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La nascita del jazz bianco: tre casi italo-americani (seconda parte)

La nascita del jazz bianco: tre casi italo-americani (seconda parte)La seconda parte di questa breve ricognizione storica sulle origini del jazz, e sul ruolo che vi ebbero i musicisti di provenienza italiana, ci porta a soffermarci sulla figura di Eddie Lang, chitarrista attivo tra gli anni Venti e i primi anni Trenta, che nonostante la sua breve carriera (interrotta da una morte prematura e inaspettata) riuscì a imporsi come uno dei musicisti più importanti, sia sul versante tecnico, sia per quanto riguarda l’evoluzione della scrittura in campo jazzistico.

Salvatore Massaro (questo il suo vero nome) era l’ultimo di otto figli di emigranti molisani, trasferitisi a Philadelphia alla fine dell’Ottocento: la sua data di nascita è fisata nel 1902, nonostante il fatto che il riferimento sia ancora in qualche modo oggetto di discussione tra gli storici. Salvatore iniziò fin da piccolo ad accostarsi alla musica, prima con una chitarra costruitagli con mezzi di fortuna dal padre (si trattava di un setaccio per lenticchie), poi ricevendo per quasi un decennio lezioni di violino e successivamente suonando questo strumento nella band della James Campbell School, istituto scolastico nel quale era iscritto.

Il debutto vero e proprio, però, avvenne nel 1918, insieme a colui che fino alla sua morte divenne un amico e un collega insostituibile, vale a dire il violinista italo-americano Joe Venuti: in questo primo organico Lang (il nome d’arte fu preso in prestito da un importante giocatore di baseball dell’epoca, sport del quale il giovane Salvatore era un accanito fan) esordì al banjo, banco di prova per la sua futura carriera, con un bravura tale che venne notato e scritturato, nel giro di breve tempo, dal batterista e direttore di orchestra Charles Kerr. Questo nuovo gruppo, così come il precedente, era sostanzialmente composto da musicisti della stessa nazionalità, cosa molto comune all’epoca.

Nel giro di poco tempo Lang riuscì a ritagliarsi un posto stabile e una solida reputazione all’interno della band così come nel circuito musicale di Philadelphia: nel luglio del ’23, infatti, registrò i suoi primi (tre) brani su disco e, sempre nello stesso anno, venne scritturato a New York per uno spettacolo del cantante e attore Frank Fay. La carriera del chitarrista italo-americano cominciò a essere sempre più densa di collaborazioni, prima con l’orchestra di Al Burt e poi, sul finire del ’23, con una breve ma intensa esperienza negli Scranton Sirens di un giovane Tommy Dorsey.

Mound City Blue Blowers (Eddie Lang alla chitarra)Fu però l’opportunità successiva, quella con i Mound City Blue Blowers, a offrire a Lang l’occasione per dimostrare tutto il suo talento tecnico e artistico. Nati come un terzetto (chiamato Novelty Jazz Trio), con l’entrata di Lang, i Mound ottennero un inaspettato successo, principalmente tra il pubblico universitario (bianco) e contribuirono a modernizzare il jazz attraverso il tentativo di riadattare brani di matrice blues. L’organico era abbastanza eterogeneo e inusuale, visto che era composto da kazoo (un piccolo tubo metallico con all’interno una membra vibrante, suonato come fosse un fiato), banjo e pettine (proprio l’oggetto domestico, avvolto nella carta velina…), oltre naturalmente alla chitarra.

Nel dicembre del ’24 vennero incisi i primi brani con il nuovo gruppo (“Tiger Rag” e “Deep Second Street Blues”), nei quali la chitarra di Lang iniziò a farsi notare la sua impronta: lo strumento suona come un contrabbasso, marcando i quarti e, abbastanza spesso, concedendosi qualche primo e breve break solistico. La tecnica chitarristica e una costruzione armonica più densa riescono, in questo modo, ad abbinarsi a una esposizione melodica realizzata con il kazoo, il quale imita la voce umana o i versi animali. Il successo procurò alla band numerose scritture, tra le quali anche una tournée in Inghilterra (la prima e unica occasione in cui Lang si esibì all’estero), e il ritorno in sala d’incisione.

Conclusa l’esperienza con i Mound, Eddie lavorò in diversi ambiti, dall’accompagnamento di cantanti (Norman Clark, Peggy English) all’inserimento in compagini orchestrali (Ross Grossman, il già citato Kerr e Val Adley): furono proprio le orchestre uno dei suoi ambiti di più fulgida espressione, nelle quali il chitarrista era sempre più apprezzato per le sue doti che conciliavano una duttilità tecnica con una sempre più completa espressività artistica. Il primo dei grandi organici fu la Roger Wolfe Kahn Orchestra, nella quale Lang si limitava a un mero ruolo ritmico, con un repertorio composto essenzialmente di brani molto conosciuti e destinati a un largo successo; la seconda grande orchestra fu quella di Jean Goldkette, con la quale nell’ottobre del ’26 Lang registrò sette brani, ritrovandovi l’amico-collega Venuti.

L’anno si chiuse con l’affermazione definitiva del chitarrista, il quale collaborò anche con i Five Pennies di Red Nichols (nei quali c’era anche Tommy Dorsey) e, in maniera del tutto antitetica, con tutta una serie di cantanti di successo, da Russell Douglas a Peggy English.

Il 1927 iniziò con le registrazioni con l’orchestra del sassofonista Frank Trumbauer, nella quale Lang si trovò a suonare anche con Bix Beiderbecke e a esprimersi con i primi brani a suo nome: se “April Kisses” e “Eddie’s Twister” segnano il suo debutto, con la riduzione del “Preludio opera 3 numero 2” Lang si confronta addirittura con il repertorio colto (nello specifico di Sergej Rachmaninov), influenzato in questo dall’ascolto diretto di una tournée americana del chitarrista classico Andrés Segovia.

La duttilità e la curiosità musicale di Lang sembrano non avere limiti, come dimostra il suo esordio addirittura nel mercato dei Race Records, cioè della discografia prodotta esclusivamente per la popolazione afroamericana (e per la quale adottò lo pseudonimo di Blind Willie Dunn): il 31 maggio vennero registrati tre brani negli studi della Okeh, mentre un anno più tardi (dopo vari impegni con orchestre e cantanti) Lang si trovò a incidere nientemeno che con uno dei nomi tutelari del jazz, cioè con Joe “King” Oliver e la sua cornetta. L’apice di tale carriera può essere considerato, però, la sessione del 5 marzo 1929, nella quale il nostro chitarrista ebbe al suo fianco Louis Armstrong (che certo non ha bisogno di presentazioni…), per uno dei primi tentativi di orchestra mista nella storia del jazz. L’unico rimpianto è che di quella session solo un brano fu pubblicato: “Knockin’ A Jug“. Completano l’olimpo delle collaborazioni con i big della musica afroamericana del tempo i nomi del chitarrista Lonnie Johnson e della cantante Bessie Smith (con quest’ultima ebbe modo di registrare solo tre brani).

Ormai Lang era divenuto il chitarrista bianco più richiesto e non a caso… guardando in retrospettiva il suo lavoro, ci si accorge che il musicista italo-americano ha davvero contribuito in modo notevole all’affermazione della chitarra nel mondo del jazz. Se precedentemente questo strumento era utilizzato soprattutto a livello ritmico, grazie all’apporto di gente come Lang la chitarra si affermò rapidamente, provocando l’abbandono del banjo. Addirittura il suo stesso modello di chitarra, la Gibson L5, divenne l’icona di questo strumento nel jazz, venendo adottata da quasi tutti i musicisti.

Bing Crosby e Eddie LangIl curriculum di Lang non era ancora del tutto completo, mancando un nome essenziale per la parte finale della sua carriera: Bing Crosby. Crosby, forse il più celebre cantante americano novecentesco insieme a Frank Sinatra e a Elvis Presley, collaborò con il musicista dal 23 maggio 1929 (con “I Kiss Your Hand Madame” e “Baby, Oh! Where Can You Be?”) fino al 9 febbraio 1933 (data della loro ultima registrazione insieme), supportati frequentemente dall’orchestra di Victor Young. Il sodalizio continuò con varie tournée attraverso gli Stati Uniti e la realizzazione, ottenuta grazie a un importante contratto con la casa cinematografica Paramount, di una serie di film e documentari, nei quali la coppia si esibiva nell’esecuzione di alcuni dei brani più noti dello stesso Crosby.

Quella che si era oramai delineata come una carriera tra le più luminose della storia del jazz (ma anche della musica leggera americana) fu interrotta bruscamente e fatalmente da un tragico intervento del destino: nel pomeriggio del 26 marzo 1933 Eddie Lang morì all’ospedale di New York per i postumi di una banale operazione alle tonsille.

L’importanza di Lang sta nell’aver affermato con decisione e con maestria l’uso della chitarra: fino a quel momento, infatti, era il banjo lo strumento a corde principalmente usato nella sezione ritmica, soprattutto a causa del suono metallico che risultava più incisivo e percussivo. La chitarra divenne così il suo strumento principe, suonato a volte con il plettro ed a volte con le dita: la mancanza di potenza sonora in fase di registrazione veniva integrata tramite l’uso di microfoni ben bilanciati. Fu il session man più richiesto nel mondo della musica statunitense a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, dimostrato in questo dalla sua discografia che vanta più di cinquecento registrazioni in poco più di nove anni. Divise la sua attività principalmente tra le grandi orchestre e l’accompagnamento di cantanti, anche se fondamentali restano le sue registrazioni con l’amico di sempre, il violinista Joe Venuti, e con i più grandi musicisti della musica jazz, sia bianchi che di colore.

Dopo la scomparsa prematura di Lang, il jazz dovrà aspettare l’arrivo di musicisti come Django Reinhardt o Charlie Christian per riempire il vuoto stilistico e tecnico lasciato dal chitarrista italo-americano.

Per chi volesse ascoltare il repertorio di Lang, e del jazz degli albori in generale, c’è www.redhotjazz.com, sito nel quale è possibile ascoltare in streming un vasto repertorio di questo genere musicale.

 

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