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The Human Beast – Volume One (1970)

The Human Beast - Volume OneIl concetto di bête humaine, mille volte rappresentato e indagato in arte, antropologia e filosofia, è un topos da qualche tempo fuori moda o comunque scarsamente frequentato. Come se l’essere umano avesse definitivamente risolto o esorcizzato l’inquietudine della propria natura bestiale. È il titolo di un famoso romanzo di Zola, di una stupenda pellicola corale del cinema popolare italiano anni ’80 (Fracchia La Belva Umana), e il nome di un’oscura band scozzese dei primi anni ’70, The Human Beast. Il loro primo disco “Volume One”, pubblicato dalla Decca nel 1970, è un documento importante quanto dimenticato della stagione hard rock della Gran Bretagna. Uno di quei dischi in cui il lato heavy è perfettamente bilanciato da momenti di malvagia lentezza. Un disco raro, che la gente abituata al rapporto fisico con la musica, si fa arrivare importato dal Giappone, dove cose del genere hanno sempre avuto grande mercato.

La band gioca con melodie indiane, atmosfere dark e riff circolari a là Cream. La particolarità del suono è nascosta in quella ingenuità stilistica che rende il gruppo eccentrico, stranamente in bilico tra atmosfere orrorifiche, folkloristiche e fantastiche. Quasi a drammatizzare un tragico tentativo di educazione morale, volto a trattenere e moralizzare la bestiaccia istintiva del rock grezzo. In questo modo succede che il gruppo disperda molta della propria energia in lunghe variazioni su tema (“Maybe Someday”, che privata della lunga introduzione chitarristica sarebbe una buona ballata onirica), ma le fascinazioni orientali sono gestite con passione e originalità. Ogni tanto compare pure un clarinetto (David McNiven) a rendere il suono ancora più straniante e occulto. Il chitarrista Gillies Buchan è un fanatico del wah e ne fa uso e abuso, imitando Hendrix o sperimentando commistioni in bilico tra psichedelia e rock fragoroso, come in “Brush With the Midnight Butterfly”, dove il lavoro chitarristico trascina la band in una jam psych-blues, piena di stop and go e crescendo, o nell’ossessività rituale della finale “Circle of the Night”. Buono anche il lavoro del batterista John Romsey, ipnotico e tribale. Una piccola gemma di progressive deviata.

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