«

»

Pat Martino, jazz senza memoria

Pat Martino, jazz senza memoriaTrovo inutile biasimare la volontà di mediazione in campo artistico, soprattutto in contesto jazz, un genere nato e cresciuto popolare, nonostante le diverse declinazioni colte, sperimentali o di ricerca che ha saputo e voluto espremire nel corso della sua storia. Allo stesso modo non riscontro produttività nel criticare quegli artisti che fanno dell’abilità tecnica un espediente di richiamo spettacolare. La tecnica non va demonizzata a priori, né trattata come una sicurezza da depotenziare, sublimare, una volta conquistata.

Secoli di pedante e faziosa dialettica tra posizioni ideologizzate di istintivismo e professionismo dovrebbero averci condotto a una soluzione, o almeno a un distacco critico dalla questione… Eppure siamo ancora qui a schermirci, adattandoci alle vecchie poetiche di ascendenza romantica, quelle relative al genio, che sopravvalutano l’intenzione a discapito dei mezzi d’espressione. Ma ora che tutto è, oggettivamente e programmaticamente, commercio, che bisogno c’è di condannare gli ammiccamenti pop in generale e le esasperazioni spettacolari? Quando ci vogliono ci vogliono, e se l’effetto è poeticamente sensato, in linea con le caratteristiche umane e artistiche del musicista, non c’è affatto peccato, né tradimento. Ciononostante confesso di non aver mai sopportato Pat Metheny, con o senza Group. Il suo jazz onnivoro, furbescamente proteiforme, capace di passare come nulla fosse dalla canzonetta all’assolo free-form virtuoso, mi fa venire in mente l’odiosa indeterminazione morale ed emotiva di quelle zitelle, tipo professoresse di inglese, che possono in un minuto solo trasformare la loro piatta calma in aggressività da pitbull, in trivialità rionale e in fervore allucinato. Perché quando offre tali manifestazioni drammatiche di emotività capisci che manca di sostanza, che lo spirito non controlla il cervello, o che il cervello non controlla lo spirito, e tutto ciò che fa è soltanto meccanica travestita da naturalezza. Insomma, Pat Metheny mi fa schifo. Mi piace un altro Pat, sempre chitarrista. Un altro maneggiatore dello strumento dall’aria naive, a suo agio con gli assoli pirotecnici, le velocità della luce, i tecnicismi da circo e la capacità (il non ritegno) di suonare qualsiasi cosa, ma capace di mediare la potenza con il giudizio, il gusto, l’umiltà dell’ascoltatore…

Pat Martino nato Pat Azzara, figlio di emigranti campani, è venuto al mondo nel 1944, non lontano da Phiiladelphia, in una casa povera ma piena di stimoli musicali. Il papà Carmine Michele, detto Mickey, suona la chitarra e da giovane racconta di aver preso qualche lezione da Eddie Lang, il padrino della scena dixieland italoamericana. Il piccolo Pat fa scintille con la chitarra e il mondo del jazz si accorge di lui. Alto poco più di un metro incontra e ascolta Wes Montgomery che lo incoraggia nello studio della chitarra elettrica. A soli quindici anni viene adattato dalla scena di New York e prende a suonare con grandi musicisti del circuito, facendo da sideman all’organista jazz Charles Earlandal, al sassofonista Willis Jackson e suonando con artisti importanti del morente be-bop e del nascente soul-blues… Incontra Stan Getz, John Coltrane e suona con alcuni giovani musicisti del rock ‘n roll come Bobby Rydell, Bobby Darin e Frankie Avalon. Nel 1966, a ventun’anni, incide il suo primo disco solista per la Vanguard. Ma il debutto omonimo, per problemi gestionali e di contratto, non finisce nei negozi e il giovane Pat decide subito di rifarsi con “El Hombre”, edito dalla Prestige. Nella band si porta Trudy Pitts all’organo, un suonatore di congas, Abdu Johnson, e un percussionista, oltre a un batterista e a un flautista. La strana band pratica idiomi jazz e soprattutto soul, ma Pat dimostra di sapere il fatto suo. Mette in campo tutta la sua velocità con la mano sinistra e la sua classe ritmica con la destra omaggiando Jobim in “Once I Love” e scrivendo belle melodie e complicati giochi di contrappunto mascherati da post-bop istintivo e passionale. Sempre nello stesso anno scrive e produce “Strings!”, questa volta con una band più classica: sassofono, batteria, basso e piano. Le composizioni sono ancora più orientate al post-bop. Le esecuzioni cercano di tenere insieme classe e potenza, romanticismo e velocità. A colpire è soprattutto la versione uptempo del classico “Minority” di Gigi Gryce.

“East!” del 1968, con la copertina rossa orientaleggiante, è l’omaggio del chitarrista all’estremo Oriente. La musica si fa hard bop, grazie anche al lavoro bassistico di Ben Tucker. Nell’album sono presenti standard di Coltrane (l’affascinante “Lazy Bird”), Benny Golson e Bernice Patkere. Pare proprio che Martino si stia appassionando ai modelli e alle fascinazioni culturali della generazione hippy. Ciò è confermato dal successivo Lp “Baiyina (The Clear Evidence)”, sottotitolato “A psychedelic excursion through the magical mysteries of the Koran”, dove Martino si lascia andare alle improvvisazioni, alle contaminazioni orientali (tambura e tabla sono presenti in tutti i pezzi dell’album), ai droni e alla sperimentazione ritmica, creando brani in  7/4, in 9/4 e in 10/8. Molti critici considerano il disco un esempio stilistico di pura contaminazione jazz-pop-psichedelico contrapponendolo ai dischi più aggressivi di Davis. “Desperado” del 1970 miscela con successo hard-bop, fusion, funky, elettricita e primi rigurgiti free-jazz. Al sassofono c’è Erich Kloss (col quale ha collaborato in molti dischi come sideman) e alle registrazioni partecipa anche il mitico Les Paul, estimatore del talento di Martino. Nel 1972, con il disco dal vivo “Live”, Pat passa alla Mute, dove produrrà alcuni album di fusion, in perfetta linea con le nuove derive del jazz. Tra questi dischi segnaliamo “Consciousness” del 1974, con copertina in bianco e nero col musicista baffuto dallo sguardo allucinato. Un album ricco di tensione elettrica e riferimenti alla musica di Montgomery mischiata alle nuove influenze fusion. Il chitarrista è ormai giunto alla consacrazione. Tutti riconoscono la sua tecnica sopraffina e l’immensa personalità stilistica che raramente eccede in virtuosismi fini a se stessi o si lascia trasportare dal facile colpo a effetto… Pat riesce a inventare e riprodurre soluzioni inaudite con la mano destra, a sostenere con una pennata alternata inimitabile una serie di note cromaticamente coerenti, ma spesso fuori scala, ossia gestite attraverso un istinto melodico orginale, distante sia dai canoni formali matematici che dall’approccio modale. I suoi assolo paiono infatti sempre ancorati all’ideale di musicalità, nonostante l’incredibile velocità d’esecuzione e all’alta quantità di note in minore. E questo può essere inteso sia come un atteggiamento virtuoso, sia come un’orgazizzazione di suono atipica al servizio dell’armonia…

Pat Martino, jazz senza memoriaNel 1980 un aneurisma interrompe la carriera del talentuoso chitarrista. I medici sono convinti che Martino non se la caverà e infatti l’operazione ha gravissime conseguenze. Al risveglio Pat non ricorda nulla, neppure come s’impugna una chitarra. L’amnesia rischia di distruggere l’intera carriera di un genio del jazz. Ripartendo praticamente da zero, in solitudine, con passione e incredibile senso di responsabilità, Martino cerca allora di reimparare a suonare, trasformandosi in un ascoltatore onnivoro di jazz e classica. Dallo studio e dal confronto con la tradizione musicale riesce a recuperare l’amore per la musica e l’istinto per il suono. Riabilitandosi mentalmente e fisicamente, riprende a suonare la chitarra, pur non ricordando nulla della sua carriera e delle sue conquiste passate. Nel 1987 esce “The Return”, commovente e sorprendente disco solista, che segna il ritorno di Martino al mondo della musica. Da allora Pat continua a incidere dischi e a suonare in giro per il mondo. La sua tecnica è tornata a brillare, e anche se la sua ispirazione non è certo quella originaria. Il suo jazz è sincero, eclettico, e in costante crescita. Come un bambino Pat continua ad ascoltare musica e a imitare i suoni che lo colpiscono (su tutti Wes Montgomery, naturalmente) suonando partiture complicatissime e ricche di pathos. Il suo tocco è pura armonia, la sua passione tangibile. Ecco un genio atipico, nato dallo studio e dalla tecnica più che dallo slancio e da capacità innate. O il contrario?

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Puoi usare i seguenti tag ed attributi HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Completa la seguente equazione (anti-spam) * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Continuando la navigazione su questo sito web acconsenti all'utilizzo di cookies. Per maggiori informazioni consulta la Cookie Policy

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close

___◄ R___