’t Treat Me Right”, che i più accorti considerano un capisaldo della cultura punk.

Si dice che durante un tour dei Nirvana in Olanda, Kurt Cobain diede di matto perché non riuscì a rintracciare Wally Tax. Voleva conoscerlo, dirgli che gli Outsiders erano uno dei suoi gruppi preferiti di sempre. Ma negli anni ’90 il folletto psichedelico che aveva dato vita al Nederbeat e scandalizzato i Paesi Bassi, il cantante dai capelli strani che era andato a letto con Brigitte Bardot e che aveva suonato e bevuto con Jimi Hendrix, viveva da fantasma in una casetta in campagna, cercando di sfuggire ai creditori e alle ossessioni di un passato che lo aveva devastato psicologicamente. Capita spesso: anticipare i tempi, guidare una rivoluzione, ferisce interiormente e ti stronca…

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