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Tantra – Tantra (1980)

Tantra - Tantra (1980)Sono nato e diventato un essere cosciente negli anni dell’italo disco, quando l’ottimismo sfiorava l’ottusità e l’incoscienza, il Fior di Fragola costava cinquecento lire e la mia più grande gioia era finire Street Fighter II con una sola monetina e un personaggio scarso tipo Vega. Oltre ai suoni del Bimbo Mix, dell’italiano vero di Cotugno e dei cartoni animati giapponesi melodrammatizzati da Cristina d’Avena, ricordo con vaga affezione l’insistenza di un ritmo binario su cui vorticavano voci e sospiri femminili, la speciale commistione tra estetica lounge e battiti monotoni di un eterno ritorno da ballare con le mani in alto impostato su sequencer. Era la musica che ascoltavano i miei cugini grandi e che mi costringevano a subire quando ancora non mi era possibile scappare. Tra quei brani c’era anche “Hills of Katmandu”, o qualcosa di molto simile… Quel brano l’ho riascoltato a venticinque anni, durante un periodo di analisi storica e documentazione estetica a proposito di Moroder (che era ancora un produttore dimenticato del passato, non già riabilitato dai Daft Punk) e ne sono rimasto folgorato. Non è un caso di idealizzazione vincolato al ricordo sentimentale e indefinito della stagione infantile. Di quell’epoca odio tutto o quasi. “Tantra”, l’album in cui quel brano è contenuto, è un disco speciale e a suo modo pionieristico. La pensano come me alcuni cultori del rare grooves, qualche dj affezionato all’house primitiva e forse qualche cinquantenne dalla lunga memoria. Il titolare del progetto è Celso Valli. Arrangiatore, jazzista, autore, produttore e collaboratore di nomi grossi del pop italiano (Mina, Baglioni, Ramazzotti, Raf, Vasco).

Alla fine degli anni ’70, dopo l’esperienza dei Ping Pong, la hit europea “Doggy Doggy” e la collaborazione con Roberto Vecchioni, Valli si chiuse in studio per sperimentare le nuove opportunità offerte dai sequencer. Roba introdotta da Moroder e indirettamente dal krautrock tedesco. Ne venne fuori un disco di elettronica molto pop, fondamentale per lo sviluppo del filone italo disco: “Tantra”, a cui seguiranno altri due dischi di pari valore e ispirazione.

In questo esordio ballabile Valli fa tutto con le macchine e i nastri (ad aiutarlo in studio solo un tecnico del suono, due vocalist femminili e un cantante). Il procedimento è semplice: un beat in loop che gira senza sosta, su cui inserire parti di tastiera, percussioni electro, scale e orchestrazioni sintetiche dal sapore esotico o lounge. Il nome Tantra richiama infatti suggestioni hippie ed elementi spirituali che, nonostante la spiccata verve ironica e ludica del progetto, donano ai brani un alone di mistero resistente alla prova del tempo.

Cinque tracce, viaggi musicali a bmp sostenuti ma mai penalizzanti, dove melodie pop e percussioni africane incontrano bassi soul-funk e fiati sintetizzati da party edonistico. Si parte con l’etno-beat terzomondista di “Su-Ku-Leu” e si prosegue attraverso l’easy listening funky di “Mother Africa” e la disco boombastica di “Halleluja”. In “Get Ready to Go” la spensieratezza dei fratelli De Angelis incontra Stevie Wonder e il soul ballabile e scintillante della Motown. La chiusura “Hills of Katmandu”, lunga più di un quarto d’ora, è un mirabile esperimento di contaminazione etnica e cosmica in cui trionfa l’estetica italo: allegria, ironia, creatività puntata alla commercialità, voglia di ballare, sorridere e schiattarsi la testa con la cocaina o lo champagne sognando un safari in Kenya, una passeggiata in Nepal o una gita in Marocco, mentre la svalutazione si mangia l’economia e il cemento compre mezzo Paese. Un must, una fuga del presente storico, una fotografia grottesca di ciò che eravamo prima che la realtà sopprimesse le ultime promesse della spietata fantasia.

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