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Tomasz Stańko e il Jazz dell’Europa orientale

Tomasz StankoTomasz Stańko nacque nel luglio del 1942 a Rzeszów, nel Sud della Polonia, in piena occupazione nazista. Sin da ragazzino dedicò la sua vita alla musica e all’esercizio musicale, ricercando forme e prospettive personali di espressività all’interno della scuola europea. Ed è a oggi uno dei più grandi trombettisti dell’Europa orientale in ambito free jazz. Stimato compositore e abile strumentista, è stato uno dei primi musicisti europei a suonare jazz libero sul modello di Coleman e Ayler e a dare voce a uno stile esecutivo di ispirazione e sensibilità continentale.

Durante il periodo staliniano, nei Paesi socialisti la musica jazz non era affatto incoraggiata: Stalin osteggiò la musica contemporanea e soprattutto straniera, ritenendola nemica della cultura sovietica e del modello sociale comunista. Ma il jazz aveva già attecchito nell’Est Europa a metà degli anni ’20, sposandosi immediatamente con l’innata musicalità slava, baltica e mitteleuropea e con la voglia di modernità e di emancipazione di popoli storicamente animati da ideali di libertà. Così com’era successo negli Stati Uniti per gli afroamericani, il jazz divenne in Europa orientale uno strumento di espressione per le minoranze etniche e i contestatori politici: a Praga e Varsavia furono soprattutto musicisti ebrei o zingari a impossessarsi di questo linguaggio musicale e a svilupparlo nel corso della prima metà del ’900. Hitler prima e Stalin poi fecero del loro meglio per reprimere la scena jazz, ma fu proprio grazie a questi limiti che il genere acquistò una valenza politica, come feconda protesta, consacrandosi agli ideali più puri di libertà artistica e concettuale. E proprio alla fine di questo periodo di rinnovata coscienza sociale (gli anni Cinquanta e Sessanta, dunque) il giovane Stańko incominciò a far parlare di sé, esibendosi insieme al sassofonista Janusz Muniak e sperimentando soluzioni underground e avanguardistiche, molto vicine a quello che stava succedendo o era successo negli States con Ornette Coleman e Lennie Tristano. Con la morte di Stalin la situazione, infatti, mutò completamente: artisti americani cominciarono a suonare nelle capitali socialiste e il jazz fu accettato e promosso dagli Stati del Patto di Varsavia, entrando nei conservatori e godendo di sostegno e aiuti continui.

Nei Paesi dell’Est Europa socialista non esistevano etichette musicali commerciali. I dischi erano prodotti e distribuiti da label statali che guardavano alla musica come a un bene culturale e non meramente economico. Per questo era premiata la qualità e si lasciava molta libertà (almeno strumentale) agli interpreti. In più i musicisti avevano garanzia di retribuzione statale, assistenza sanitaria e pensione di anzianità o vecchiaia. Una cosa non da poco, specie per un genere non strettamente popolare come il jazz e che permise a Tomasz di dedicarsi completamente alla musica.

Fu nel 1958 che Stańko vide il suo primo concerto di musica jazz: era Dave Brubeck, un bianco, bandleader di fama internazionale e innovatore della cultura jazz americana. E il giovane polacco si innamorò follemente di quel suono e di quello stile. Dopo aver studiato la musica di Miles Davis e il cool jazz di Brubeck, Stańko iniziò a lavorare nel campo discografico soprattutto per la ECM e la Muza, l’etichetta statale polacca. Il suo quartetto dei primi anni ’60 con Muniak, Suchanek e Stefanski suonava un free jazz coraggioso e intellettuale, mutuato dall’ascolto di Tristano e dal dialogo con la tradizione folkloristica polacca. Successivamente si legò a Makowicz e in seguito al grande pianista Krzysztof Komeda, caposcuola del nuovo jazz polacco (famoso per la collaborazione a molte colonne sonore del regista Roman Polanski e per aver tradotto gli insegnamenti di Chopin e Bartok in chiave jazzistica). Insieme a Komeda il giovane trombettista riuscì a definire meglio la propria voce stilistica e a dare senso formale a quel progetto di commistione tra ricerca sperimentale e recupero della tradizione colta e popolare europea, tra dinamiche free e aperture melodiche. Un progetto per tutta la vita inseguito da Komeda, poi frequentato con merito e profitto anche da Stańko. Nel 1966 la collaborazione tra i due artisti diede vita a “Astigmatic” (Tomasz Stanko, alla tromba, Zbigniew Namysłowski, al sax alto, Krzysztof Komeda, al piano, Gunter Lenz, al contrabbasso e Rune Carlsson, alla batteria), uno degli album più importanti del jazz polacco (insieme a “Winobranie” di Namyslowski) e di quel meta-genere da qualcuno chiamato euro-free. Nel 1968, Stanko mise su un nuovo quintetto, con Zbigniew Seifert al violino e sassofono contralto e la vecchia band con Muniak e soci, responsabile dell’ottimo “Music For K” e del baccanale jazzistico di “Purple Sun”.

La canzone “Czatownik”, di questo periodo, divenne uno dei cavalli di battaglia dei concerti del trombettista. Un esempio di alto lirismo inserito in contesto di ricerca strutturale e atonale di emblematica forza strumentale. Nel 1974 incise “Twet” con Szukalsk, Warren e il finlandese Edward Vesela alla batteria (con il quale lavorò spesso e volentieri, contaminando suoni baltici e nordici). Nel 1975 formò il duo Tomasz Stanko-Adam Makowicz. Poi registrò in Germania il fortunato “Balladyna” con grandi strumentisti, come Tomasz Szukalski al sax, Dave Holland al basso e il solito Vesela. Alla fine degli anni ’70 il trombettista si trasformò in un musicista internazionale, cominciando a lavorare con musicisti di rilievo, tra cui Don Cherry, Jack De Johnette, il già citato Dave Holland, Reggie Workman, Rufus Reid, Lester Bowie, David Murray e Manu Katche. Produsse, quindi, diversi album di jazz-rock altamente psichedelico e spirituale, come il riuscito esperimento fusion di “Lady Go”. La sua tromba dipingeva in questi anni paesaggi notturni e intensi, sempre più astratti e votati all’influenza new age. Fondamentale per l’evoluzione del suo free-jazz fu un viaggio in India, con un concerto registrato al Taj Mahal, e la collaborazione con Chico Freeman, sassofonista americano. Per tutto il 1984 Tomasz suonò nella big band di Cecil Taylor.

Quando nel 1990 perse i denti in seguito a un incidente, Stańko credette sul serio di dover abbandonare per sempre la musica. Ma dopo aver messo una dentiera continuò a suonare e a dare vita ai suoi suoni forti e calibrati, portando avanti il suo free-jazz storico, gli arrangiamenti ricercati e sospesi tra romanticismo, misticismo e grazia e gli esperimenti di esotismo. Tra gli album del periodo vanno ricordati “Litania” del 1997 (il disco delle reinterpretazioni delle maggiori composizioni di Komeda), “From the Green Hill” del 1998, il suo disco dal sapore più mainstream e quieto, e “Suspended Night” del 2003, che segna un ritorno all’improvvisazione e ai temi sinistri degli esordi.

Negli anni, con i viaggi (India, Norvegia, Italia, New York) e con il mutare della prospettiva lirica, il suo stile non ha perso di incisività, pur orientandosi verso forme generalmente più pacificate e riflessive: il grande furore creativo ed espressivo, con il quale si è spesso diretto in territori ideali o sperimentali, lascia ancora spazio alla limpidezza e alla lucidità di belle e tristi melodie. In questo modo Stańko è diventato uno dei jazzisti europei più stimati e seguiti al mondo, e insieme a Komeda, un padre per tutti i musicisti dell’Est Europa. Il polish jazz è appunto la storia di un genere cresciuto attraverso innumerevoli difficoltà in una terra critica e segnata da culture antitetiche, ma soprattutto il racconto globale di diversi jazzmen accomunati da un alto standard espressivo e tecnico, dove messaggio e poetica trovano felice e originale sintesi comunicativa. Un contenuto quasi sempre malinconico e trasognante. Intellettuale.

Compagni est-europei, uno sforzo ancora, delle sale da ballo un po’ più che di merda, un’opinione pubblica un poco meno stupida, delle sale da ballo un po’ più che di merda: voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia con un piano quinquennale, la stabilità! Live in Mosca, live in Budapest, live in Varsavia, Live in Sofia, live in Praga, live in Pankow” (Giovanni Lindo Ferretti – CCCP – Live in Pankow, 1985)

Qui sotto il famoso tema di Komeda cantato da Mia Farrow.

2 comments

  1. Nicola

    Bellissimo articolo.

    1. Giuseppe Franza

      Grazie mille Nicola

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