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Julian “Cannonball” Adderley

Cannonball

 Il 9 marzo del 1958 l’altosassofonista Julian Adderley, detto Cannonball, entra in studio per registrare un nuovo disco solista. Porta con sé quattro musicisti incredibili e, ovviamente, il suo sax. Adderley è uno dei sassofonisti più importanti della sua generazione; non ha ancora raggiunto i risultati che meriterebbe, ma ha alle spalle lo studio appassionato del verbo bop di Charlie Parker, un sodalizio con il re del cool Miles Davis e un’innata sensibilità blues. Al piano c’è Hank Jones, un compositore preciso e affidabile, dall’animo swing. Dietro la batteria siede il preciso Art Blakey, dal drumming legato alla scuola hard bop e vicino ai territori del nuovo funk. Al basso c’è Sam Jones, eroe della scena newyorkese e autore dello standard “Del Sasser”. Alla tromba c’è un certo Miles Davis. Ed è una delle rarissime occasioni in cui il Davis “famoso” e pulito (dai narcotici pesanti) partecipa come side-man per un album. Alla base di questa scelta c’è il profondo rispetto che Davis nutre per Cannonball Adderley, che aveva preso nel suo quintetto al posto di Coltrane, allontanato per i suoi problemi di droga (col rientro di Coltrane, Davis non volle però rinunciare ad Adderley e trasformò il quintetto nel famoso sestetto di “Kind Of Blue”). Queste cinque personalità così diverse e così forti, daranno vita a un sofisticato album di jazz superlativo, intitolato “Somethin’ Else”, miscelando con successo be-bop, hard-bop, cool, un pizzico di blues e mainstream jazz.

Alla testa del combo c’è Adderley, detto palla di cannone, per la sua stazza e il suo appetito. Un omone nato a Tempa, in Florida, il 15 settembre 1928. La sua vocazione musicale nasce in adolescenza, quando si avvicina alla tromba. Successivamente passa, con profitto, al sassofono, suonando con il fratello Nat (alla cornetta e poi alla tromba) in un complesso di jazz fortemente influenzato dal blues. Nel 1950 si trasferisce per la prima volta a New York dove comincia a frequentare il panorama musicale della metropoli. Torna in Florida per specializzarsi accademicamente e provare la carriera da insegnante di sassofono. Nel ’52 entra in esercito, dove s’inventa una grande banda musicale che spopola tra i commilitoni. Intanto studia la musica di Bird, Charlie Parker, e prova a superare la formalità blues che caratterizza il suo suono, ascoltando e imitando i boppers più selvaggi. Sono i mesi in cui si trasforma in un “duro” dello strumento. Incide alcuni album con il fratello, che non hanno molto successo, né risonanza nell’ambiente. Nel ’55 è ancora a New York per una serie di serate al Cafè Bohemia, nuovo locale del Greenwich Village dove accompagna il bassista Oscar Pettiford. Nel ’57 viene notato, o meglio rinotato, da Miles Davis, che lo vuole nel suo quintetto. Dopo gli episodi minori di “Sophisticated Swing” del 1957 e il be-bop classico di “Cannonball’s Sharpshooters” del 1958 (per la EmArcy e la Mercury, due etichette che lasciavano poca libertà artistica al musicista della Florida), Adderley registra per la Blue Note il suo disco capolavoro: “Somethin’ Else”. Davis partecipa come co-solista ed è autore del brano fortemente blues che dà il titolo all’album. Sempre Davis suggerisce ad Adderley di contaminare il suo bop in senso hard e di coverizzare “Dancing in the Dark” (dove però Davis non compare) del compositore  Arthur Schwartz. Il resto del disco affronta mirabilmente standard del calibro di “Autumn Leaves” e “Love for Sale” e il forte Blues “One for Daddy-O”, scritto da Nat Adderley. Cannonball suona il suo contralto con stile potente e precisissimo, raggiungendo picchi di limpida espressività. Il suo background blues, che lo porta a improvvisare su linee guida mai fuori armonia, è la matrice più importante del sound, in combinazione con il tecnicismo accademico, la velocità hard bop, la sensibilità classica e il colore mediterraneo e gioviale delle sue note.

L’anno dopo incide il suo nono album solista, “Portrait of Cannonball” per la Riverside, collaborando con Bill Evans e Blue Mitchell e normalizzando il suo bop in una forma sicura e caratterizzata da grande appeal. Sempre nello stesso anno registra un album con l’orchestra, “Jump for Joy”, suonando standard di Ellington e di Webster. Gli stupendi arrangiamenti e la sapienza strumentale di Adderley fanno di questo disco uno dei migliori esempi di jazz orchestrale di fine anni ’50. Intanto registra per Miles Davis tre album fondamentali: “Milestones”, “Porgy and Bess” e  “Kind Of Blue”. Prendendo parte al capolavoro davisiano “Kind Of Blue” entra nel firmamento del jazz diventando un nome noto anche per il pubblico meno specializzato. Con la stessa band (senza Davis) registra il suo live “Cannonball Adderley Quintet in Chicago”, anche conosciuto come “Cannonball & Coltrane”, dove il sassofono esplosivo e solare di Adderley si mescola alla serietà tragica del tenore di John Coltrane. Intanto proseguono i live infuocati con Davis, tra cui un memorabile concerto al Plaza nel 1958, dove Cannonball stabilia tutti in una selvaggia e trascinante “Oleo”. Nel ’61 collabora ancora con Bill Evans e con la sezione ritmica del Modern Jazz Quartet, per il suo album “Know What I Mean?”, fortemente contaminato da sapori soul-jazz. E con gli anni ’60 la musica di Adderley comincia a esplodere in territorio pop, senza trasformarsi in musica commerciale: la finezza dell’interprete ammalia e trascina un pubblico lontano o non iniziato all’ascolto di jazz, restando però fedele alla tradizione costruita su fondamenti bop e blues.

Cannonball esplora con stile e sicurezza da gigante le zone più accattivanti del jazz mainstream collaborando con Nancy Wilson, apre al crossover con il funky e si affaccia in Brasile con il suo “Cannonball’s Bossanova” del 1962, dove riprende, aiutato da Sergio Mendes al piano, brani storici come “Corcovado”, “Minha Saudades” e “O Amor Em Paz”. In questo modo, mostra di essere un attento esegeta delle mode jazzistiche e uno spirito capace di confronto rispetto alle novità e alle nuove frontiere del genere.

 

Adderley ritorna poi a incidere con il suo vecchio gruppo, quello degli esordi, con il fratello Nat, in live di valore come “Nippon Soul”, “Cannonball Adderley’s Fiddler on the Roof” e il fantastico “Mercy, Mercy, Mercy!”, in cui riprende atmosfere Soul-Jazz, esprimendo tutta la sua grinta strumentale e un nuovo feeling funk che farà scuola. La title track scritta dall’ottimo pianista e tastierista Joe Zawinul (più tardi nella band di Davis) è un pezzo funk ipnotico e pieno di richiami gospel, che si adatta benissimo alla forza e allo slancio del Cannonball Adderley Quintet (Cannonball al sax alto, Nat Adderley alla cornetta, Joe Zawinul al piano, Victor Gaskin al basso e Roy McCurdy alla batteria).

Alla fine degli anni ’60 ecco una nuova trasformazione: galvanizzato dall’approvazione dall’amico Davis, abbandona del tutto il suo sound ricco di soul per sperimentare soluzioni fusion e buttarsi a capofitto sulle ultime intuizioni elettriche messe in atto con Zawinul. Passa a suonare il sax soprano e incide album più sperimentali e black, senza però mai abbandonare la finezza dei suoi fraseggi classici, come “Accent On Africa”, edito dalla Capital, dove la ricerca ritmica si fa più importante e il sassofonista si mette a provare cose strane come l’uso del varitone (un fiato elettrificato con tremolo) su vecchi standard o musiche originali tra il classico e il rivoluzionari. Il periodo è quindi consacrato alla contaminazione di generi. In “The Black Messiah” del 1970 prova a cimentarsi in un Jazz-Rock caldo e agguerrito, pieno di percussioni afro e di espressività tribale: come per tanti altri jazzisti, questi anni rappresentano per Cannonball il momento della coscienza politica, dello sfogo civile e della denuncia sociale. La ricerca in campo fusion appare comunque viscerale, sentita, e continuerà fino alla sua morte, nel 1975. Costante in ogni album di Cannonball è il vitalismo dello strumentista, il calore, il blues, il sentimento e la gioia che la sua musica riesce a comunicare, qualsiasi sia il genere affrontato, la moda inseguita e la forma scelta. In ogni stile Adderley riesce a mantenere il suo stile, andando quasi sempre a segno. Come una vera e propria cannonata.

La scelta di uno stile, di una realtà, di una forma di verità… è la scelta di un operare umano. È un atto sociale, dipende dalla situazione storica, a volte è anche un evento relativamente cosciente – si ponderano diverse possibilità e poi si opta per una -, molto più spesso è un agire immediato sulla base di forti intuizioni. Essa è oggettiva solo nel senso dato per opera della situazione storica: anche l’oggettività è un carattere stilistico…” (P. K. Feyerabend, Scienza come arte, 1984)

 

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