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Art Tatum, vertigini e virtuosismo

Art Tatum, vertigini e virtuosismoLa virtus era per i latini la disposizione spirituale orientata o finalizzata al bene. Ma con lo stesso termine s’indicava pure la forza fisica o l’onore… A chiamarsi così c’era anche una divinità astratta che personificava il valore militare. La parola deriva infatti da vir, uomo, e indicava le doti proprie dell’essere forte e determinato, il valoroso che, specie in guerra, donava lustro a Roma e alla tradizione italica di guerrieri senza paura. Grazie all’influsso della filosofia greca e all’evoluzione dei costumi romani, la virtù divenne poi un attributo può vario, sofisticato e complesso, relativo cioè al mondo interiore e spirituale. Virtuoso era quindi l’uomo completo, dotato di tutte le caratteristiche fondamentali per produrre e difendere il bene. Con il tempo il concetto ha poi mutato significato, e virtuosa è diventata la persona capace di usare con assoluta padronanza e maestria i mezzi tecnici connessi all’esercizio di un’arte. Tutto qua. Come se suonare perfettamente uno strumento musicale possa corrispondere all’espressione del bene massimo. O se padroneggiare in senso tecnico la musica (o qualsiasi altra forma di espressione e produzione umana) possa essere considerato indice di virilità o potenza fisica, di grandezza morale… Qual è la differenza tra il virtuoso e il gradasso? Quale lo scarto tra esperto e buffone? La virtù è quanto di più lontano può esserci dall’ostentazione di competenza tecnica fine a se stessa. Ed è per questo che nel jazz, e nella buona musica in generale, i virtuosi sono meno di quanto ci si possa attendere. Quelli dalle mille note in un minuto, dei doppi salti mortali armonici, durano spesso il tempo di un assolo. Meravigliano ma non durano. Incantano ma non producono alcun bene. E capita assai di rado che un virtuoso sia anche un buon (nel senso di collegato al bene) musicista. Questione di gusto, limite e senso, in tutti i sensi… O almeno così dovrebbe andare. Tra i pochi virtuosi “positivi”, da salvare e rispettare, c’è di sicuro Art Tatum, il dio del pianoforte e dell’improvvisazione su tasti bianchi e neri.

Art Tatum nacque a Toledo, in Ohio, nel 1909. Una rara forma di cataratta lo rese completamente cieco a un occhio. Subì molte operazioni per il recupero della facoltà visiva, ma in seguito a una rissa e un colpo ben assestato in faccia, tornò alla semi-cecità. Fu quindi mandato in uno di quegli istituti speciali per bambini non vedenti. Ma ad Art poco importava degli occhi. La sua vita era già completamente dedicata allo studio delle note del pianoforte e della melodia in generale. Pur minato da limiti oggettivi di natura fisica, il piccolo possedeva quello che semplicisticamente si chiama orecchio assoluto. Dalla madre, pianista autodidatta, imparò i rudimenti della tecnica musicale e dal padre, chitarrista in chiesa, ereditò la passione per lo studio armonico. Il piccolo era anche dotato di un’eccezionale memoria. Conosceva tutti i nomi e i risultati dei campionati di baseball nazionale e riusciva a interiorizzare lunghi spartiti in pochi minuti. Nel 1925 Tatum si iscrisse alla Columbus School per non vedenti, dove studiò il braille e la musica. Fu presto notato dai docenti per la sua verve esecutiva e per l’intensità del tocco. Nel 1927 cominciò a suonare nella radio WSPD di Toledo in un programma settimanale a lui dedicato, chiamato “Arthur Tatum, Toledo’s Blind Pianist”. Proprio in radio Tatum scoprì Fats Waller e James P. Johsons, il boogie e il ragtime. Si innamorò così della partitura sincopata e della prima estetica jazz. Fu ingaggiato da un paio di locali, il Waiters e il Bellmen’s, dove prese il via la leggenda del pianista più veloce e dotato della generazione. Tutti i grandi nomi del jazz (Ellington, Armostrong, Turner) si scomodarono per andare a sentire e vedere il fenomeno dal vivo… Dal 1931 si unì alla band della cantante Adelaide Hall per un paio di registrazioni. In questo periodò studiò con passione le tecniche di Earl Hines, il re del piano swing. Le sue dita continuavano però a inseguire lo stile Harlem stride piano, ovvero quei voli repentini di basso con accordi in levare e mano destra dedicata all’abbellimento e al fraseggio melodico.

La consacrazione arrivò nel 1933 al Morgan’s bar di New York, durante un contest organizzato per decretare il miglior pianista dell’anno. I nomi grossi erano quelli di Fats Weller e Willy The Lion Smith, e tutti erano accorsi nel locale per applaudirli, ma a stupire fu il giovane Tatum, che meravigliò il pubblico con i suoi strabilianti arrangiamenti dei classici “Tea for Two” e “Tiger Rag”. Lo stesso Weller ammise che Art gli era ormai superiore e che la sua musica avrebbe rivoluzionato il mondo del jazz.

Veloce, preciso, potente, trascinante e sofisticato, Tatum commistionava con eleganza stile classico, intricati salti ragtime, accenti e scale blues, dinamiche boogie e ritmi swing. Fu uno dei primi pianisti a dare peso all’improvvisazione e alle dissonanze, come artificio per stordire e ammaliare l’ascoltatore nei punti nevralgici o topici dell’esecuzione. I suoi studi armonici trascendevano spesso l’uso di accordi e raggiungevano con grande elasticità effetti drammatici, ironici e d’atmosfera, senza mai rinunciare al gusto per il riarrangiamento contestuale, l’invenzione rivoluzionaria. Quando c’era da far esplodere il pubblico, il pianista sapeva combinare gesti pirotecnici a eleganti esercizi di accademia, e riusciva a utilizzare entrambe le mani in senso solistico, senza mai un errore o un accento fuori posto. Anche da ubriaco sapeva condurre e gestire il virtuosismo a buon fine. I suoi arpeggi velocissimi, cristallini e funambolici folgorarono Charlie Parker e fecero alzare entrambe le sopracciglia al compositore Sergej Vasil’evič Rachmaninov…

Tatum incise soprattutto a New York, prima per la Decca, poi dal 1949 per la Capital, poi per la Clef e la Verve. A questo ultimo periodo appartengono i lavori in trio con il contrabbassista Slam Stewart e il chitarrista Tiny Grimes (poi sostituito da Everett Barksdale). Fondamentale è anche la collaborazione con Ben Webster  (“The Art Tatum-Ben Webster Quartet” del 1956) e, in piena epoca bop, l’incisione di 124 solo per la produzione dell’amico Norman Granz, da cui uscirono una dozzina di album.

Di lì a poco il mostro del pianoforte, innamorato dello swing e dell’alcool, morì per uremia. Era il novembre 1956, e il mondo perse il più vertiginoso e indispensabile dei virtuosi, proprio quando una nuova generazione di jazzisti rivoluzionari ne stava riscoprendo e reinterpretando la lezione…

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