Clark-Hutchinson – A=MH2 (1969)

clark-hutchinsonAndy Clark (tastiere, percussioni, sax e flauto) e Mick Hutchinson (chitarra, basso ed effettini vari) venivano dal beat e dal pop inglese di fine anni ’60. Dopo l’ennesimo fallimento in ambito mainstream decisero di formare un duo dedito all’improvvisazione e alla psichedelia più spinta. Niente di veramente consapevole. Alla base c’era la voglia di rendere “moderni” suoni estranei al pop, come il flamenco, l’old jazz, il folk, le scale rinascimentali e la musica orientale e di colorire il tutto attraverso la nuova moda freak… In il duo non aveva voglia di perdere troppo tempo in equalizzazione e registrazione. Scrivevano, suonavano e incidevano in presa diretta. Come veniva veniva… L’importante era produrre vibrazioni inusitate e spingere sui suoni ruvidi, i volumi estremi (almeno per l’epoca)… Il risultato è fuori da ogni griglia d’interpretazione usuale. “A=MH2” è un disco allucinante, costruito su progressioni esotiche, incastri liberi di strumenti acustici, soli che diventano riff e dialoghi armonici non banali.

Si parte con qualcosa di mediamente digeribile e lineare: “Improvisation on a Modal Scale”, un’improvvisazione appunto modale in chiave jazz e bluesy dominata da una chitarra elettrica vagamente nera e percussioni ossessive e fuori tempo .”Acapulco Gold” mescola arpeggi di chitarra classica e synth, puntanto tutto su accetti ispanici e melodrammatici. Si torna a inseguire l’ossessività tribale nel folk libero “Impromptu in ‘E’ Minor”. Mentre in “Textures in 3/4” la dinamica dei suoni si allaccia ad antiche melodie celtiche e variazioni jazz. Chiude la lunga e tossica distorsione mantrica di “Improvisation on an Indian Scale”.

Autore dell'articolo: La Giustizia

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