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La nascita del jazz bianco: tre casi italo-americani (ultima parte)

La nascita del jazz bianco: tre casi italo-americani (ultima parte)Eccoci così arrivati alla terza ed ultima parte di questa sintetica panoramica all’interno della ben più vasta storia del jazz, vicenda complessa e intricata che ha certamente interessato tutto il Novecento, ma che evidentemente affonda le sue radici nel secolo precedente e che di sicuro continuerà la sua imprevedibile evoluzione lungo il corso del terzo millennio (su questo non c’è profezia dei Maya che possa contraddirci!).

Il musicista che completa il terzetto di italo-americani che hanno avuto un ruolo importante nella genesi jazzistica (sostanzialmente tra la fine dei Dieci e i primi anni Trenta) è Joe Venuti, violinista e amico intimo di Eddie Lang, il chitarrista con il quale legherà le sue vicende personali e artistiche e la cui scomparsa segnerà anche il graduale oblio del protagonista di questo articolo… Giuseppe “Joe” Venuti, musicista che ha innovato fortemente l’utilizzo del suo strumento ad arco nel mondo del jazz, identifica la sua biografia con il primo periodo della storia di questo genere, dove realtà e aneddotica si mischiano tra loro, contribuendo a creare un’aura leggendaria, collettiva e individuale, legata al contesto della scena e alle vicende delle figure coinvolte.

Nato nel 1903 (ma, come spesso accade per i misteriosi strumentisti del jazz primigenio, la data non è sicura), Venuti cresce nella Philadelphia di inizio Novecento, dove conosce l’amico di sempre, Salvatore Massaro (il futuro Eddie Lang) e dove inizia lo studio del violino con Michael Sciapiro, violinista presso l’orchestra di Leopold Stokowski. Le prime esperienze professionali risalgono al 1918, nella band del pianista italo-americano Chick Granese e successivamente con l’inizio del sodalizio con Lang, con il quale suonava un repertorio misto di arrangiamenti di musica classica, ragtime, mazurke e polke. L’inizio degli anni Venti vedrà il duo collaborare spesso e in maniera consistente sia in piccoli organici sia all’interno delle più importanti orchestre statunitensi: la prima fu una delle tante gestite da Jean Goldkette, ex-pianista classico che nei ruggenti anni Venti aveva deciso di intraprendere il business delle orchestre, arrivando a gestirne anche una ventina in contemporanea (una su tutte, quella di Fletcher Henderson) e ospitando i migliori solisti dell’epoca, da Beiderbecke a Trumbauer fino ai fratelli Dorsey.

Nel 1925 Venuti inizia a lavorare con l’orchestra di Roger Wolfe Kahn, musicista figlio di un ricco banchiere, caratteristica che gli consentiva di pagare lauti cachet ai suoi orchestrali. Il repertorio era composto da brani sostanzialmente “commerciali”, con una predominanza della sezione fiati. Parallelamente a questo progetto, nel 1926 Venuti debutta con un organico a suo nome, insieme a Lang, registrando nel settembre dello stesso anno un paio di brani per la Columbia, tra cui una versione riarrangiata del classico “Tiger Rag” e “Black Blue Bottom”, brano che permette al violinista di esibire la propria tecnica, con la possibilità di suonare anche tre o quattro corde contemporaneamente, senza mai scadere nel virtuosismo fine a se stesso.

L’anno successivo viene creato un progetto stabile denominato Joe Venuti’s Blue Four, con Rollini al sax, Schutt al piano baritono (strumento inusuale nel jazz del primo Novecento e quindi vera e propria chicca artistica) e l’immancabile Lang alla chitarra, con le saltuarie presenze di musicisti del calibro di Jimmy Dorsey o Frank Trumbauer. Contemporaneamente Joe non rinuncia a esibirsi a New York con l’orchestra di Rollini, tra brani famosi (“Blue Room”, “Little Girl”) e titoli propriamente jazz (“Dinah”, “I’ve Found a News Baby”).

La fine degli anni Venti decreta il successo artistico e professionale di Joe Venuti, soprattutto nei progetti che lo vedevano a fianco dell’immancabile Lang. In alcuni casi, il loro fu definito addirittura come il primo esempio di “jazz da camera”. Inoltre Venuti fu l’artefice dell’affermazione del proprio strumento all’interno del jazz. Il violino aveva già conosciuto un discreto successo nel ragtime d’inizio Novecento, ma non aveva ancora espresso le sue potenzialità artistiche e sonore, dato che fu sino ad allora sostanzialmente rilegato a un ruolo di secondo piano e utilizzato per i suoi effetti “rumoristici”… Bisognerà attendere l’emergere delle grandi orchestre, come quella di Paul Whiteman, o di altri grandi solisti, come Stéphane Grappelli, affinché il violino ritorni ad avere un ruolo di primo piano nel mondo della musica jazz. Nel 1928 Venuti debutta con un nuovo progetto orchestrale, i New Yorkers, e continua a prestare la sua arte come accompagnatore per importanti cantanti dell’epoca, da Irene Beasley a Annette Hanshaw.

Nell’anno successiLa nascita del jazz bianco: tre casi italo-americani (ultima parte)vo arriva la chiamata dell’orchestra di Whiteman, con la quale Venuti intraprenderà una lunga e fortunata serie di tournée, che culmineranno nel maggio dello stesso anno con la registrazione delle musiche per il film “King of Jazz”. Nel film il violinista compare in diversi e brevi momenti, in duo con Lang oppure con un sestetto di violini. L’esperienza con questa orchestra sarà una tappa fondamentale nella carriera di Venuti, in un organico che, nonostante le accuse di corruzione del vero spirito jazz, fu la palestra per musicisti come Beiderbecke o i fratelli Dorsey, utilizzò per prima sezioni di ance e ottoni e debuttò con successo in Europa, senza dimenticare il fatto di avere un vocalist dello spessore e dell’importanza di Bing Crosby.

Nei primi anni Trenta Venuti lavora anche molto in studio, con varie formazioni e diversi progetti, tra cui è importante ricordare una sorta di All Stars Band che vede la compresenza di musicisti del calibro dei fratelli Teagarden, Benny Goodman e Frank Signorelli (vennero registrati per la Vocalion quattro brani, tra cui un blues di W.C. Handy, “Beale Street Blues”). Le ristrettezze economiche derivanti dall’acuirsi degli effetti della Grande Depressione lo costringono ad accettare lavori non propriamente jazz, anche se Venuti riesce lo stesso a portare avanti progetti con i suoi Blue Five, i Blue Six e con l’orchestra di Rollini.

La nascita del jazz bianco: tre casi italo-americani (ultima parte)Il 1932, però, segnerà un punto di ritorno nella sua carriera: il 26 marzo, per i postumi di una semplice operazione alle tonsille, muore il suo fraterno amico e inseparabile collega Eddie Lang… dopo un lungo periodo di inattività durato sette mesi, Joe tornerà a incidere per alcune canti dell’epoca e per progetti jazz come l’orchestra dei Dorsey Brothers oppure con quella di Goodman. Fu così che, a partire dalla metà degli anni Trenta, la parabola artistica di Joe Venuti comincia a declinare con sempre maggiore rapidità, sia per la scomparsa della sua “metà artistica” sia a causa di una sempre maggiore rapidità evolutiva del contesto musicale nel mondo del jazz, che poco conciliava con le proposte del violinista italo-americano. A parte una breve tournée europea a Londra e qualche sporadica apparizione in sala di registrazione, dal 1935 Venuti si limita ad accompagnare le orchestre da ballo in grandi alberghi a Los Angeles e a Las Vegas. Lo ritroviamo poi a metà degli anni Cinquanta alla MGM, in compagnia del suo vecchio compagno di avventure musicali, Bing Crosby, con il quale registrerà una serie di trasmissioni radiofoniche, per poi prendere parte alla realizzazione di una breve serie di filmati per la televisione e per il cinema, in qualità di musicista e di attore.

Il suo ritorno La nascita del jazz bianco: tre casi italo-americani (ultima parte)in scena avviene verso la fine degli anni Sessanta quando, per opera di un’operazione dal sapore nostalgico opera dell’impresario George Wein, Venuti si esibisce al Festival di Monterey del 1968, con una formazione chiamata appositamente Newport All Stars. Il violinista sperimenta così a sorpresa una seconda giovinezza professionale, soprattutto grazie all’affermazione in Europa di una vasta scena dal sapore revivalistico.

Nella sua seconda patria, l’Italia, Venuti suonerà con regolarità dal 1969, anche in compagnia di musicisti italiani (con Lino Patruno instaurerà un breve ma intenso rapporto professionale e umano, registrando anche due album) e presentando nel 1971 il Concerto in fa per violino e orchestra (lavoro che per problemi artistici e organizzativi non debuttò, come da accordi, alla Fenice di Venezia, ma venne in seguito registrato dall’orchestra Rai e successivamente mandato in onda all’interno di una trasmissione radiofonica).

Joe Venuti rappresenta per la storia della musica jazz una figura fondamentale, affermando il suo strumento in un periodo in cui il violino stava perdendo progressivamente di importanza, specialmente negli organici di piccole dimensioni. Lo stile di Venuti si differenzia in modo molto sostanziale da quello dei suoi colleghi, in modo particolare dai musicisti di colore… se Eddie South, l’”angelo nero del violino” (come venne definito da Leonard Feather, importante critico musicale), si caratterizzava per un carattere scarno e grintoso ma anche più ruvido, Venuti faceva risaltare il suo carattere “accademico” e più levigato. Il violinista italo-americano, a differenza del suo amico e collega Lang, non diede molto peso alla componente nero-blues dell’allora nascente jazz, preferendo immettere nel neonato genere piuttosto uno spirito e uno stile che si richiamava alla musica colta europea.

Insieme a Lang, però, Venuti diede vita a una collaborazione che andava dalle grandi orchestre fino ai piccoli gruppi, con punte di eccellenza nei loro duetti: questi, primi esempi del cosiddetto jazz da camera, saranno l’antecedente più immediato di formazioni come il Quintette du Hot Club de France del violinista francese Stéphane Grappelli (non a caso estimatore, amico e collaboratore di Venuti) e del chitarrista tzigano Django Reinhardt.

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