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John Coltrane: l’assoluto o quasi

john coltraneJohn Coltrane è il musicista jazz che meglio di chiunque altro ha saputo esprimere e comunicare la profondità poetica dell’effetto lirico, lo strumentista appassionato e ispirato che ha trasformato la potenza spirituale in atto rivoluzionario, attraverso innovazione, cura del suono e un nuovo e più sofisticato approccio tecnico e di studio artistico, come sintesi e coronamento di estetica e misticità. Divinizzato, per le sue note e la sua magnetica e misteriosa personalità, Coltrane incarna, pur profilandosi come autore e interprete personalissimo, l’anello di congiunzione tra be-bop e free jazz, un pezzo fondamentale della storia del jazz colto, conosciuto e ammirato anche dal pubblico medio o popolare.

Fin da giovanissimo, John incanta il pubblico con le sue doti di strumentista al sax contralto e tenore, brillando prima a Philadelphia con Eddie Vinson e poi a New York nell’orchestra di Dizzy Gillespie. Ad Harlem, dove si stabilisce dopo il servizio di leva alle Hawaii, sviluppa il suo gusto be-bop e hard-bop, avvicinandosi all’irrazionalismo espressionistico del nuovo jazz, inasprito dal cinismo metropolitano, dall’alcol e dall’eroina, di cui diventa presto dipendente. Nel 1955 entra in contatto con Miles Davis, giovane ma risoluto bandleader e dotatissimo trombettista, che i critici descrivono come il traghettatore del vecchio suono be-bop al futuro sound battezzato come cool. I due si erano già fiutati qualche anno prima, ma allora Davis non aveva creduto nelle doti del giovane “Trane”, apostrofandolo come un sax tenore troppo insicuro, inferiore a Sonny Rollins… Un paio d’anni dopo il trombettista dovette ricredersi, sbalordito dal suono e dai grandi progressi del silenzioso musicista arrivato in città dalla Carolina del Nord. Senza pensarci due volte lo prende nella sua band. Tra i due musicisti però, almeno all’inizio, c’è dell’attrito, più creativo che personale: Davis è già proiettato verso un ideale di musica libera e ineffabile, Coltrane parte da un background più accademico ed è piuttosto restio alle passionali esplicazioni dell’incontrollabile genio musicale del trombettista. Ma è così che prende vita il famoso e fortunato quintetto del 1956 (con Gerard al piano, il bravissimo Jones alla batteria e Chambers al contrabbasso), dove l’elegante tromba di Miles Davis si amalgama stupendamente al timbro alto e nasale del sassofono di Coltrane. Da queste storiche sessions nascono quattro dischi fondamentali dell’hard-bop: “Cookin’ With…”, “Relaxin’ With…”, “Workin’ With…” e “Steamin’ With…” (tutti incisi per Prestige Records). Il pubblico del Milton’s decreta in pochi mesi il mito della band e di lì a poco anche i critici ammettono il successo di Davis, scrivendo fiumi di parole sull’estasiante suono che esce fuori dalla fusione tra il velluto cangiante della sua tromba e la pienazza timbrica del sax di Trane.

Coltrane assimila la lezione e incide i primi album solisti, come “Dakar” e “Blue Train” (pubblicati solo qualche anno più tardi per la Original Jazz Classics), dischi pregni di blues e tonalità minori, ma incattiviti da un tocco e un ritmo più hard. Più che a Davis, Coltrane sembra però avvicinarsi al mondo di Thelonious Monk, artista per il quale ha lavorato alcuni mesi del ’57: lo stile arpeggiato e veloce e le sheets of notes (manti di note), che diventeranno il marchio di fabbrica del fraseggio del musicista, sembrano un tributo e un completamento dell’arte del grande pianista jazz. Coltrane comincia infatti a suonare frasi musicali sempre più frenetiche e dinamiche, come cascate di scale in rapidissima successione, una pioggia iperritmata di note altissime e poi bassissime, usando il sassofono proprio come se fosse un pianoforte.

In “Soultrane” del ’58 il suono si fa, così, più personale e incatalogabile, superando i limiti canonici dell’hard-bop newyorkese, anche se la rilettura di standard jazz continua a donare ai brani un alone classicheggiante. “Russian Lullaby” è il pezzo più riuscito dell’album. Il classico di Irving Berlin viene violentato con velocità e frenesia, la melodia pare un’onda frastagliata da un vento tempestoso e indomabile. Coltrane è alla ricerca di un sound moderno e accattivante, vicino alla realtà sempre più confusa e contraddittoria della tracotante e decadente New York. Un’ode a Dioniso che viaggia in metropolitana…

Coltrane, Davis, Cannonball, Evans 1959Nel ’59 Davis chiama ancora Coltrane nel suo gruppo per registrare uno degli album più importanti del Novecento, quella pietra miliare della musica colta intitolata “Kind Of Blue”, in cui il trombettista porta a geniale compimento i suoi studi sulla musica modale. La storia è questa: Davis suggerisce alla band di non improvvisare sugli accordi o su una nota, ma sulle scale (i modi). Ne esce fuori qualcosa d’incredibile, un suono metafisico che introduce Coltrane a un senso nuovo, a un’istintiva prossimità emotiva, espressa attraverso qualità tonali e dinamiche fino ad allora inespresse. Il sassofonista, infatti, cova un’innata passione per la spiritualità e per i linguaggi estatici, che si traduce in dominio di contenuti esplicitamente esoterici e mantrici attraverso i nuovi paradigmi di libertà espressiva insegnatigli da Davis. Tali propositi lo conducono a una nuova e profonda crisi artistica, da cui scaturisce l’estasi, mediata dalla maturità tecnica: un pathos che cresce smisuratamente come stile e espirit musicale. Gli assolo del sassofonista (ormai canonica la sua partitura in “So What”) imprimono al disco malinconica suggestione, completando con morbidezza e fluidità il suono indemoniato e suadente della tromba di Davis. In “Flamenco Sketches”, Davis impone alla band di improvvisare su cinque diverse scale, senza però dettarne i tempi o i confini. È così che Coltrane durante la quarta scala (scala minore armonica di Sol) continua a improvvisare il suo tema mentre la band è già passata a un Sol minore settima. L’effetto è straniante ma al tempo stesso affascinante, casuale e poeticamente catartico. Da questo momento Coltrane diventa un gigante della musica, un esteta dalla forte individualità e dal brillante carattere, proiettato interamente verso un jazz sempre più libero e artistico.

Sempre nel ’59 John registra due dischi solisti seminali: “Giant Steps” e “My Favorite Things”. Nel primo disco il sassofonista compie un esperimento di musica maestosa e filosofica: i passi da gigante sono quelli del jazzista che improvvisa su accordi di terza maggiore, croce e delizia di ogni virtuoso, lì dove Coltrane individua i tre vertici armonici del triangolo equilatero musicale (Si, Sol e Mi bemolle) più ardito e affascinante, cifre qualitative che rimandano all’Eterno Ritorno dell’uguale e al pitagorismo, a un continuo rincorrersi della musica in se stessa… I brani sono tutti lavori originali del musicista: tre composizioni modali e due intensissimi blues, diretti dal sound imprevedibilmente timbrico e armonico (fatto di estremi e virtuosismi) del suo sax tenore.

In “My Favorite Things” (album di standard), Coltrane sperimenta il sax soprano (un dono di Davis) e dinamiche più ipnotiche, ispirate alla musica etnica indiana e africana. L’album è registrato con lo storico quartetto completato da McCoy Tyner (piano), Steve Davis (contrabbasso) ed Elvin Jones (batteria). Il suono si fa ancora più nasale e modale, inseguendo un’atmosfera misterica e rituale, utilizzando droni (nella title track, un pezzo leggendario di Richard Rodger, Coltrane improvvisa su un bordone di contrabbasso, un’unica nota sostenuta quasi per l’intera durata del brano) e dissolvenze di tonalità, e una dinamica quasi funambolica nella sua inconsueta espressività. L’uso del soprano (imposto più che suggerito da Miles Davis) conferisce ai brani una dolcezza inusitata per il musicista, che rende il disco uno dei più interessanti lavori del periodo.

Nel 1961 esce un altro album maestoso, “Africa/Brass“, dove il sassofonista cerca di arricchire la propria musica con una sezione aggiunta di corni ed eufoni, toccando lo stile delle vecchie big band. Si tratta del primo disco registrato per la Impulse!, etichetta che godrà enormemente del lavoro di Coltrane. Vengono registrate tre tracce, due indediti e uno standard folk di origine anglosassone (“Greensleeves”). A condurre il gioco sono lo stesso John e l’amico Eric Dolphy… Si parte da un semplice e chiaro presupposto poetico di matrice romantica: bisogna orientare i suoni su strutture sperimentali e libere, ma senza tradire l’atmosfera classica caratterizzata dalla formazione allargata. Alla batteria spicca un pirotecnico e quadratissimo Elvin Jones.

Nel 1964 Coltrane registra “A Love Supreme”, disco poetico e colmo di ispirazione, in cui il sassofonista dà sfogo a tutta la sua tensione spirituale e al suo mondo interiore attraverso la composizione di una preghiera in quattro movimenti. Si ritorna al suono del sax tenore e si affrontano territori free jazz ammorbiditi solo attraverso la purezza espressiva dell’esecuzione. La prima traccia “Acknowledgement” è un mantra sonoro quasi psichedelico, intervallato dal coro che ripete, imitando il basso, il titolo dell’album, come fosse un esicasmo. Sofisticata e incantata l’ultima traccia del disco (“Pslam”), in cui Coltrane recita (suonando il sassofono) una sua poesia inclusa nella cover dell’lp. L’album è il più grande successo commerciale del musicista e da più parti è ricordato come il capolavoro della sua carriera, anche se probabilmente non esprime a pieno diritto il meglio della sua produzione.

Il successivo “Ascension” è sfrenato free jazz impreziosito dalla collaborazione di grandi solisti come Archiee Sheep e Paroah Sanders. Coltrane interiorizza la lezione di Coleman e Dolphy (di cui inizia, poi, a suonare il flauto traverso, regalatogli dalla vedova), abbandonandosi al sofisticato suono informale delle sperimentazioni più aggressive. La sua musica è sempre più proiettata verso un misticismo cosmico, dove le regole formali perdono di senso, annullandosi attraverso l’implosione o l’esplosione melodica. Il quartetto classico diventa sestetto con Art Davis e Jimmy Garrison al basso, Freddie Hubbard e Dewey Johnson alla tromba, Pharoah Sanders al tenore, Marion Brown e John Tchicai al sax alto, Elvin Jones alla batteria, McCoy Tyner al piano… Questo è uno degli ultimi ruggiti dell’artista, che di qui in poi uniformerà il suo stile in un free jazz costruito su fraseggi modali sempre meno innovativi o ispirati: la ricerca del caos lo porterà, infatti, a una decisiva contraddizione tra mondano e ideale, concretezza (la politica, la rivolta, il legame con l’Africa) e astrazione (il misticismo, la religione, ascesi), di cui non si vedrà mai definitiva soluzione. Tra gli ultimi dischi importanti c’è il postumo “Interstellar Space”, uscito su Impulse! nel 1974 grazie alla decisiva intercessione della moglie Alice. Una session piena di forza, furore e saggezza tecnica.

Coltrane muore giovanissimo (a soli quarant’anni) nel 1967 di tumore al fegato, dando vita a un vero e proprio culto. Giustificato, nonostante il fanatismo e il fraintendimento poetico di esegeti e interpreti che sovente tradiscono o mortificano lo spirito originale dell’autore. Ma è quello che succede a tutti i più grandi… Coltrane è uno dei geni più puri della musica dello scorso secolo, un artista da cui è impossibile, e quando dico impossibile intendo impossibile, prescindere. L’orecchio preparato didatticamente e tecnicamente gode di Coltrane allo stesso modo dell’ascoltatore totalmente a digiuno di free jazz o di nozioni musicali. Perché la sua musica è arte, è bella, e lo è per chiunque.

Multum viva vox facit.

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