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Le Stelle di Mario Schifano – Dedicato A (1967)

Uno degli aneddoti preferiti e più abusati dalla storiografia rock riguarda i leggendari Velvet Underground: si dice che all’epoca dell’uscita del loro primo album, prodotto da Andy Warhol, solo cento persone acquistarono il disco in tutto il mondo, ma ciascuna di esse fondò una band. Uno dei pochissimi italiani a conoscere quel disco nel ’67 fu il pittore Mario Schifano. Innamoratosi del sound dirompente e psichedelico del gruppo di Reed e Cale e affascinato dalla possibilità di poter emulare il mecenatismo intellettuale e avanguardistico del genio della Pop art americana (di cui lo stesso Schifano fu a lungo considerato erede spirituale), l’artista di origine libica decise di dare vita a un progetto musicale tutto italiano, rivoluzionario rispetto al clima culturale e musicale dell’epoca. Schifano era solito dipingere stelle, corpi lucenti su vetro o lastre metalliche, da qui il nome della band da lui prodotta: Le Stelle di Mario Schifano.

Il gruppo era formato dal bassista dandy Giandomenico Crescentini (ex New Dada), dal cantante chitarrista Urbano Orlandi, dal tastierista Nello Marini e dal batterista Sergio Serra. La formazione proveniva da territori soprattutto beat, ma l’ispirazione di base, volta al rumorismo psichedelico e nichilistico del disco “della banana”, portò presto il sound della band su sponde nuove, del tutto inesplorate dalla musica europea, probabilmente ancora oggi avanguardistiche. Roba più vicina al delirio cosmico tedesco che al rock minimalista americano.

Il gruppo si presentò al pubblico in un concerto happening nel settembre del 1967 in un teatro romano, illuminato dall’istallazione video di Schifano. La risonanza dell’evento fu controversa. Il pubblico italiano si divise tra entusiasmi e manifestazioni d’indignazione. Dopo una piccola serie di date, il gruppo si chiuse in studio a Torino per registrare “Dedicato A”, essenziale e preziosissima  gemma della psichedelia italiana. Alle sessions parteciparono anche il pittore Peter Hartman (al pianoforte), Antonmario Semolini (al flauto) e la nobildonna bohemien Francesca Camerana (alla voce). Tutto il lato A dell’Lp è coperto dalla prima traccia “Le Ultime Parole di Brandimante, dall’Orlando Furioso, Ospite Peter Hartman e Fine (da Ascoltarsi con Tv Accesa, Senza Volume)”, un’incredibile suite contemporanea di lampi e divagazioni dadaiste, come uno zibaldone di blues progressivo e psichedelico (assolutamente ante litteram) con intermezzi rumoristici, concreti, spoken, improvvisati, free jazz, post-moderni e medievaleggianti (con testo in latino, italiano e inglese).

I motivi sperimentali del brano sono numerosi e talvolta oltrepassano la stravaganza estetica degli stessi Velvet Underground, come nel caso della coda finale della traccia, occupata da una divertente registrazione ambientale della sigla televisiva RAI della “Fine delle Trasmissioni”.

Il lato B si apre con il mantra elettrico-percussivo di “Molto Alto”, un garage beat abrasivo con ritmo alla Kinks e voce ululante su feedback di chitarra, abbastanza ingenuo e per questo ancora fresco e interessante. La seguente “Susan Song” è una dolce ballad trasognante sulla falsariga di “Femme Fatale” e “I’ll Be Your Mirror” (i pezzi di Nico del primo dei Velvet Underground). L’arrangiamento è qui più curato, nonostante la scarsa originalità dell’arpeggio di chitarra e la discutibile registrazione delle voci. L’effetto appunto è quello di una “Se Telefonando” cantata da una Mina afona, allucinata da una nuvola d’indolenza oppiacea. In “E Dopo” il gruppo produce un piccolo bijoux rock-beat dalla sofisticata melodia pop, con una splendida chitarra fuzzata e un brillante riff organistico.

“Intervallo” è uno schizzo improvvisato di dadaismo sonoro, molto vicino a quelle che saranno le cavalcate kraut-psichedeliche dei migliori Can. La finale “Molto Lontano (A Colori)” esplode come un delirio folk-progressivo, dominato da flauto e scale chitarristiche indiane e ritmo in perenne e ossessivo battere. Si capisce benissimo che Le Stelle di Mario Schifano non hanno nulla di quella enfatica ampollosità tipica del prog a venire e che la loro prolissità ha ragioni principalmente psichedeliche: la sperimentazione è sempre sostenuta da una leggerezza naif che protegge dallo sterile autocompiacimento. La batteria si limita a uno scarno back beat di cassa e charleston, ricalcando il seminale stile minimalista di Moe Tucker, geniale batterista dei Velvet; la chitarra, pur ancorata a dinamiche beatlesiane, è abbastanza coraggiosa e lavora con ironia e libertà. Furono stampati meno di 1000 vinili (le fonti oscillano su una numerazione tra le 500 e le 800 unità di cui 50 in acetato rosso).

L’album, estremamente in anticipo sui tempi, ovviamente, non vendette una copia e il deluso Mario Schifano abbandonò il progetto, a cui si era dedicato come produttore e art director, a se stesso. Bisogna considerare il fatto che all’epoca il pittore era all’apice della sua carriera e coinvolto in numerosissimi progetti artistici, affamato com’era di contaminazioni e di evoluzioni estetiche. Così la band si sciolse dando vita a un culto sotterraneo di risonanza mondiale. Il disco originale in vinile nero (cioè l’edizione non curata graficamente da Mario Schifano) vale oggi più di 4000 euro. Il vinile ufficiale con cover laminata disegnata dall’artista pop ed etichetta “con le stelle” si aggira intono ai 5000-6000. Le ristampe in cd o in vinile sono state, fin ora, pochissime e mal curate. Un po’ sopra la media la ristampa Akarma (discussa etichetta dal comportamento spesso poco ortodosso, sospettata di produrre dischi stampati senza avere i master originali e, quindi, di copiare da lp o cdr) del 1999, quotata dai 50 euro a i 200 euro, in gatefold e vinile rosso, ma poco apprezzata dai puristi del suono; si parla di una buona ristampa tedesca del 1990 a prezzi abbordabili e con grafica corretta, ma posso dirvi per esperienza personale che si tratta di una leggenda metropolitana o giù di lì.

2 comments

  1. GIONATA ORLANDI

    la canzone susan song è cantata dal chitarrista urbano orlandi…

    1. Giuseppe Franza

      Grazie Gionata, hai ragione. Rettificheremo 🙂

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