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Serge Chaloff, baritono dallo swing al bop

Serge Chaloff, baritono dallo swing al bopNel 1956, Serge Chaloff registra ai Capital Studios di Los Angeles il suo capolavoro da solista: “Blue Serge”. Con lui ci sono Sonny Clark al piano, Leroy Vinnegar al basso e Philly Joe Jones alla batteria. Tre strumentisti di estrazione bop e hard bop con cui scrive, suona e fissa un album di raffinate variazioni melodiche e finissimi slanci progressivi. Partiture fondate sulla ricerca di un inedito e ideale equilibrio tra forme standard jazz, furore bop e classe swing… tra strutture metodiche e ritmiche stabili, armonizzate attraverso un saggio uso del movimento veloce e insieme “sentimentale”. Charloff suona il suo sax baritono costretto su una sedia a rotelle. Da qualche tempo la sua spina dorsale è bloccata a causa di un cancro. In più ci sono i problemi legati alla disintossicazione dall’eroina, una delle passioni più grandi e invasive della vita del musicista. Ciò nonostante Chaloff conclude e firma uno dei documenti più brillanti e sofisticati del jazz bianco degli anni ’50.

Nato a Boston nel 1923 e lì morto nel 1957 (dunque un anno dopo l’incisione del suo capolavoro), Serge è figlio di due grandi e apprezzati musicisti. La madre, Margaret, insegna pianoforte e teoria musicale, e tra i suoi allievi c’è gente come Chick Corea, Richard Twardik, Keith Jarrett ed Herbie Hancock. Suo padre, Julius, è un compositore apprezzato in tutta l’aria del Massachusetts. Da loro il giovane musicista apprende nozioni di teoria ritmica e armonica e le basi pianistiche che lo conducono presto a specializzarsi nel sassofono. Sceglie di gettarsi nel difficile universo del baritono, proprio negli anni in cui le big band iniziavano a sparire, e con loro i sassofoni bassi (il cui ruolo era sempre stato quello di doppiare il trombone o il primo sax alto). Destino o sfortuna. Istinto di autoesclusione o di totale indipendenza… Dopo l’exploit di Harry Carney nell’orchestra di Ellington, le formazioni jazz avevano preso un’altra strada e la moda imponeva l’assenza del contrappunto basso. Rarissime erano dunque le incisioni o i concerti che prevedevano l’uso di un baritono. Lo stesso Serge è poco legato alla tradizione swing e delle big band. Da ascoltatore preferisce i nuovi suoni del bop e lo stile di Bird Parker. Studia così a fondo il modo di poter rivoluzionare il suo strumento per adattarlo alle nuove esigenze estetiche contingenti. Sperimenta, impara dai maestri e dagli innovatori, viaggia, improvvisa e soffre, lacerato da una perenne insoddisfazione morale che lo fa sentire fuori posto in ogni situazione, insoddisfatto di ogni musica. Non è comunque il solo artista bianco a cimentarsi in tale impresa: il newyorkese Gerry Mulligan sta da qualche tempo studiando un uso inedito del baritono in chiave cool, inventando registri e dinamiche da strumento solista. Un lavoro che porterà i suoi frutti: il sax baritono di Mulligan, per tradizione relegato al contrappunto e alla coloritura incidentale, diviene protagonista del suono di “Birth of the Cool”, l’album-evento del 1949 di Miles Davis.

Parallelamente al lavoro di Mulligan, anche Chaloff cerca di ritagliarsi un posto di rilievo nella storia del jazz mettendo il suo sax a servizio dei linguaggi del bop con effetti artistici di incredibile portata espressiva. Le prime esperienze dal vivo sono nelle band di Boyd Raeburn e Georgie Ault. Dopo qualche tempo il salto di qualità è il passaggio alla grande orchestra di Jimmy Dorsey. Siamo nel 1945 e il bop impazza in tutti gli Stati Uniti. Chaloff prova a diventarne il nuovo interprete in chiave baritonale con un suo sestetto, ma il successo arriva con “Four Brother“, standard del 1947, con Woody Herman, in cui Serge suona insieme a tre sax tenori (Stan Getz, Zoot Sims e Herbie Steward), dividendosi assoli e climax armonici.

Sempre nel 1947 il sassofonista incide il suo primo disco assieme al trombonista Red Rodney, il bassista Curleu Russell, il tenorsassofonista Earl Swope, il pianista George Wallington e il batterista Tiny Kahn, mentre la dipendenza dall’eronia diventa un problema sempre più grosso, fino a trasformarsi in vizio invalidante che lo costringe per mesi lontano dalla scena dei locali della città natale. Con il trasferimento a New York, l’ombroso Serge inizia a collaborare con Bud Powell, uno dei più importanti pianisti dell’epoca, in concerti infuocati che impressionano critica e pubblico. Sono del 1950 una serie di registrazioni alla radio di Boston, successivamente raccolte in un box set da collezione. Nel 1955 arriva il disco “Boston Blow-Up!”, una serie di improvvisazioni bop con il pianista Ray Santisi e il sassofonista Boots Mussilli. Nel 1956 Chaloff passa alla Capital e si trasferisce a Los Angeles, dove incide “Blue Serge”, il disco in cui il be-bop torna a riconciliarsi con la tradizione classica del jazz e con i brani popolari della cultura americana rubati al cinema o all’universo di Broadway (“I’ve Got the World on a String” di Harold Arlen, “Thanks fot the Memory” di Ralph Rainger, “All the Things You Are”…).

L’anno dopo muore a causa del tumore alla spina dorsale a soli trentatre anni. Scompare così un agile e raffinato improvvisatore, un fondamentale innovatore del verbo bop e dello sax basso, un creativo malinconico, frustrato dalla vita sociale e dalla concorrenza, che trovò nell’eroina e nell’alcol un rifugio autodistruttivo in grado di nascondere le proprie ansie.

 

 

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