The Cavemen – The Cavemen (2015)

indexDopo una giornata spesa, o meglio sprecata, a perdere la vista e la voglia di intelligere su storie e costruzioni sintattiche senza nessuna dignità di essere, punisco per altri cinque minuti gli occhi di fronte allo schermo per sistemare le mie impressioni riguardo a un disco di garage rock suonato da ragazzini neozelandesi, che nell’anno del quarantennale del punk hanno invaso Londra con canzoni brevi e lercie, live pezzenti e distruttivi, organizzati in ogni pub e club del centro, amplificando malamente suoni vecchi e grezzi, semiologicamente ed esteticamente impossibili, perché senza significato, senza alcuna attinenza culturale e spirituale con il presente in cui per forza di cose interpreti e fruitori devono muoversi e svilupparsi.

Cosa vogliono esprimere i The Cavemen con queste canzoni selvagge e fastidiose, che riprendono paro paro il dettato dei Ramones sporcandolo appena con lo stile lo-fi e indie dell’hardcore minimale anni ’90? La loro proposta è talmente povera e ottusa, cioè penosamente limitata a una basilare scurrilità, che non lascia adito a risposte interessanti. Anzi, la forma scarna, superficialmente rivolta a effetti stonati, sfacciati e morbosi (un po’ di Pistols, un po’ di Cramps, un po’ di The Stooges e un po’ di The Sonics), può essere interpretata solo come eloquenza d’imbarazzo: il dato poetico è così misero, che non è lecito neppure parlare di potere comunicativo, immediatezza o sincerità. Il loro non è un percorso, è soltanto casino riciclato. Neppure spontaneo, perché somiglia a un atteggiamento artificioso, all’applicazione di schemi semplici e funzionali, in cui l’essenza si adatta e poi si conforma, annullandosi, al grado zero dell’impegno… Come un sfogo senza passione, senza studio e senza coscienza, quindi come una liberazione o una truffa, in cui si va esprimendo il nulla, l’apparenza di ciò che è e che ognuno vuole sentirsi dire.

Le melodie e i testi procedono glorificando l’assurdità e la stoltezza, in linea con il greve ideale dell’irritante idiozia del primo punk (alcuni titoli: “School Sucks”, “Hate for Fuck”, “Rock ‘n’ Roll Retard”, “Rides with the Reich”…), dunque riprendendo senza il minimo ritegno tutta la vecchia storia della buaggine, della torpidezza e della deboscia morale. Ma la musica, che musica non è, ha il potere di suggerire un desiderio puro, cretino e splendidamente infantile di libertà. Alla fine, il messaggio è che il messaggio conta meno di zero… Oltre l’irruenza, la velocità e l’istinto, non c’è niente su cui applicarsi, perché sarebbe non solo inutile, ma anche triste, sgradevole e ridicolo. Il punk dice questo, senza dirlo: se studi, se t’impegni, se curi troppo quello che stai facendo, stai solo sprecando tempo e offrendo al pubblico uno spettacolo pietoso. Tanto, nella maggior parte dei casi, fallisci uguale. E allora è meglio, è lecito, esprimersi per come viene, con tutta la sciatteria e il menefreghismo di cui si è capaci, anzi è un dovere impegnarsi nel disimpegno, investire energia senza sprecare cura e forza speculativa. Fare senza pensare. O pensare a come fare senza pensare. Trovare un sistema di calcolo per non fare calcoli. O per non far emergere la fatica. E cosa ne esce fuori? Il nulla, nei soliti tre accordi violentati con grida immotivate… Sovrastruttura mendace che nega tutte le sovrastrutture comuni. Punk a carte scoperte, per continuare a mentire in una menzogna svelata: questo è, chiaramente. Ma ci sta, soprattutto quando la stanchezza diventa un giudizio iperbolico, amaro da masticare e lento da digerire. Funziona e libera un gusto formidabile.

Il disco è uscito nel 2015 per i tipi Dirty Water Records. A questo link trovate tutta la loro sporca e purolenta produzione. 

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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