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Jimmy Blanton e la rivoluzione dal basso

Jimmy BlantonJimmy Blanton è considerato dagli storici del jazz e dagli amanti del genere come il primo grande virtuoso del contrabbasso. La sua breve carriera iniziò a soli vent’anni al fianco di uno dei più famosi compositori della storia del jazz, Duke Elligton.

In ambito classico e orchestrale il contrabbasso aveva sempre svolto una funzione ritmica e di sostegno (regge il basso armonico della melodia), rinunciando a qualsiasi velleità solistica. Anche nel jazz, dove figura ancora tra gli strumenti essenziali, a questo cordofono veniva limitamamente chiesto di assecondare un ruolo di accompagnamento. Dal blues e dalle tecniche pianistiche del boogie si era mutuato lo stile del walking bass: un particolare modo di far succedere le note una dietro l’altra, come dei passi, e lo slap, ovvero lo strappare le corde con le dita in senso percussivo. E così lo strumento era riuscito a manifestare grandi potenzialità timbriche e dinamiche all’interno delle prime orchestre jazz, dagli anni ’20 ai ’40, caratterizzando di fatto il suono ballabile del genere.

La rivoluzione avvenne grazie a Blanton. Questi possedeva una tecnica tanto sviluppata e un tocco così raffinato da riuscire a trascendere i limiti strutturali imposti dalla bassezza del suono e dalla tradizione dello strumento. In questo modo veicolò il suo contrabbasso verso nuovi orizzonti melodici, reinventandolo come strumento solista, o quantomeno capace di abbellimenti e armonizzazioni rilevanti. Blanton fu innovatore e allo stesso tempo un conservatore della musica: continuò a utilizzare l’archetto, affiancandolo al pizzicato, di cui fu uno dei pionieri, creando uno stile assoluto e contrappuntistico, la cui influenza sulle successive generazioni di bassisti è infinita.

James “Jimmy” Blanton nacque a Chattanooga, Tennessee, nel 1918. Si racconta che sua madre fosse una buona pianista e che ci tenesse molto all’educazione musicale dei figli. Il suo sogno era quello di vederli ogni domenica in giacca e cravatta sul palco della chiesa ad accompagnare il pastore. Così il giovane Jimmy fu iniziato al violino già durante la prima infanzia. Appena il fisico glielo consentì, passò al contrabbasso, cominciando a suonare in piccole formazioni swing. Nel 1937 entrò a far parte della Jeter-Pilastri Orchestra, suonando un basso a tre corde.

Nel 1939 fu notato da Duke Ellington a St. Louis, mentre suonava in una sala di un albergo. Il grande compositore e direttore, che era lì alloggiato da poche ore, ascoltò il ritmo della banda che suonava nella hall e volle scendere a guardare. Restò impressionato dalla capacità del giovane musicista e lo scritturò immediatamente. In pochissimo tempo Jimmy impose il suo suono e guidò l’orchestra verso una più fluente e sensuale versione di swing, tendente allo spiritual. Egli era in grando di far gonfiare e fluttuare le note e di caratterizzarle con suadente armonia o potente ruvidezza. Non si limitò mai al walking bass, o alla rigidità delle quartine, rifiutando di essere incardinato nella dittatura dei ritmi binari. I suoi assolo rappresentavano da un lato una novità assoluta nel panorama jazz, dall’altra sapevano comunicare una tale brillantezza melodica, imponendosi anche come linea guida per le partiture soliste degli strumenti a fiato. Ellington, insomma, si vide quasi costretto a scrivere alcuni essenzialissimi duetti pianoforte/contrabbasso, solo per poter mettere in massima luce le capacità furoreggianti di Blanton. E quando nel 1940, Ben Webster, si unì come sax tenore fisso alla sua band, Duke Ellington entrò in una delle fasi più felici della sua carriera. Era il momento di spingere per capitalizzare al massimo il momento attraverso decine di sessioni di registrazione e concerti in tutto il mondo. La qualità della sua orchestra era eccezionale, soprattutto grazie alla presenza di Blanton e Webster, due ottimi solisti, entrambi promesse del jazz del futuro. E Webster, infatti, diventò un classico interprete del mainstream jazz e uno dei tenorsassofonisti più famosi della storia. Per Blanton, invece, le cose andarono diversamente…

Alla fine del 1941, Blanton si ammalò gravemente di tubercolosi. Fu così costretto ad abbandonare il tour e le registrazioni con l’orchestra di Ellington. Un anno dopo, a soli ventitré anni, Jimmy morì a Monrovia, California, per la complicazione di una polmonite. Era il 30 luglio 1942 e così si spegneva la fiamma di una talentuosa anima musicale. Puramente consacrata al jazz.

È possibile reperire la sua musica in diverse compilation tematiche. La migliore è sicuramente “Duke Ellington – Never No Lament: The Blanton-Webster Band, 1940-1942” edita dalla Bluebird. Molto interessanti anche “Duke Ellington – The Jimmy Blanton Era” dell’italiana Giants of Jazz e “Solos Duets & Trios”, sempre per Bluebird. Nonostante lo schematismo ritmico e il piccolo spazio espressivo in cui la sua arte risulta confinata, non è difficile intuire la pervasiva potenza geniale di un sessionman raffinato, personale, dotato di incredibile musicalità e gusto per l’innovazione.

Preserva la purezza dell’anima tua. Colui che racchiude in sé il talento deve essere tra tutti il più puro d’anima. Ad altri vien molto perdonato, ma a lui non è dato perdono…” (Nikolaj Gogol’- Il Ritratto)

 


 

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