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La nascita del jazz bianco: tre casi italo-americani (prima parte)

dixielandDetto semplice semplice, la ricerca storica è principalmente studio e scavo sulle cause di un evento o sulle modalità di svolgimento di un fatto. Un lavoro che, ovviamente, necessità di fonti scritte oppure orali più o meno valide e consolidate. Anche la storia della musica non è esente da questa impostazione, soprattutto per quanto riguarda quelle epoche o quei contesti dove le fonti appartengono al popolo e hanno pochissimo di istituzionale. Il jazz, in particolare, rappresenta un esempio lampante di ambiguità e problematicità storiografica. Le fonti, com’è noto, non riescono ancora a fare luce in maniera precisa sulla genesi di questo genere musicale e tanti sono gli interrogativi irrisolti. Da dove deriva la parola jazz? Chi è stato il primo musicista a suonare con tale stile? Il jazz è un genere legato totalmente alla storia e al contributo della comunità afro-americana oppure deriva dal melting pot tipicamente statunitense? Il jazz è un genere colto, folk oppure appartiene a quel grande calderone che è la popular music?

Troppe domande per un solo (e breve) articolo! Meglio concentrarsi quindi su un argomento ben preciso, un pezzo di storia delimitato e che ci riguarda da più vicino, non fosse altro perché i suoi protagonisti hanno a che fare con l’Italia, o meglio con gli italiani…

Non tutti sanno che le origini del jazz passano anche per la storia di tre musicisti italiani (o italo-americani), figure che hanno lasciato la loro firma sulla genesi di questo genere e che per troppo tempo, forse più in Italia che negli States, sono stati confinati nel dimenticatoio, a vantaggio di musicisti ben più famosi ma non per questo più importanti. In questo articolo parleremo di Nick La Rocca, Eddie Lang e Joe Venuti: tre strumentisti tuttora semi-sconosciuti al grande pubblico, i cui nomi americanizzati dicono molto sulla loro biografia. La prima informazione fondamentale è di natura temporale: tutti e tre operarono, grossomodo, tra la metà degli anni Dieci e la prima parte dei Trenta.

La paternità geografica del jazz può essere polarizzata attorno a pochi grandi centri urbani: a Sud con New Orleans e al Nord con Chicago e New York. E se la prima città è fondamentale per la nascita e l’affermazione del dixieland, alle altre due spetta il compito di aver dato un impulso decisivo alla propagazione del jazz sia dal punto di vista dell’integrazione culturale, sia dal punto di vista della promozione (discografica prima e radiofonica poi). New Orleans, città portuale del grande Sud, rappresentò dalla fine dell’Ottocento un punto di incrocio tra le diverse anime della giovane America: discendenti dei dominatori bianchi e degli schiavi neri, popolazione creola e nuovi immigrati europei (italiani, francesi, tedeschi, irlandesi, slavi), tutti concorrevano alla creazione di un eterogeneo panorama culturale e musicale. Il sottobosco artistico si esprimeva, contemporaneamente, attraverso forme musicali come il ragtime, il blues, i minstrels show, le marce militari, la musica bandisitica e le danze di provenienza europea (polche, valzer, tarantelle, mazurke…). I momenti di esibizione erano anch’essi molto vari, dalle onoranze funebri alle promozioni pubblicitarie, dalle feste di quartiere fino alle notti nei bordelli di Storyville, il noto quartiere a luci rosse sviluppatosi in una zona ben localizzata di New Orleans.

Reliance Brass BandPer quanto il contesto culturale fosse abbastanza promiscuo, lo stile musicale della componente bianca era differente da quello della controparte nera o creola. Il termine jazz era quasi a completo appannaggio degli afroamericani, mentre il lemma specifico per indicare la musica delle marching band bianche era Dixieland (la parola sembra derivi da dix, ovvero il nomignolo dato dai francesi alla banconota di dieci dollari, con cui si poteva acquistare la prestazione giornaliera di un’intera banda, oppure dal nome del cartografo americano Dixon…).

In questo sottogenere l’organico delle band era bipartito, con una sezione melodico-solistica (clarinetto, cornetta o tromba e trombone) e una sezione ritmica (pianoforte, batteria e contrabbasso o bassotuba, incidentalmente il banjo o la chitarra). Strumento leader era la cornetta (che aveva sostituito il violino), alla quale si affiancava il clarinetto con funzioni da contrappunto, mentre il trombone mescolava interventi ritmico-melodici con il suo particolare glissando (chiamato tailgate). La sezione ritmica vedeva una scansione regolare del beat da parte della batteria e degli accordi del pianoforte, con il basso che si limitava a scandire la tonica degli accordi. Il repertorio era suonato su tempi veloci, privi di improvvisazione, con uno stile abbastanza freddo e meccanico che puntava soprattutto sul forte impatto emotivo che la musica poteva trasmettere con l’unisono, le sovrapposizioni melodiche e i crescendo. I primi nomi importanti di questo genere musicale furono Jack “Papa” Laine (e la sua Reliance Brass Band), Tom Brown, i New Orleans Rhythm Kings e soprattutto la Original Dixieland Jazz Band, il cui leader era proprio Nick La Rocca.

Nick (Dominick James) La Rocca nasce a New Orleans nel 1889, figlio di un emigrato siciliano (anch’egli suonatore di cornetta), da cui apprende i primi rudimenti in materia di musica. Nel 1905 esordisce in una locale orchestra da ballo, mentre tre anni dopo conosce Larry Shields, altra colonna portante della O.D.J.B.: entrambi diventeranno poi componenti della Reliance di Laine e, dopo varie vicissitudini contrattuali, fondarono nel 1916 un proprio gruppo, appunto l’Original Band.

Il successo della orchestrina dixie di La Rocca fu molto rapido e consentì loro, tramite l’interessamento dell’attore Al Jolson, di ottenere importanti contratti a New York, in locali di alto livello riservati esclusivamente al pubblico bianco. Il loro successo derivava da una “standardizzazione” del metro della musica da ballo (eliminando quindi l’elemento della sincope), da una frenesia ritmica realizzata con tempi veloci e da una serie di effetti rumoristici prodotti dagli strumenti e che imitavano il verso degli animali o dei nuovi suoni urbani.

Original Dixieland Jazz Band (con Nick La Rocca al centro) Il mondo della discografia si accorse ben presto della O.D.J.B. e, dopo una prima registrazione realizzata il 31 gennaio 1917 e scartata per una cattiva qualità di ripresa, il 26 febbraio vennero registrati (negli studi Victor) i primi due brani che convenzionalmente rientrano nella storia del jazz: “Dixieland Jass One Step” e “Livery Stable Blues”. Le vendite del disco arrivarono alla cifra record di un milione e mezzo di copie (superando anche i numeri di un certo Caruso…), consentendo così alla band di effettuare nuove registrazioni il mese successivo. In seguito vennero incisi nuovi brani per la Aeolian e arrivò la proposta per la registrazione di un film muto, The Good for Nothing (10 dicembre 1917).

La notorietà del gruppo di jazzisti travalicò i confini nazionali arrivando fino in Europa, dove l’orchestrina effettuò una tournée di diciassette mesi a partire dall’aprile del 1919: la Original ebbe anche l’onore di suonare ai festeggiamenti ufficiali per la fine della Prima Guerra Mondiale, in presenza del re inglese Carlo V e dei generali rappresentanti dei Paesi vincitori. Vennero organizzate anche nuove registrazioni, dal carattere più melodico (il punto di riferimento era la musica di compositori come Irving Berlin) e con l’eliminazione degli effetti rumoristici: il brano “Soudan” vendette oltre due milioni di copie.

Il ritorno in patria avvenne nell’agosto 1920, con la Victor intenzionata a capitalizzare la notorietà della band e con l’organico che cambiava continuamente musicisti (ma non La Rocca, che rimaneva il leader indiscusso). Nel 1923 la O.D.J.B. fu anche il primo gruppo a suonare musica jazz alla radio, ma l’anno successivo l’organico si sciolse (tra continue liti interne e leggi sempre più restrittive nei confronti della musica jazz): la comparsa delle orchestre di Paul Whiteman sul versante “bianco” e degli Hot Five di Armstrong sul versante “nero” soppiantarono ben presto, sia in termini stilistici sia in termini di gusto, la proposta musicale di La Rocca.

Questi fu inattivo per circa un decennio fin quando, nel 1936, decise di rimettere in piedi il vecchio gruppo dixieland con i musicisti e colleghi storici: ottenuto un contratto dalla NBC Red Network, La Rocca effettuò nuove registrazioni, allargando l’organico fino a quattordici elementi e partecipando agli show radiofonici di Benny Goodman. La fine ultima fu però decretata nel 1938, quando la band si sciolse definitivamente, dopo varie tournée in giro per gli Stati Uniti.

Nick La Rocca negli ultimi anni di vitaRitornato a New Orleans alla sua attività di costruttore edile, La Rocca passò gli ultimi anni della sua vita al riconoscimento della primogenitura dell’O.D.J.B. nella creazione del jazz: «Non c’era jazz, non c’era jazz a New Orleans fino alla formazione della Original Dixieland Jazz Band».

Nick La Rocca morì a New Orleans, all’età di settantadue anni, il 22 febbraio 1961.

In definitiva La Rocca ha rappresentato perfettamente la stagione iniziale del primo jazz, periodo in cui pochi grandi musicisti si mischiavano ad una moltitudine di dilettanti e dove la spregiudicatezza a volte contava molto più della bravura: egli rappresentò una base di partenza, almeno per i musicisti bianchi della sua generazione. Esercitò una notevole influenza sui cornettisti della sua epoca: Bix Beiderbecke, Paul Mares, Phil Napoleon, Red Nichols ammisero che La Rocca era stata la loro prima ispirazione. Lo stesso Beiderbecke, in una delle sue prime registrazioni, rese omaggio a La Rocca incidendo, per conto della Okeh nel maggio del 1927, tre titoli tra i più famosi dell’O.D.J.B.: “At the Jazz Band Ball”, “Jazz Me Blues” e “Royal Garden Blues”.

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