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Duke Ellington, vita e miracoli

Duke EllingtonQuando il proibizionismo, la disoccupazione e il bastardissimo boll-weevil (il parassita del cotone cantato dalle voci blues del Sud) allontanarono quasi tutti i jazzmen dalla natia New Orleans, furono Chicago prima e New York poi a ospitare il jazz, trasformandosi in nuove capitali della cultura musicale afroamericana. La migrazione fu un avvenimento inizialmente traumatico, ma in definitiva decisivo per l’evoluzione del genere. Un processo di maturità e sostanzialmente caratterizzante… Spostandosi a Nord, i musicisti abbandonarono per sempre la giovialità e il calore del Delta per incontrare la fredda metropoli e una nuova, più miserevole, forma di povertà.

Le condizioni di vita, infatti, si dimostrarono ancora più avvilenti e umilianti rispetto a quelle dell’odiato passato. Chi era scappato dalle terre del Mississipi in cerca di nuove opportunità si trovò presto a rimpiangere la vecchia miseria agricola. La vita in città era sostanzialmente una merda, molti musicisti si scoprirono ghettizzati e, peggio ancora, ignorati. Dovettero quindi alternare la loro attività musicale a lavori da scaricatori, operai o insevienti, campando di stenti e al limite della legalità. Da qui l’incontro con le droghe, l’alcol e la malavita.

Diverso fu il destino di Edward Kennedy Ellington, nato nel 1899 a Washington da una famiglia agiata e integrata. Suo padre era maggiordomo della Casa Bianca e quindi un esponente della borghesia, capace di provvedere alla salute e all’istruzione dei propri figli senza particolari problemi. Il soprannome Duke, con il quale il musicista è passato alla storia, non ha radici jazzistiche: Ellington fu chiamato così fin da ragazzino per i suoi modi educati e la sua personalità intellettuale. Istruito, benestante, evoluto, Duke Ellington scelse la musica non come mestiere per sbarcare il lunario, né come forma di sfogo e rivalsa, ma come passione colta, volontà di ricerca e studio. In questo modo riuscì a sviluppare uno sguardo riflessivo e oggettivo sulla contingenza, capace di analizzare e interpretare quel linguaggio così viscerale che era la musica jazz, mettendolo in contatto con la cultura classica e il mondo dell’arte in generale.

m-duke2Le cronache dicono che iniziò a suonare giovanissimo nella sua Washington insieme al batterista Sonny Greer e al sassofonista Otto Hardwick. Musica da ballo, principalmente. Nel 1922 visitò per la prima volta la Grande Mela, dove venne in contatto con la vera musica jazz, che fuggita da New Orleans cercava spazio e nuova identità nel Nord del Paese. Incrociò a questo punto King Oliver: il re, la più importante espressione della musica afroamericana di quegli anni. Il jazz di Oliver era, appunto, fortemente legato al suono del Sud e alla disperazione dell’uomo emarginato, che attraverso la musica cerca di recuperare il paradiso perduto e immaginario della libertà africana e delle radici suddiste. Ellington muoveva da un paradigma opposto. Per lui l’Africa, con il jazz delle origini neworeleansiane, era un approdo e non lo stimolo di partenza. Nella sua musica non c’era e non poteva esserci la disperazione dell’uomo sfruttato, sradicato. Più che altro, nel duca era forte la volontà di ricerca, il desiderio di allargare i propri orizzonti musicali e di fornire alla sua gente (e al suo pubblico in generale) una significativa eredità culturale, lontana dalla purezza del jazz originale, ma in qualche modo devota a quella storia. E fu proprio King Oliver a lasciargli spazio nel 1927 in quel Cotton Club che diventò, con Ellington e altri, il più famoso locale di Harlem e poi di New York. A questo ispirato periodo appartengono molti dei brani più importanti dell’orchestra diretta dal duca (quella che Ellington ereditò dal banjonista Elmer Snowden), come “East St. Louis Toodle Oo”, “Doin’ the Voom Voom” e il capolavoro esatonale “Black and Tan Fantasy”, un primo dialogo tra jazz e musica colta europea (con stupende citazioni chopiniane).

Il gruppo che sul finire degli anni ’20 e l’inizio dei ’30 infiammò le serate del Cotton Club e del Kentucky Club comprendeva già tre grandi interpreti: il duca al pianoforte, il selvaggio Bubber Miley alla tromba, a cui si deve molto dell’estetica jungle prodotta dalla band, e l’esplosivo Tricky Sam Narton al trombone, maestro del wah e del suono growl. L’orchestra cambiò registro con la prematura scomparsa di Miley. Per sostituirlo degnamente Ellington scovò e ingaggiò Cootie Williams, educandolo alla poetica jungle e ai ritmi imprevedibili della sua big band. In questo periodo il pianista cercò di allargare lo spettro della sua scrittura iniziando a produrre brani più riflessivi da abbinare ai pezzi più movimentati e “selvaggi”, come il blues incantato di “Mood Indigo” e “The Mooche”, con l’affascinante e malinconico wah in sordina di Narton. E le velleità sinfoniche del duca trovarono compiuta e soddisfatta espressione nel 1931, quando concepì la meravigliosa “Creole Rhapsody”: sei orgogliosi minuti di epica jazz, strappati con forza alla dittatura del tetto massimo di tre minuti per brano.

Nel 1932 Ellington registrò un brano che quasi inconsapevolmente cambiò per sempre la storia del jazz: “It Don’t Mean a Thing if It Ain’t Got That Swing”. Non significa niente se non ha quel certo dondolìo… Quella parola, “swing”, cantata da Ivie Andersen, si trasformò in un riferimento ritmico, poi in una moda, infine nel genere principe della musica americana degli anni ’30. Ellington partì da un progetto piuttosto banale: voleva scrivere un pezzo ballabile, con ritmo divertente e dondolante, imparentata ai vecchi movimenti del vaudeville e del ragtime. Dopo la grande depressione del ’29 questa musica fu accolta come una vera liberazione, atta a esorcizzare con vivacità e gioia i tempi bui di ristrettezze e angoscia. Fu così che nacque lo swing craze, un genere poi soprattutto bianco, che allontanò la musica jazz dalle sue origini spiritual e afro. Intanto Ellington poteva vantare di una delle formazioni migliori della storia della musica jazz: Lawrence Brown, Cat Anderson, Harry Carney e il grande Jimmy Blanton erano tutti solidissimi solisti, capaci di un affiatamento unico e di un sound inconfondibile. Il gruppo alternava così brani jungle a divagazioni swing, pezzi di atmosfera (come la famosa “Sophisticated Lady” del 1932 e la malinconica “Solitude”) a ballad meditative (“Prelude To a Kiss” che si trasformò presto in un memorabile standard del genere), dimostando una forza e una preparazione sino ad allora inconcepibile. Nel ’35, quasi come una dichiarazione poetica di nuovi intenti, il duca sfornò la proustiana “Reminiscing In Tempo”, dodici minuti di eziologia e flusso di coscienza jazz. Una nuova prospettiva puntata a una sintesi elegante tra ritmo, melodia e mood. In questo periodo si confermò anche il sodalizio tra Ellington e il giovane arrangiatore Billy Strayhorn, autore della mitologica “Take The A Train”, brano dedicato alla metropoliana che collegava Harlem a Manatthan (poi trasformato nel 1962 in “Take The Coltrane”, durante la famosa collaborazione tra Ellington e John Coltrane). La storia è nota, ma vale sempre la pena rispolverarla… Si racconta che Strayhorn, per non sbagliare il percorso che doveva portarlo all’appuntamento con Ellington, continuò a ripetersi durante il tragitto da casa alla stazione “prendi la linea A, prendi la linea A”… e così quando il duca gli chiese come si chiamava il brano proposto, la risposta immediata e automatica fu “Take The A Train”. Cose da romanzo jazz insomma…

Duke Ellington ParigiNel 1941, con la morte di Blanton, motore ritmico della band, Ellington si vide costretto a reinventare il suono e lo stile dei suoi brani. La perdita fu controbilanciata dal felice innesto del languido sassofonista Ben Webster. Nacquero così molti dei più grandi successi del compositore: “Ko-Ko”, “Concerto For Cootie”, “Cotton Tail” e “Harlem Air Shaft”. Nella musica del duca si fece spazio, con maggiore prepotenza e coraggio, la fascinazione classica, quasi espressionistica (Ellington era un grande appassionato di Debussy) e la volontà di perfezione formale. Il musicista collaborò a molte colonne sonore e preparò una nuova ambiziosa sinfonia jazz: “Black, Brown and Beige”, dedicata alla storia degli afronamericani. Continuarono naturalmente le esecuzioni di brani ballabili e socialmente impegnati, come “Emancipation Celebration”, e l’orchestra seguitò nel mostrare grande energia e inventiva, conquistando tutto il mondo.

Il declino arrivò nella seconda metà degli anni ’50 quando problemi umani, rivalità e stanchezza cominciarono a fiaccare la band. Il fedelissimo batterista Sonny Greer si ritirò per problemi di alcol, il sassofonista Ben Webster, con il quale Ellington litigava spesso e volentieri, scelse la carriera solista, il clarinettista Barney Bigard scoppiò, stremato dagli interminabili tour. L’ultima grande incisione dell’orchestra fu quella del 1956, il live “Ellington at Newport”. Negli anni successivi Ellington collaborò con le grandi voci e i grandi musicisti dal jazz, senza però riuscire a rinnovarsi o a produrre materiale di livello. Da citare le collaborazioni del 1963 con Coltrane, Hawkins e soprattutto il disco, sempre del 1963, “Money Jungle” in terzetto con Mingus al basso e Roach alla batteria. Più funzionale e produttiva fu la collaborazione con il cinema per cui scrisse indimenticabili temi (ancora oggi considerati cardini del crime-jazz). In particolare la colonna sonora di Anatomia di un Omicidio del 1958 di Otto Preminger (con il contributo fondamentale di Strayhorn) e di Paris blues del 1961 di Martin Ritt. Fino all’ultimo Ellington provò a possedere la materia jazz, aggiornandosi e adattandosi, entro i limiti della decenza e della coerenza artistica, ai nuovi filoni e provando a rinvigorire la sua offerta afro-sinfonica. Una lunga pausa fu determinata dalla scomparsa del suo amico e primo collaboratore Strayman nel 1967: si racconta che il duca cadde in depressione e che non uscì di casa per più di un mese, stracciando contratti milionari e rifiutandosi di toccare il pianoforte. La rinascita avvenne proprio con un album dedicato all’amico scomparso: “And his mother called him Bill”, del 1967, con tutti brani scritti da Strayman. Qualche anno più tardi Ellington provò a rituffarsi nel mare del jazz di ricerca recuperando il verbo swing, piegandosi, a modo suo naturalmente, alle nuove mode bop e cool, poi dedicandosi ai Concerti sacri che tanto ispiravano la sua fantasia. Morì nel 1974.

Abbiamo raccontato sommariamente dei successi e delle grandi rivoluzioni stilistiche di un direttore d’orchestra capace di scegliere gli interpreti migliori e di farli maturare e suonare con grazia infinita. Ma la poliespressività e la capacità di riciclarsi non rappresentano da sole le migliori qualità dell’artista. Prima di tutto c’è la classe. L’eleganza intellettuale che permise a Duke Ellington di rendere il jazz una musica colta, maggiorenne, storicizzabile, senza per questo perdere di vista il gusto del pubblico e il divertimento. Il duca raggiunse il vero successo senza svendersi. Non una cosa da niente…

Dovrei scrivere un giudizio finale per concludere l’articolo… Ma come si fa? Stiamo parlando di Duke Ellington. E un giudizio solo non basta, non è possibile. Guardatevi “Satin Doll”…

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