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Le libere composizioni di Ornette Coleman

Tanti, troppi, citano e lodano il lavoro del compositore Ornette Coleman, ma pochi possono, in coscienza, dire di averne carpito l’essenza. Il musicista, riconosciuto come il teorico o il padre del Free Jazz e come uno dei più eclettici strumentisti della musica informale del secondo ’900, è da considerarsi principalmente come il maestro di un linguaggio nuovo consacrato alla libertà. La sua complessa arte rianima, attraverso respiri inconsueti e passionali, le ance di strumenti a fiato, come il sax e poi la tromba, e le sue dita suonano con tecnica favolosamente personale il violino, ancora in contesto jazz, ma per recuperare e insieme rivoluzionare il metodo e il canone di riferimento. Una poetica fatta di attenzione armonica e purezza lirica, sorretta da una dottrina affrancante che guarda al di là dei confini tecnici del genere.

La sua carriera parte dal Texas, durante la Grande Depressione, dove s’innamora del rhythm and blues e comincia a suonare il sassofono tenore. Presto si trasferisce in California, passando al sax alto. Qui impreziosisce il suo bagaglio culturale attraverso importanti studi sul blues delle origini e il jazz primigenio. La sua musica ha un sound poco ballabile e i suoi assolo, spesso, infastidiscono il pubblico perché troppo particolari o dispersivi. Per anni non riesce a trovare etichetta, finché nel 1958 viene scritturato dalla Contemporary. E così che licenzia il suo primo disco: “Something Else!!!”. Ed è davvero qualcosa di nuovo ciò che il musicista riesce a produrre… La musica di Coleman è un fiero e deciso ripensamento del patrimonio musicale afroamericano che trasforma il linguaggio jazz attraverso un’innovazione espressiva rivoluzionaria, forse perché estremamente reazionaria. Al veloce suono dell’hard bop e alla rilassatezza cool, allora in auge, Coleman contrappone elementi dalla marcata caratterizzazione afro, riprendendo dinamiche blues che vanno a smussare gli angoli più duri del suono, ormai cari al pubblico dei boppers, e insistendo sul lirismo e il valore soggettivo dell’interpretazione. Il disco scorre via fresco e ricco di fascino, anche se i detrattori accusano Coleman di produrre un suono stonato o, nel migliore dei casi, troppo legato a formule standard blues e blue note. La band dell’incisione è ancora “classica”. Insieme a Coleman, suonano il fidato Don Cherry al clarinetto, Walter Norris al pianoforte, Don Payne al contrabbasso e Billy Higgins alla batteria. Tutto il discorso acquista, poi, una valenza politica. La musica di Coleman (insieme a quella del pianista Cecil Taylor e del batterista Max Roach) è una forma “nuova”, selvaggia e agguerrita, che riporta nel jazz il fuoco della protesta, ormai indebolito dal linguaggio cool e dalla standardizzazione accademica e di maniera. In questo senso il percorso musicale di Coleman acquista un senso sociale, legato alle battaglie del Black Power e di Malcom X: il jazz deve coinvolgere e sconvolgere le coscienze, tradurre la voce dell’individuo discriminato o alienato della contemporaneità… deve tornare a parlare di radici, dignità e libertà, così come faceva all’inizio del secolo.

Nel ’59 il musicista si trasferisce sull’East coast e passa all’Atlantic, per la quale registra il seminale “The Shape of The Jazz to Come”, la forma del jazz del futuro. È qui che nasce il free jazz e che l’avanguardia entra a pieno diritto nel linguaggio della musica afroamericana. Coleman elimina il pianoforte dalla sua band e scrive musica aperta a lunghe e libere improvvisazioni, svincolate da strutture rigide di accordi: si improvvisa espressivamente (ed espressionisticamente) e melodicamente. Il sassofono (di plastica) di Coleman, naturalmente, riesce a trovare in questi territori di libertà formale il massimo della propria languida espressività, a tratti cristallina, variando con abilità e gusto tra tempi lenti e veloci, soluzioni armoniche classiche e dodecafoniche. Un disco spartiacque, dopodiché il jazz cambierà seriamente la sua storia. Tutto questo grazie alle intuizioni oltre-armoniche di Ornette e al supporto, sia creativo che tecnico, di una grande band a struttura limitata: Don Cherry alla cornetta, Billy Higgins alla batteria e il talentuoso Charlie Haden al contrabbasso.

C’è, appunto, un prima e un dopo “The Shape of The Jazz to Come”. Miles Davis apostrofa Coleman come “svitato”, ma sotto sotto ne resta incantato. Altri jazzisti lo accusano di essere ambiguo: la sua musica è “nuova” solo formalmente, ma in sostanza è ancora legata a dinamiche blues.

Lo stesso quartetto registra “Change of the Century” e “This is our Music”, in cui il musicista si diletta per la prima e unica volta con uno standard: “Embraceable You” (naturalmente violentata e resa irriconoscibile attraverso atteggiamenti free form). Stupendi i momenti di “Beauty is a Rare Thing” e “Blues Connotation”, brani nei quali dissonanze e ritmiche caotiche si fondono brillantemente con una struttura di blues veloce e semplice.

La nuova musica suonata da Coleman viene battezzata dal seguente “Free Jazz” del 1960. In realtà il sassofonista rifiuta l’etichetta del genere e preferisce parlare di “teoria armolodica”, così come lui e Haden l’hanno battezzata. Per armolodia intendiamo un’apertura poetica, che si libera dalla dittatura del legame tonale e dalle regole armoniche più rigide. “Improvvisazione collettiva”, così almeno recita il sottotitolo del disco…  L’album è registrato con effetto “stereo”, con doppio quartetto. Su un canale sinistro suona una band (Coleman al sax alto, Lafaro al contrabbasso, Higgins alla batteria, Cherry alla tromba), sul destro un’altra (Dolphy al clarinetto basso, Habbard alla tromba, Haden al contrabbasso e Blackwell alla batteria). Il risultato è spettacolare: un groviglio libero (scusate il quasi ossimoro) e imprevedibile dove ritmi diversi e assoli si avviluppano uno sull’altro dando vita a una musica mai ascoltata prima, in cui lo spirito e le emozioni dei musicisti trovano espressione emancipata ed raggiungono quell’estatica di liberazione mai toccata dal genere… In termini di espressività e comunicazione, la libertà è massima, sia per quanto riguarda la struttura che per la sovrastruttura di riferimento. L’album contiene tre lunghe tracce improvvisate, dove la musica insegue melodie angolari, assoli simultanei e insegue toni spesso aggressivi, rappresentando così il caos e la frenesia della modernità. Si rischia il parricidio, si rivolge la mano empia a una delle poche certezze che l’afroamericanità ha alle sue spalle: il dogma del jazz, come forma istituzionalizzata e già classica. E lo si fa per rinnovarne e recuperarne il senso, per scioglierne le possibilità ingabbiate e assolverne gli istinti.

Gli anni Sessanta sono consacrati alla sperimentazione orchestrale: il musicista registra insieme a sezioni d’archi, e comincia a suonare il violino (con la mano sinistra, cosa che fa molto arrabbiare i suoi detrattori). La teoria informale della simultaneità viene quindi allargata a strumenti classici, dando vita a esperimenti avanguardistici di notevole interesse didattico. Nel ’66 Coleman registra l’album “The Empty Foxhole”. Alla batteria c’è suo figlio Denardo, che ha soltanto dieci anni, ma l’età non conta… Il ritmo funziona e Denardo supera la prova. Haters e nemici giurati di Ornette colgono la palla al balzo per accusare il disco e sottolineare la mediocrità o l’impreparazione tecnica del bambino, ma in realtà il sound non ha nulla di storto.

Mai pago, Coleman collabora nel ’70 alla Plastic Ono Band di Yoko Ono e contamina il suo sound in senso elettrico, licenziando soprattutto album dal vivo. Fonda una nuova band chiamata Prime Time, con la quale gira l’Europa e sperimenta il suo free-funky-jazz armolodico. Fondamentale a tal proposito è il “The Belgrade Concert” del 1971. Gli esperimenti poi si fanno etnici. Coleman studia la musica popolare marocchina, nigeriana, sarda e il folk americano. Sono anni di viaggi e grandi riconoscimenti, soprattutto nel vecchio continente, che celebra l’arte e il genio del virtuoso compositore, acclamandolo come maestro.

Con “Virgin Beauty” del 1988 (dove collabora anche Jerry Garcia) Ornette si avvicina maggiormente al mondo del funk, inserendosi a modo suo nel filone fusion di quegli anni. Negli ultimi anni, invece, il musicista pare essere orientato a ritornare al vecchio suono del quartetto, pur rispolverando i Prime Time per particolari eventi e collaborando con vari artisti di musica jazz, etnica, pop o rock.

La musica libera è essenzialmente musica colemaniana, storicamente ed eticamente, con le sue frasi sconnesse e fluttuanti, le armolodie, duramente o morbidamente modulate… in tutte le sue forme e manifestazioni. Non c’è libertà di giudizio a tal proposito.

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