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Il soffio dell’anima di Lee Morgan

Lee MorganLee Morgan è stato uno dei più grandi trombettisti della sua generazione, enfant prodige dell’hard bop newyorkese, dal suono istintivo e inquieto. È stato pure un uomo profondamente triste e infedele. Ragione per cui avrebbe dovuto sfuggire ad almeno due cose per vivere quietamente: l’eroina e una fidanzata gelosa. Non riuscì ad evitarle e così finì tramortito, a soli trentatré anni, da un colpo di pistola nel Club Slugs di New York. A sparare fu Helen More, la sua ragazza.

Lee nacque a Filadelfia nel 1938. Da piccolo si dedicò al vibrafono e al pianoforte. A tredici anni scoprì la tromba. Non ancora diciottenne entrò nel circuito jazzistico della città e molto presto si trasferì a New York. Qui riuscì quasi subito a mettere in luce il suo talento solista e le grandi doti compositive. Suo maestro fu Brownie, Clifford Brown, autore di memorabili standard come “Joy Spring” e “Daahoud”. Sempre a New York, il giovane Morgan venne notato da Dizzy Gillespie che lo prese nella sua big band portandolo in tour nei locali più caldi del momento. Già nel 1956 prese avvio la sua carriera solista, prolifica e interessante, costantemente affiancata al lavoro da sessionman per i grandi leader. I suoi dischi sono stati per la maggior parte registrati per la Blue Note Records. Se ne contano venticinque. Più altri, prodotti dalla Vee-Jay e la Jazzlabel. Nel 1957 collaborò a “Blue Train” di John Coltrane, dove ebbe modo di esprimersi nel famoso assolo della title track.

Nel 1958, esaurita la collaborazione con il maestro Gillespie, Morgan si legò ai Jazz Messengers di Art Blakey, tornando di base a Filadelfia. Con il batterista, Morgan coprì il ruolo di solista principale e riuscì a firmare alcuni brani. La sensibilità blues del giovane Lee ben si sposava con il sound vigoroso e avvolgente della band, soprattutto nel disco “Moanin’”, dove l’incastro con il sassofono di Benny Golson appare profondamente riuscito. Con l’abbandono di Golson entrò nei Jazz Messengers Wayne Shorter, intimo amico di Morgan. Con questa nuova line-up la band di Blakey registrò nel ’61 il classico dell’hard bop “The Freedom Rider”. Nell’album Morgan firmò quattro brani su otto, tra cui “Blue Lace” e “Pisces”, imponendosi come voce nuova nel panorama autoriale jazzistico americano. Ma il 1961 fu anche un anno disgraziato per il trombettista. Fu infatti introdotto dai membri della band all’eroina, e la dipendenza lo provò gravemente. Per i problemi di droga fu infatti allontanato dai Messengers.

Nonostante i tormenti personali e la delusione artistica, il giovane continuò a registrare almeno due album solisti all’anno. Appena tornato a New York partorì per la Jazzlabel “Take Twelve”, una lunga suite spezzata in sei temi, suonata con Clifford Jordan (al sassofono), Barry Harris (al pianoforte), Bob Cranshaw (al basso) e Louis Hayes (alla batteria). Un anno più tardi venne registrato al Van Gelder Studio “The Sidewinder”, capolavoro compositivo di Lee Morgan e pietra miliare di tutto il soul jazz a venire. Morgan contaminò infatti l’hard bop con blues, aperture funky, passaggi boogaloo e ritmi ripetitivi e ballabili, coadiuvato dall’ottimo e sensuale sax di Joe Henderson. Naturalmente la base era sempre un solido bop, potente e istintivo, ma l’operazione lanciò a livello commerciale un nuovo genere, a cui il trombettista dovette per qualche anno piegarsi. Il brano che diede nome all’album si trasformò presto in uno standard del jazz, con l’inconfondibile ritmo di rullante-clave sincopato. Nel 1965 venne richiamato dai Messengers con i quali girò il mondo in lunghe ed estenuanti tournee. Morgan proseguì la sua carriera discografica solista con ottimi dischi come “Candy”, “The Gigolo” e “Charisma”. Intanto i problemi con l’eroina si facevano sempre più pesanti. La nascente passione politica non riuscì a distrarlo dall’oppiaceo e il 19 febbraio 1972 Morgan fu ucciso dalla fidanzata cinquantenne. La signora More non ha mai chiarito la dinamica e il movente dell’omicidio. Gelosia si è detto. Gli amici e i membri della band di Morgan raccontarono di un gesto folle e immotivato. Il trombettista aveva appena trentatré anni e pur avendo già molto scritto e prodotto, sicuramente avrebbe potuto dare ancora moltissimo al mondo del jazz.

La sua musica libera, il suo blowing potente e sentimentale, sapevano liberare il vero spirito afroamericano, rievocando gospel, blues originale e ruggente hard-bop. Gli antichi avrebbero parlato di pneuma fatale, soffio e anima, spirito e presagio di morte. Da virtuoso sempre attento all’espressività e al contenuto, Morgan è stato un importantissimo interprete e compositore del jazz anni ’50 e ’60.

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