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Pärson Sound – Pärson Sound (1967)

Pärson Sound recensioneParliamo del passato, di dischi di quarant’anni fa, e non ce ne vergogniamo. Perché è facile voltare le spalle e occuparsi solo di ciò che c’è… o di ciò che da solo riemerge dal trascorso, rinnovato e rinnovabile come un contenuto adatto alla contemporaneità. La società ha paura di sembrare antiquata e ci fa comodo che tutto si cancelli, continuamente sostituito dalla novità, dall’effimera moda. Ma uno sforzo si deve pur fare. Quindi scaviamo e recuperiamo il buono, anche se suona come un’occupazione poco smart, troppo reazionaria. Cercando al di là del noto, è possibile scovare cose fondamentalmente più nuove del nuovo. Facciamo un esempio, sperando di chiarire il concetto e offrire informazioni valide…

I Parson Sound nascono a Stoccolma nel 1967, durano fino al 1968 ma il mondo si accorge di loro soltanto trent’anni più tardi… Solamente nel 2001 infatti la Subliminal pubblica la doppia raccolta intitolata “Parson Sound” (ristampato nel 2010 come box di 3 Lp) che rende giustizia al gruppo svedese, nome tutelare per tutto il rock scandinavo. L’esperienza originale prende vita quando Warhol organizza un mini tour dei The Doors in Svezia. Per aprire alla band di Morrison, il compositore Terry Riley mette insieme un gruppo di coraggiosi musicisti locali appena iniziati agli esperimenti dronici e al rumorismo informale. Il chitarrista Anders Persson partecipa alla sperimentazione radicale di Riley e organizza una band di nuovo rock insieme al violoncellista Arne Eriksson. Da questo nucleo iniziale prende il via l’avventura dei Parson Sound.

Quello degli svedesi è un garage rock acido e colto, totalmente in anticipo sui tempi e contaminato da avanguardia minimalista, psichedelia e trance-rock. Musica da outsider, improponibile per qualsiasi etichetta discografica. Il gruppo era composto da Ulla (voce), Bo-Anders Persson (chitarra, organo, flauto e piano), Thomas Tidholm (sax, flauto e voce), Kjell Westling (sax), Torbjorn Abelli (basso), Arne Eriksson (violoncello acustico ed elettrificato), Urban Yman (violino) e Thomas Mera Gartz (batteria, morto di recente). Musicisti preparati e culturalmente curiosi. Tutti s’ispiravano apertamente a Terry Riley, di cui erano appunto allievi, a La Morte Young, Taj Mahal Travellers e indirettamente ai Velvet Underground. Il disco omonimo testimonia queste direzioni e offre imprevedibili deviazioni psych. Oltre all’affascinante “Tio Minuter”, nella raccolta colpiscono la rumorosissima e minimalista “From Tunis to India in Fullmoon (On Testosterone)”, che è quasi un free jazz di droni e percussioni ipnotiche, la sperimentale “A Glimpse Inside the Glyptotec-66” e l’evocativa “Milano”. Un krautrock originale e mostruoso, che anticipa certo doom psichedelico, il free rock acido degli anni ’90 e alcuni aspetti del rumorismo no-wave più artistico.

Dopo lo scioglimento la band si riforma prima come International Harvester nel 1968, pubblicando l’ottimo “Sov Got Rose Marie” (il pezzo omonimo è presente nel disco del 2001), poi nel 1969 come Trad, Gras & Stenar (alberi, erba e pietre). Ma è nel primo periodo, quello del Parson Sound, che la band riesce a produrre la sua musica migliore: preghiere lisergiche di druidi metropolitani e mantra diretti dal drammatico suono del violoncello. Musica incatalogabile, squisitamente eclettica e visionaria. Un bel documento di intensa e libera sperimentazione psichedelica.

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