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Joe Henderson

Joe HendersonCi sono giganti che passi loro accanto e non li noti. È perché sanno stare composti, seri, e muoversi con una grazia che non ti aspetteresti. Sembrano far parte dello sfondo. Per trovarli devi solo andare in giro con la testa perennemente rivolta al cielo, guardare le cose da una certa distanza, con prospettiva o aspettare trent’anni.

Joe Henderson è stato per molti anni (e che anni) tra i migliori sassofonisti in circolazione, senza che nessuno ne celebrasse il genio. Aveva voce, carattere, finezza, inventiva, ritmo e classe. Tutto le caratteristiche che rendono immenso un sassofono tenore. Eppure qualcosa è andato storto e per tutti gli anni ’60 e parte dei ’70 il suo nome, pur celebrato, rimane obliato, surclassato da nomi più chiassosi e affascinanti ma non per forza più validi. Solo negli anni ’90 l’America del jazz si accorge di che straordinario musicista è Henderson e gli tributa i dovuti onori, proclamandolo criticamente come uno dei punti di riferimento per il jazz storico, quello che oggi chiamiamo un classico.

Joe nasce a Lima, in Ohio, nel 1937. Studia il piano, poi si appassiona alla batteria e durante l’adolescenza milita in un paio di gruppetti scolastici. Ascolta molto jazz, il fratello a casa ne ha una bella collezione, e s’innamora della musica di Parker, il suo nume tutelare. Impara a suonare il sassofono col maestro Herbert Murphy che insegna nella high school di zona. Un tipo rigido che pretende precisione, ordine e zelo. Lezioni che Henderson conserverà con la dovuta riserva. La musica è per il giovane sassofonista un istinto irrefrenabile. Come niente fosse inizia a buttare giù le prime partiture musicali che regala agli amici cantanti e alle band del vicinato. Diplomato si trasferisce a Detroit, la città delle fabbriche, e passa le notti nei locali che suonano jazz. Ogni tanto partecipa alle jam imbracciando il sassofono tenore o semplicemente tenendo il tempo con un piede. Qui conosce diversi artisti della scena newyorkese in visita in Michigan. S’iscrive alla Wayne University dove studia flauto e contrabbasso, privatamente continua a perfezionarsi con il sassofono. In questo periodo conosce e frequenta il maestro Larry Teal (flautista dell’orchestra di Detroit, considerato per la sua attività pedagogica come il padre del sassofono del nuovo jazz, the father of american saxophone). Oltre alle esercitazioni accademiche ci sono gli ascolti… Su tutto Joe apprezza la musica di Lester Young, un virtuoso che lo spinge a specializzarsi sugli assolo, sulla precisione timbrica. Qualcuno lo chiama per scrivere arrangiamenti, e così il musicista sbarca il lunario, firmando brani di musica da camera e commistioni jazz-orchestrali come la suite “Swings and Strings”. Nel 1960 parte per il servizio militare. Sbarca prima a Parigi dove conosce Kenny Clarke e Kenny Drew, due maestri del be-bop molto rispettati da Miles Davis, poi nell’amata New York dove può vivere in prima persona l’affascinante fenomeno del hard-bop. Qui conosce il sassofonista Dexter Gordon che lo prende nella sua band e un altro Kerry, che questa volta di cognome fa Dohrman, che lo introduce nel modo della discografia. Ma, diciamocelo, a Joe il rigido hard-bop sta un po’ stretto. Lui ha studiato musica classica, ama la musica latina, l’R&B, l’avanguardia, la ricerca minimalista e persino il rock bianco, ma più di tutto sembra votato a uno stile jazz classico, elegante, troppo raffinato rispetto ai ruggiti del suono di Harlem… Per di più, nella band di Gordon gli sono preclusi gli assolo. Ci vuole qualcosa di nuovo, più spazio… Si unisce così alla band di Horace Silver per il quale scrive e suona l’assolo della hit “Song for My Father” e gira l’America.

Joe HendersonNel 1963 ecco l’occasione di fare da solo. La Blue Note lo mette sotto contratto, convincendolo a seguire lo stile hard (dotarsi dunque di un batterista aggressivo e di un sound più energico), e Henderson è pronto per esordire nel mercato jazz con un disco a suo nome. “Page One”, il primo disco, fatto di standard e composizioni originali. Joe si attarda nell’hard-bop lasciando trasparire elementi classic-jazz, latini e sperimentali tutt’altro che relativi… Il suo sax è abile nell’improvvisazione, si alimenta con carburante newyorkese, ma sa anche tenersi a freno ragionando in termini di partitura rigida. Henderson spazia, forse senza volerlo, dall’hard al freeform, e rinvigorisce le intuizioni di John Coltrane e Sonny Rollins, l’altro grande sassofono tenore del periodo. L’apertura del disco è “Blue Bossa”, lo standard scritto da Kenny Dorham, importante trombettista e autore, presente come sessionista nell’esordio di Henderson. Segue “La Mesha”, sempre di Dorham, e chiude il bellissimo tema di “Out of the Night”, una canzone scritta da Joe con note sentimentali, raffinate e un po’ cerebrali… Alla batteria c’è Pete La Roca, al piano McCoy Tyner (anche se non citato nei credits), al contrabbasso e al doppio basso c’è Butch Warren. Sempre nel 1963 esce “Our Things”. Qui le composizioni sono per la maggior parte di Henderson, solo una di Dorham (“Pedro’s Time”). Il sassofono di Joe si fa infuocato e parlante, in alcuni passaggi lirico, notturno, ammorbidendo la struttura hard in un jazz più neutrale e levigato, quello che i jazzisti definiscono uno stile warm-good-natured. Il fraseggio è semplice, mai sopra le righe, ma pieno di riferimenti colti e passaggi intelligenti. Ottimo il lavoro pianistico del nuovo ingresso, il grande pianista Andrew Hill, un giovane destinato a fare grandi cose. Il terzo album s’intitola “In ‘n Out”. Cambiano il bassista e il batterista. Subentrano infatti  Richard Davis ed Elvin Jones (batterista sopraffino, già attivo nel gruppo storico di Miles Davis con Coltrane e Cannonball, poi membro fisso della band di John Coltrane, dove milita anche il pianista Tyner). La musica è frutto di una strana alchimia. All’apparenza tutto è calmo e ordinato, ma nei solo di Joe si conserva una scintilla, un lampo di costante follia pronto a divampare e bruciare tutto… basta un attimo per trasformare il noto in ignoto, il semplice in inimmaginabile, il conciliante in riottoso. Si avverte aria nuova, esuberante. Il jazz sta cambiando e il sassofonista tiene le antenne drizzate… Il quarto album del 1964, “Inner Urge” si fa espressionista, inquieto, tenebroso, aggressivo. Torna la vecchia atmosfera hard-bop ma appesantita da una coltre di malinconia e mediata con una riconsiderazione delle intuizioni modali (grazie soprattutto all’uso dei pedali e delle scale pianistiche). Ci sono riferimenti alla musica folk spagnola, come in “El Barrio” (grande ritmo, grande melodia), un pezzo costruito su due soli accordi, e al (ri)nascente stile modulare, come “Isotope”, dove il sassofono di Henderson fa quello che vuole. La title track che apre il disco è un lamento, un capolavoro selvaggio, “You Know I Care” di Duke Pearson una love ballad senza età reinterpretata con passione, drammaticità e consapevolezza. La finale “Night and Day” di Cole Porter chiude con stile un album capolavoro che impone Joe come il nuovo grande solista da tenere d’occhio.  Intanto Henderson continua a suonare con Horace Silver (prende parte alle session di “Song For My Father”, disco pieno di influenze brasiliane) e solo nel 1966 torna a un disco solista, questa volta accompagnato dal grande trombettista Lee Morgan col quale ha già collaborato nel 1964 (quando Morgan incise il suo disco solista “The Sidewinder”). L’album si chiama “Made for Joe” ed è l’ultimo lavoro per la Blue Note. Si parla di una possibile collaborazione con Miles Davis, ci sono pure un paio di live insieme, qualche prova, ma non si registra nulla. Partecipa come sessionman a un disco di Herbie Hancock, il nuovo pianista di Davis, suonando il sax e il flauto alto, poi collabora col pianista Andrew Hill.

Alla fine degli anni ’60 Joe passa alla Milestones. Nascono i dischi fusion, sperimentali, dove la voce del sassofono cerca l’eclettismo e la provocazione. Una vera e propria metamorfosi che spiazza amici ed estimatori del musicista. Non tutti i critici apprezzano la svolta del sassofonista, ma Joe tiene duro e porta avanti il suo discorso, suonando funk, bossanova, dialogando con la musica contemporanea minimalista, l’elettronica, usando effetti da musica rock, overdubbing. Secondo molti Joe segue solo una moda, snaturando il suo verbo raffinato e classico. Ed è vero che nei primi anni ’70 molti ex hard-boppers e sperimentatori modali si convertono alla fusion e alla contaminazione spavantati dall’esplosione del rock di protesta e della black music ballabile… Eppure la trasformazione di Henderson non pare particolarmente machiavellica. Qualcosa è effettivamente cambiato. La coscienza sociale e la voglia di confronto stimolando il musicista e i titoli degli album e delle canzoni ne sono conferma sottolineando il sentimento politico che anima il nuovo Henderson. Joe si è avvicinato al black power e album come “Power to the People” del 1969, con Hanckock al piano elettrico ne sono testimonianza. In questo disco fa bella mostra di sé “Black Narcissus”, un brano storico che tiene insieme jazz classico e post-bop. Joe si fa crescere prima baffoni da chicano, poi una barba lunga da rivoluzionario e va avanti con “In Pursuit of Blackness”. Con “Black Is The Colour” entrano in scena le chitarre del rock, i ritmi soul, il basso elettrico, le percussioni, le congas… Henderson utilizza sempre più il flauto e chiama nella band musicisti giovani, eclettici, vicini alla sperimentazione.  Il suo fraseggio imita la chitarra o le tastiere e in “The Elements” del 1973 dialoga con violino, tabla, percussioni nord-africane, arpa e tambura (suonati da Alice Coltrane). “Canyon Lady” è il suo disco latino, più percussivo e sperimentale. Joe sperimenta l’ostinato e linguaggi da vera e propria orchestra salsa. Parallelamente ai dischi per la Milestones, Joe registra alcuni album di standard e jazz più classico con la Verve, come “Four” del 1968, con pezzi immortali come “Autumn Leaves” e “Sturdust”…

Negli anni ’80 Henderson ritorna al jazz classico e a riproporre dal vivo i suoi successi e i pezzi che più apprezza dal jazz americano, da Ellington a Coltrane. Sempre con la Blue Note incide un live fondamentale nel 1986 intitolato “The State of the Tenor, Vols. 1 & 2”, con l’affidabile Ron Carter al basso e il bravo Al Foster alla batteria. Si trasferisce in California, e lavora con l’etichetta italiana Red Records… Sono anni di grandi tour e dischi di riflessione e rievocazioni. Joe viene riscoperto dalla critica e durante i ’90 lo si elegge a nume tutelare del jazz, maestro venerando e ultimo dei grandi sassofonisti tenori viventi. Muore nel 2001 per enfisema.

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