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Saint Just – La Casa Del Lago (1974)

I Saint Just si formano a Napoli del 1973. Nell’epoca aurea del prog italiano. Partono come trio: alla voce c’è Jenny Sorrenti (sorella di Alan, anche lui nei primi anni ’70 impegnato in ambito progressivo), il chitarrista Toni Verde e il sassofonista Robert Fix. Dopo un entusiasmate primo omonimo lp, prodotto insieme ad Alan Sorrenti e Tony Esposito, licenziato nel ’73 dalla EMI (sezione Harvest, quella che lo stesso anno pubblica “Dark Side of the Moon”) e accolto con favore da critica e pubblico alternativo come documento originale e artisticamente raffinato di attualizzazione del genere folk italiano (con richiami medievali e rinascimentali) attraverso atmosfere rarefatte e tecnica progressiva, i Saint Just si ritrovarono, dopo l’inaspettato abbandono di Fix, a essere un duo. Fu così che la Sorrenti e Verde, compagni di band e uniti sentimentalmente, si chiusero in una casa sul lago di Bracciano per scrivere un nuovo disco.

La casa, grazie all’assegno d’anticipo della casa discografica, si trasformò dopo un paio di settimane in una comune fricchettona. L’atmosfera tradotta dalle registrazioni del lavoro intitolato fiabescamente “La Casa Del Lago” è bucolica e arcana, più distante dallo sperimentalismo barocco e mentale del primo disco (adorato dal pubblico del prog rock all’italiana come pietra filosofale dell’era), ma in compenso più genuina e raffinata in termini d’ispirazione poetica e impegno strumentale.

Il suono diventa dilatato, preziosamente meditativo. I fan del prog accusarono (e accusano) i Saint Just di aver optato per soluzioni più pop, o comunque meno articolate rispetto ai precedenti esperimenti, ma in realtà il risultato finale ha a che fare con la consapevolezza di mezzi e intenzioni. Il duo comunica levità elegiaca e si muove con leggerezza all’interno di un progetto contraddistinto da una nuova maturità produttiva, espressa in quasi tutti i brani attraverso una forma di controllo e un’armonia estetica in cui contenuto folk e ricerca psichedelica si compenetrano con grazia, senza mai eccedere nell’ostentazione tecnica o emotiva o in leziose autoindulgenze.

Jenny Sorrenti rivela una vocalità speciale, fatta di registri altissimi e cristallini, pregni di entusiasmo (“Messicano”) o mistero (“Tristana”, “Nella Vita, Un Pianto”), e manifesta maggiore consapevolezza dei suoi mezzi espressivi. Gli arrangiamenti si emancipano dai preziosismi più bizantini o rigidamente neo-classicheggianti del passato, pur non rinunciando alla forma drammatica e sinfonica (come nel brano “Nella Vita, Un Pianto”, una suite per archi, fiati e legni, arrangiata da Vince Tempera, che collabora in un modo o nell’altro a tutte le canzoni dell’album) e ai riferimenti storici (il nome del gruppo è appunto un omaggio al famoso rivoluzionario francese Louis de Saint Just, morto ghigliottinato a ventisette anni, durante la repressione del robespierismo). Non mancano momenti schiettamente esoterici, in cui la musica abbandona qualsiasi codice di struttura, per trasformarsi in racconto incantato e misteriosofico di sensazioni indistinte e sentimenti oscuri. Medioevo, folklore popolare partenopeo, musica barocca, rock psichedelico, ascendenze californiane, progressive e delicatezza acustica à la Pentangle (con echi distinti di Third Ear Band e Steeleye Span) si fondono in un lieve ricamo di suggestioni e atmosfere oniriche, dal grande valore evocativo.

È questo il disco della band che ci preme consigliarvi. Il capitolo secondo, ingiustamente catalogato come “minore” rispetto all’eponimo pubblicato l’anno precedente. Dopo questo episodio di studio e un anno di live (culminato con l’esibizione al Parco Lambro di Milano per la festa del Re Nudo) il duo Sorrenti/Verdi scoppierà sentimentalmente e artisticamente. L’una si concentrerà su collaborazioni con artisti pop (come Pino Daniele e Francesco De Gregori) e sulla ricerca musicale folkloristica pseudo-celtica e, l’altro sperimenterà la produzione (con Alan Sorrenti e Pino Daniele) e poi il jazz (con Lol Coxhill), quindi la carriera solista (inaugurata nel 1977 con un disco di sperimentazione elettroacustica, dove jazz, elettronica, folk e rock si contaminano in un esempio ante litteram di acid jazz) e infine il lavoro di supevisione artistica e gestione di etichette (per lo più dance e pop). Entrambi continueranno per certi versi a rievocare e rimpiangere la magia degli anni della casa del lago, ma senza mai risfiorare o ripenetrare la delicata poesia di quell’incantata stagione di visioni e misteri vissuti insieme.

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