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Duke Jordan, in volo con Bird

Duke JordanIrving Sidney Duke Jordan è dai più conosciuto come il pianista del quintetto. E quando, in contesto jazz, si parla di quintetto senza aggiungere nessun aggettivo particolare, nessun anno, specificazione o altro riferimento, si sta ovviamente evocando Charlie Parker. Più specificatamente la band che Bird mise insieme dopo il litigio con Dizzy Gillespie assoldando un giovane trombettista chiamato Miles Davis, un solido e intelligente batterista conosciuto come Max Roach, un certo Carley Russer al basso e il bianco Al Haig al piano. Era il 1945, il bebop era al climax, al massimo della sua forza estetica e poetica. Anche il livello di tossicodipendenza di Bird non era così basso…

Ora, i più attenti si saranno accorti che il protagonista della nostra storia non è ancora stato nominato e che non è comparso tra i componenti del famigerato quintet di Parker. Essì. La vita della band fu frenetica ed esplosiva, per altri versi deprimente. Davis racconta di quanto fosse snervante aspettare per ore Bird, vederlo arrivare strafatto, seguirlo dondolarsi sul palco e pensare che la serata sarebbe andata in malora. Alla fine, però, Parker riusciva sempre a recuperare in extremis, a incantare il pubblico e la stessa band con un assolo geniale e imprevisto, a cacciare dal cappello il colpo a effetto salvifico, o a fare il buffone con i clienti del locale per riconquistare la loro simpatia. Il problema vero era che tutti i soldi degli ingaggi sparivano per l’eroina e il gruppo rimaneva sovente a mani vuote. Così dal 1945 al 1947 cambiarono molti componenti di quella band storica. Tranne Davis, che pur arrabbiandosi e protestando era talmente innamorato della musica di Bind da non riuscire a lasciarlo, e Max Roach, un tipo serio che non abbandonava le cose a metà. Nel giro di pochi mesi, al posto di Russel entra il bassista Gaskin, poi Tommy Potter. Al posto di Haig, al piano, si vede Sir Charles Thompson e poi il nostro Duca, Irving Sidney Jordan. E per un anno il quintetto di Parker, con Davis, Potter, Jordan e Roach, fece furore tra i locali di Harlem, insegnando a neri e bianchi cos’era il bebop e cosa poteva ancora diventare. Bird era considerato il miglior sassofonista del mondo. Miles Davis era sempre più apprezzato e qualcuno già lo eleggeva a nuovo genio della tromba. Roach era il bebop, quel ritmo, quella storia. Di Potter si può dire bene ma non troppo. Era quadrato e aveva un bel sound blues, in più era amico dell’eroina e quindi di Bird e, per finire, faceva da collante morale del gruppo. Tommy è insomma il giovane tranquillo ma aperto a tutto che tiene gli animi sedati e mette una buona parola quando la situazione si fa incandescente.

Charlie Parker quintetMa chi è il ragazzo al pianoforte? Il Duca Jordan nasce a New York nel 1922. Uno dei pochissimi jazzisti della scena storica newyorkese a essere nato e cresciuto nella Grande Mela. Irving inizia a farsi notare nell’ambiente a vent’anni. Lineare ma dotato di splendida istintività, il pianista entra a quell’età nei Savory Sultans, l’orchestra di casa alla Savory Ballroom di Harlem, il centro nevralgico degli anni della fine dello swing e della nascita del bebop. Ed è proprio lo swing il primo stile che affascina il Duke minore, poi folgorato dal tocco e dai passaggi armonici di Bud Powell. Molti jazzisti notano il bravo e giovane pianista alla sala di ballo. Il primo è Dizzy Gillespie, poi tocca a Floyd Horsecollar Williams e ancora a Coleman Hawkins, che lo prende nella sua band. Nel 1946 Jordan ritorna però alla musica da ballo e si unisce alla big band di Roy Eldridge. All’epoca, i guadagni maggiori per un musicista venivano proprio da lì, dai concerti con il grande gruppo, dal lavoro con la star da palcoscenico… ma il demone del jazz disdegna i soldi, se ne frega della sicurezza e della vita più o meno serena, e chi ne è impossessato non può far altro che obbedire alla volontà superiore, piegarsi al destino dell’arte… E quando Bird chiama non c’è niente da fare. Il collegamento parte da Max Roach che ha suonato con il giovane Jordan nella band di Allen Eager. Fatto sta che il pianista a venticinque anni lascia la big band swing e torna ad Harlem per entrare nel quintetto di Bird. Parker apprezza sinceramente Jordan, gli dà fiducia e lo porta in sala di registrazione per le sue incisioni ubriache e continua a farlo anche quando il tastierista decide, dopo un anno di calvario e di concerti non pagati, di uscire dalla formazione live. Davis, invece, non è un fan di Jordan. Non apprezza il suo senso del ritmo e pensa che il musicista sia troppo reverenziale nei confronti di Bird tanto da seguirlo negli errori e nei cambi di tempo. Roach e Davis sapevano che quando Parker era lì per partire per la tangente e andare fuori tempo o nota era meglio ignorarlo, ché prima o poi sarebbe rientrato… Jordan, al contrario, cercava di assecondare il sassofonista nelle sue follie musicali motivate dalla stato di alterazione psicofisica e tutto questo, sempre secondo Miles Davis, creava maggiori problemi alla band. Il pianoforte al tempo era visto principalmente come strumento ritmico e a Davis non piaceva proprio il modo in cui Jordan accarezzava i tasti. Il giudizio non è sicuramente simpatico ma non può essere ignorato. In un quintetto (poi sestetto col trombone di J.J. Johnson) del genere Duke Jordan non era certo il primo della classe. Per Parker il problema non sussiteva. Molti dei brani di Bird del periodo sono costruiti proprio intorno al piano del Duca. Un esempio emblematico è la famosa “Embraceable You”. Ma per comprendere lo spazio e il gesto musicale di Duke Jordan con Bird è necessario ascoltare il disco “Crazeology”, pietra miliare del bebop. Se si vuole approfondire il ruolo del pianista nel famoso quintetto in fase live, l’album da avere è “Original Charlie Parker Quintet”, oppure “Charlie Parker On Dial, Vol. 4”.

Accantonata l’esperienza con Parker, Jordan lavora con Sonny Stitt e Gene Ammons, nel nuovo quintetto del 1950. Intanto ha già collaborato con l’amico Stan Getz, avvicinandosi al mondo del cool. Nel 1952 sposa la cantante jazz Sheila Jordan, ma il matrimonio dura poco. La delusione amorosa lo spinge a tornare a suonare con Charlie Parker, questa volta insieme a Charles Mingus e Phil Brown, poi sostituiti da Bill Crow e Kenny Clarke (con l’aggiunta del chitarrista Jimmy Raney). Nel 1954 debutta come solista. Si parte con il classico “JorDu”, canzone che renderà il Duca un autore famoso nel mondo e darà soddisfazioni alla Prestige, la sua nuova casa discografica. Nell’album il fururo standard si mostra frizzante e raffinato, una strana sintesi di gusto old jazz, swing, cool e un po’ di colore bebop… Con lui ci sono Gene Ramey (basso) e Lee Abrams (batteria). Un trio jazz solido e senza punte d’attacco o grandi voci soliste, ma dal suono pulito ed effervescente. La varietà è il valore aggiunto del pianista, insieme alla capacità melodica. Ma la gioia del successo creativo dura poco. Nel ’55 Bird muore e per il Duca è un grave colpo.

relazioni pericoloseL’altro disco superclassico della sua carriera solista è “Flight to Jordan” del 1960, dove Duke abbandona la maschera be-bop e cool per suonare quello che più gli piace, ossia jazz classico, puro e semplice, ricco di melodie e armonie affascianti. Alla batteria c’è Art Taylor. Dopo la delusione subita con la morte di Bird, Jordan riprende a calcare i palchi di New York con il bel gruppo del sax baritorno Cecil Payne, dove ritrova il bassista del quintetto storico Tommy Potter e Art Taylor. Un’occasione per celebrare Parker e il suo sound dirompente. Ma è per un altro Art batterista che Jordan tornerà a incidere come sidemen in studio. Stiamo parlando naturalmente di Art Blakey con il quale collabora alla scrittura e alla registrazione della colonna sonora di Les Liaisons Dangereuses con Jeanne Moreau. L’altro pianista-autore della colonna sonora è il grande Thelonious Monk, che più tardi influenzerà tanto Jordan nel suo modo di suonare e comporre. I ’60 sono comuque anni di pausa e di decadenza per il pianista newyorkese, che non trova più spazio nella scena e, sempre più schivo, si ritira a vita privata. Solo negli anni ’70, a cinquant’anni, ritorna a registrare stabilmente con la Steeplechase e a farsi vedere in giro. Il suo stile appare cambiato. Monk è il riferimento principale per uno stumentista di grande sensibilità, ottime doti compositive, ma scarsa irruenza.

Nel 1978 il Duca si trasferisce in Danimarca e qui vive e registra fino al 2006. Anno della sua morte. E penso sia arrivato il momento di rendere giustizia al pianista, troppo crudelmente abbattuto dai commenti a freddo di Miles Davis, il cui giudizio, si sa, è il verbo per migliaia di fan e appassionati di musica nera. Bisogna riconoscerne la bravura, lo stile e la coerenza… Duke Jordan sa scrivere e sa suonare un ottimo jazz, che ha una voce propria, chiara e distinguibile. Meno rumorosa e infiammabile di quella di Powell e Monk, ma comunque speciale, ricca di personalità e buon gusto.

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