Beirut – Gulag Orkestar

Beirut - Gulag OrkestarAlbum del 2006, nato dal progetto del diciannovenne Zach Condon, “Gulag Orkestar” è un lavoro che riflette bene la tendenza, diffusa da alcuni anni in svariati ambienti musicali, di lasciarsi catturare dal fascino delle tradizioni popolari dell’Europa centro-orientale. Difficile dire, soprattutto a un primo ascolto, se il disco sia il riflesso di un lungo ed approfondito studio sul sound di una regione geografica per troppo tempo accantonata, o se al contrario si tratti dell’affermarsi di un vero e proprio gusto estetico, del tutto avulso da analisi approfondite.

Al di là di questo, ciò che è certo è che questo ragazzo americano, non ancora ventenne, dopo un lungo viaggio nelle zone più recondite del vecchio continente, riesce a concepire un album ben costruito che, oltre a ricevere la benedizione artistica di Jeremy Barnes, vanta la collaborazione di grandi musicisti che sono in grado di creare un ensemble di suoni nati da trombe, piani, mandolini, ukulele e tante percussioni. Il risultato è un album dalle valenze malinconiche che sembra essere costantemente in bilico tra la forza degli arrangiamenti e la caducità dei suoni che si richiamano al Mediterraneo e a ritmi retrò.

Quel che è certo è che “Gulag Orkestar” non può essere considerato come un album “intellettuale” ma piuttosto come una sorta di omaggio estetico di un autore sognatore che è stato in grado di concepire un vero piccolo gioiello di “malinconia est-europea” carico di trombe, fisarmoniche e percussioni arabe. L’album si compone di vere e proprie saghe nomadi come “Brandenburg” o la magnifica “Postcards form Italy”, che strizza l’occhio a Morrissey, mentre le fanfare si accendono in “Bratislava”, i valzer la fanno da padrona in “Prenzlaurberg”, e il romanticismo domina in “The Bunker”. Tante, piccole tappe di un percorso musicale ben costruito, sebbene ancora un po’ acerbo, che tuttavia fa ben presagire sulle capacità del suo autore che è stato in grado, con un lavoro di esordio, di far esplodere in undici tracce l’estasi di una terra a molti sconosciuta.

È chiaro, inoltre, come dietro l’album ci sia, vivida, l’esperienza di vita vissuta del giovane Zach, dei suoi viaggi improvvisati verso un mondo lontano e a lui, originario del New Mexico, del tutto sconosciuto. Infine, fondamentale, per la buona riuscita di questo album è stato anche l’incontro tra Zach e Jeremy Barnes che, folgorato dall’evidente invettiva del giovane autore, decise di credere nel suo progetto e di affiancarlo nella sua realizzazione non snaturandone minimamente l’anima profondamente mediterranea.

Per quanto concerne l’ascolto quel che si può dire di “Gulag Orkestar” è che si apre a molteplici tipi di sensazioni e di significato, per questo è facile che possa suscitarne di diverse a seconda dell’orecchio. In ogni caso ciò non toglie che si tratti di un album ben riuscito, soprattutto se si considera che stiamo parlando di un disco d’esordio, e che certamente piacerà a chi ha già amato i Gogol Bordello e la gioia drammatica dei Klezmer Music.

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