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Tommy Dorsey, swing e sentimento…

Thomas Francis DorseySenza mezzi termini, Thomas Francis Dorsey, detto Tommy, è stato un grande direttore d’orchestra e uno dei musicisti più prolifici e furbi del Novecento. Ancora oggi è difficile calcolare il numero esatto delle incisioni dell’artista. L’elenco più aggiornato parla di più di tremila registrazioni. L’archiviazione è così ardua perché Dorsey ha collaborato con tantissimi musicisti e usato molteplici pseudonimi (molti brani di Dorsey accompagnano per esempio i cartoni animati della Warner Bros, quelli col maialino che balbetta…). Durante gli incredibili anni ’30 la sua big band raggiunse una fama planetaria, imponendosi come una delle orchestre storiche della Swing era. Tra i conti e i duchi del jazz, lui era il “sentimental gentleman”, nomignolo sorto per via del suono evocativo ed elegante che sapeva ricavare dal suo trombone e a causa di un tema fisso delle sue esibizioni (“I’m Getting Sentimental over You”) usato negli anni finali della carriera la sigla d’accompagnamento di ogni sua entrata in scena.

Durante gli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 Tommy lavorò soprattutto insieme al fratello Jimmy Dorsey (prima nelle band di Rudy Valee e di Paul Whiteman, e poi in proprio, sotto il nome di Dorsey Brothers Orchestra, nella quale militò anche Glenn Miller). Jimmy, che sapeva il fatto suo, sia musicalmente (era un virtuoso del sax e del clarinetto) che umanamente, collaborò con il fratello solo per alcuni anni, per poi farsi da parte, neglo anni in cui Tommy diventò uno dei più famosi maestri bianchi del jazz. Il sodalizio familiare si sviluppò comunque con reciproca soddisfazione: furono anni di numerosissimi concerti, collaborazioni prestigiose (Armstrong, Goodman, Crosby), trasmissioni radio, colonne sonore per film e cartoni animati e grandi hit come “Coquette”, “Let’s Do It”, “Lullaby of Broadway” e “I Believe in Miracles”. Conclusa l’avventura con Jimmy, Tommy Dorsey mostrò carattere e personalità prima come trombonista prestato a diversi progetti laterali poi da solista e band leader. Nel 1935 fondò la sua personale orchestra firmando per la RCA e spopolando con la hit “On Treasure Island”.

Nato nel 1905 in un paesino della Pennsylvania, Tommy fu uno spirito animato da un doppio istinto: da un lato sempre rivolto alla bellezza come ideale di perfezione, allo studio e all’armonia, dall’altro avidamente interessato alle avventure, agli eccessi, sempre alla ricerca di una bottiglia o di una donna. Nonostante la sua vita, spesso oltre i limiti, riuscì a conservare durante i suoi cinquantuno anni di esistenza (morì affogando nel suo vomito, come Jimi Hendrix), un’eleganza innata, che gli permise di diventare uno dei più grandi e stimati direttori d’orchestra attivi tra gli anni ’30 e gli anni ’50. Fu anche un maestro del trombone, ammirato da molti amanti del jazz e non solo. Lo studio di Jack Teagarden gli fornì gli spunti adatti per trattare il pesante strumento in modo più creativo e versatile, creando suoni dolci e accattivanti, in qualche modo “umani”. Basti pensare al superclassico “Smoke Gets in Your Eyes”, resa famosa da Whiteman, poi da Fred Astaire e dai Platters …

Lo swing fu il genere principe della musica jazz all’epoca delle Big Band. Un gusto che divenne presto stile, o meglio, impulso ritmico caratteristico di un certo modo di suonare. Lo swing (dall’inglese “dondolare”) in questione si riferisce, infatti, alla tipica espressività ritmica di un tempo binario, dove note terzinate suonano come due crome, delle quali la prima allungata. Un prevalere del battere sul levare, insomma, che provoca suggestioni ondulatorie e dondolanti. Questa fragile quanto fondamentale rivoluzione traghettò il jazz, attraverso la sincope, lontano dai territori fissi e vincolanti del blues e del regtime, muovendo il genere verso nuovi approdi di orgoglio ed eleganza formale. Questa era la musica suonata da Tommy, il suo ritmo di elezione… Con “On Treasure Island” il trombonista dimostrò al mondo di essere un grande direttore, oltre che un bravo musicista, capace di bilanciare gusto e freschezza compositiva e di circondarsi di grandi interpreti (come il trombettista Zeze Zarchy, il pianista Milt Raskin, il clarinettista Peanuts Hucko e i batteristi Gene Krupa e Buddy Rich, e le voci di Pied Pipers, Jack Leonard e Edythe Wright). Per quanto riguarda il suono, raggiunse una completa padronanza del trombone, dominando gli alti con precisione e morbidezza, diventando un maestro nell’uso della sordina. Lo swing e il fox tot diventarono in brevissimo tempo materiali familiari tra le mani dell’artista, che sapeva far ballare ma anche rilassare il suo pubblico. Nel 1939, ingaggiò il giovane Frank Sinatra come cantante per la sua band. Insieme registrarono grandi canzoni, tra le quali lo standard “This Love of Mine” e l’immortale “I’ll Never Smile Again”. Intanto cominciò anche ad apparire in molti film hollywoodiani, fino a partecipare al film autobiografico “The Fabulous Dorsey”, grazie al quale riprese a collaborare con il fratello e la vecchia orchestra.

La sua band continuò a sfornare successi e conquistare un pubblico sempre più trasversale fino all’inizio della seconda Guerra mondiale (periodo che sancisce la fine della Big band era, data la chiusura delle più grandi sale da ballo degli Stati Uniti). Tra i pezzi più famosi ricordiamo la sigla “I’m Getting Sentimental over You”, la divertente “Satan Takes a Holiday”, il sensuale swing “Indian Summer”, e ancora gli standard “Dolores”, “The Big Apple”, “Opus One” e la romanticissima “The Song Is You”. Dopo la guerra, Tommy ritornò ad animare la scena insieme al fratello, dedicandosi soprattutto a concerti di revival e a grandi trasmissioni radio (anni fa ogni radio aveva un’orchestra che suonava in diretta le canzoni, accompagnando i diversi cantanti). In una di queste trasmissioni fece il suo esordio Elvis. Come dire, mica il primo arrivato. Concerti e nuove sperimentazioni portarono Dorsey ad avvicinarsi al nuovo verbo bop, grazie soprattutto alla collaborazione con giovani talenti, come il sax baritono Serge Chaloff. Ma nonostante tutto, lo swing rappresentava il primo e vero amore di Tommy, e quello suonò fino alla fine dei suoi giorni. Pure se la gente era ormai passata oltre.

“It don’t mean a thing (if it ain’t got that swing)”, Duke Ellington

1 comment

  1. eugenio DalBosco

    Mi è molto piaciuto.Quello però che sempre manca sono gli spartiti di Dorsey.O almeno indicazioni di dove si possono reperire e comprere.Grazie

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