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Haku – Ne Mele A Ka Haku (1976)

imageImpossibile tentare di venire storiograficamente e culturalmente a capo dell’origine della sperimentazione ambient. Di solito si nomina Eno, con la sua famosa raccolta del 1974, ma prima ancora è doveroso citare la musique d’ameublement di Satie. E ci sono anche i Tangerine Dream e le ricerche atmosferiche e timbriche di Cage… Vanno poi tenute presenti tutte quelle tradizioni ancestrali che incarnano la speciale sensibilità auditiva di popoli lontani, spesso inclini a quella particolare sospensione ritmica e a espressioni di fumosa sacralità psicoaustica che oggi chiameremmo musica d’ambiente. Suoni rurali e rituali, sottofondi esotici e composizioni minime tendenti alla trascendenza, inconsapevolmente lounge e d’atmosfera. Come succede per la vecchia musica hawaiana, per esempio, prima che si trasformasse in altro da sé attraverso le contaminazioni country e surf…

E proprio alle Hawaii, nel 1975, un tizio chiamato Frank Tavares pubblicò a nome Haku un dischetto autoprodotto conosciuto come “Ne Mele a Ka Haku”, traducibile in “la musica di Haku”. Un oscuro e affascinante esempio di sperimentazione ambientale intuitiva, un’opera di contenuto tanto astratto quanto sensibile, di stile, respiro ed esiti tendenti all’avanguardistico. Un unico, solitario e irripetibile documento di ricerca psichedelica ed esotica, legato alla cultura freak degli anni Settanta, ma prodotto in totale autonomia estetica e tecnica. Non si tratta di un esercizio di folklore e nemmeno di un recupero volto alla salvaguardia della purezza dei suoni autoctoni. Tutt’altro. L’intero lavoro è impostato su movimenti creati da modernissimi synth che rubano spazio e anima ai suoni tipici (il flauto fangufangu, le percussioni kundu, ma quasi niente steel guitar), incrociandosi con bordoni, effetti aleatori, cori, field recordings, fraseggi di melodia e stile maui, frequenze e dinamiche psichedeliche, scale asiatiche, ritmiche polinesiane e derive mantriche di chiara ispirazione hippie. Eppure in ogni brano si celano riferimenti essenziali alla storia e alla tradizione hawaiana. Motivi religiosi, cronistici, etnologici e culturali, come i richiami al re Kalākaua e alla regina Liliʻuokalani, alla natura e ai sapori dell’arcipelago, alla mitologia del grande Pacifico e ai valori antichi, non ancora compromessi dall’incontro con la civiltà anglosassone… Haku offre una prestazione compositiva dai tratti sfumati e fortemente inventivi di cui è al tempo stesso eroe e trasgressore, autore e destinatario… Come in un’epica minima che conclude e ridisegna lo spirito del luogo riattualizzandone il passato oscuro e sconosciuto a partire da una nuova coscienza critica, rivolta sia ai limiti etici che agli sviluppi e ai traumi sociali contemporanei. Haku è un espressionista prestato al realismo, un ispirato sperimentatore che sa captare e tradurre ogni sfumatura risonante della propria terra (cultura tribale, polinesiana, giapponese, inglese, australiana, americana…), creare favole sintetiche e astratte, sospese al di là del tempo e dello spazio. Un poema amatotiale di non musica, atmosfere e ambienti spirituali: suggestioni amabili e misteriose, modernissime e originali.

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