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Albert Ayler, anarchia e scepsi

Albert AylerLa storia del jazz è fatta di cesure, grandi rivoluzioni e riconsiderazioni critiche che oppongono stagioni e visioni estetiche, vecchie e nuove sensibilità, spesso in accordo con i cambiamenti storici e culturali del mondo circostante.

Intorno alla metà degli anni ’50 una nuova generazione di musicisti afroamericani si mosse contro la standardizzazione del verbo sistemato ed elegante che aveva caratterizzato il suono dell’Ovest. Specie nella selvaggia New York prese il via un’estremizzazione dello stile be-bop, poi battezzato hard-bop. Charlie Parker, Sonny Rollins, Miles Davis, John Coltrane e Max Roach, complice l’introduzione del long-playing, spinsero il jazz in nuove direzioni. Bisognava superare i confini dell’approccio classico, allargare le partiture e conquistare maggiore libertà espressiva. Ma ben presto lo stesso hard-pop venne fagocitato dalla maniera e sfilacciato in dissolvenza sino a uniformarsi al sound cool.

Alla fine degli anni ’50, Ornette Coleman e Cecil Taylor abbandonarono qualsiasi ancoraggio strutturale tradizionale, teorizzando e praticando massima libertà solistica. Una scelta che dichiarava guerra alla normalizzazione dettata dal successo della moda cool jazz e dal progressivo imborghesimento del ruolo di musicista. Coleman rifiutò di seguire gli accordi, in seguito la tonalità, e sostituì la violenza alla ricerca ossessiva di atmosfera e rarefazione. Nacque così il jazz informale, la “cosa nuova“, un urlo di ribellione artistica che interpreti e fruitori associarono presto al giovane movimento di emancipazione degli afroamericani che andava crescendo in ogni regione degli States. Ed è in questa particolare atmosfera di ribellioni morali e poetiche che Albert Ayler mosse i primi passi jazzistici.

Ayler nasce il 13 agosto del 1936 in Ohio. Musicista di estrazione classica, sperimenta diversi strumenti a fiato prima di perfezionarsi nel sax tenore. Nel 1962 arriva a New York. Qui fatica a trovare spazio e ingaggi. A ventisei anni è già “vecchio” per inserirsi nella scena e il suo breve curriculum è una macchia d’infamia difficilmente recuperabile. Innamoratosi della musica di Cecil Taylor, segue il pianista nel suo tour in Scandinavia. In pratica una convocazione come riserva, visto che il sassofonista non partecipa ai concerti ma si limita a seguire e “studiare” il maestro nei suoi spostamenti. L’ispirazione è comunque forte e Ayler registra in Danimarca il suo primo disco solista, aiutato da musicisti locali. “My Name is Albert Ayler” è un album di standard, dove il sassofonista lascia trasparire in nuce molti particolari della sua cifra estetica matura. I brani trasmettono la tipica violenza espressiva dei futuri lavori e il notevole uso di dissonanze armoniche rende manifesti i gusti dell’artista, ma la proposta lirica ed estetica è ancora timida e derivatura. Ayler ascolta e cerca di emulare i comportamenti sonori di Coleman, Taylor e Shepp, cita Coltrane e naturalmente Parker. Ciononostante il sassofonista rifiuta l’etichetta di musicista free-jazz. Le sue composizioni vogliono essere avanguardia, ricerca espressiva, emozionale e sentimentale di dolore e istinti, anche a costo di risultare sgradevoli o eccessivamente provocatorie.

Tornato a New Albert AylerYork, il musicista passa un anno a suonare nella band di Taylor. Nasce una grande affinità con il batterista Sonny Murray che diventa partecipe della sua ricerca sonora. Nel 1964, con Murray alla batteria, Grimes e Henderson ai contrabbassi e Howard alla tromba, Ayler incide due dischi. Il potentissimo e rivoluzionario “Withches and Devils” e l’oscura raccolta di gospel impazzito intitolata “Goin’ Home”. Già nei titoli e nelle ispirazioni dei brani si fa chiara l’intenzione mistica e crepuscolare del musicista, affascinato da streghe, spiriti, fantasmi e presenze oscure. Il suono del suo sax tenore è graffiante, tendente al grido e assai poco condiscendente. Al di là di alcuni rimandi coltraniani, la musica di Ayler suona orgogliosamente ostile, arcana e spaventosa. Dominata da una profondità mistica e viscerale, sia quando diretta in brani originali, sia nell’esecuzione di anonimi brani della tradizione gospel.

L’esasperazione estetica raggiunge il suo apice nell’album “Spiritual Unity”, registrato nel luglio del 1964. Il trio composto da Ayler (sax tenore), Murray (batteria) e Peacock (contrabbasso) è al di là di qualsiasi formalismo. Il suono spettrale delle composizioni non solo evita gli accordi e le metriche tonali, ma scivola libero e imprevedibile lontano da qualsiasi struttura armonica e ritmica. I musicisti improvvisano inseguendo un’unità spirituale e istintiva, rievocando atmosfere spaventose, comiche, parodistiche, belliche o rumoristiche. In “Ghosts: First Variaton” Ayler riprende suoni antichi e pieni di angoscia, esacerbandone senso e significato. In “Wizard” il sound si trasforma in rumore, urla allucinate di aggressività e disperazione. Ancora più straziante è il lamento funereo di “Spirits”, dove il vecchio suono delle bande di New Orleans è violentato e arso dal tangibile disagio emotivo fino a consumarsi. Ayler piange, ruggisce e vomita note e aborti di note. Murray procede con un drumming continuo e assordante, cromaticamente immenso. Peacock strappa le corde, percuote e risuona a vuoto, ricercando ossessività e ritmi al limite del voodoo. “Spiritual Unity” è insomma il punto di non ritorno. L’urlo munchiano di ciò che era stato il jazz.

A questo punto il mondo si accorge del sassofonista. Per molti, Coltrane compreso, Ayler è un genio, la voce pura della ribellione afroamericana. Per altri il suo gesto estetico è soltanto un’opportunistica traduzione in non musica della violenta cronaca politca. Albert è estremo e pericoloso, brutto e violento e specula sul sangue versato dalla collettività nera. In realtà Albert Ayler si dichiara poco interessato alle vicende politiche e risponde che la sua è “la musica dell’amore”. Afferma a più riprese di non voler istigare odio né di voler provocare. Vuole solo essere libero. Espressivo fino allo stremo.

Forse deluso dall’accoglienza critica di colleghi e stampa, Ayler torna in Danimarca, dove registra una colonna sonora. Al trio di “Spiritual Unity” intanto si aggiunge il trombettista Don Cherry con il quale realizza una nuova straziante versione di “Ghosts”, ancora più ardita e macerante.

Tornato negli States, nel 1965 Ayler prende a suonare in quintetto con il fratello Donald (discreto trombettista) e Charles Tyler (sax baritono). Deciso com’è a sperimentare nuove soluzioni, si apre a un nuovo verbo, a quella che battezza “energy music”. Le improvvisazioni richiamano sempre più fortemente temi parodistici, facendo il verso a vecchie marce da guerra, fraseggi da brass band o da funerale sudista di inizio Novecento. Così nasce il live album “Bells”, probabilmente il vero capolavoro artistico del musicista.

Nel nuovo microsolco Ayler riesce a dare voce alla scepsi estetica, a distruggere ogni dogma e a creare un suono senza età che va a immaginarsi come doveva essere il jazz prima di essere codificato come jazz: un’improvvisazione libera e umorale, fatta di sogni, buoni e cattivi sentimenti, ossessioni e ascendenze africane contaminate da grotteschi suoni latini e mitteleuropei. C’è naturalmente ancora spazio per il rumore e i tocchi dissonanti di basso “altissimo” e sax strozzato, eppure la furia bellicosa pare trasfigurata in un gesto sì dissacrante ma sorprendentemente comunicativo. Un nuovo canto disperato, ma più ironico e simbolista.

Nel 1966 Ayler firma con la Impulse!, etichetta campione del nuovo e finalmente apprezzato filone Free Jazz. Registra alcuni dischi di transizione, dove l’estetica mistica coltraniana torna a influire su umori e atmosfere. Sempre più forte è il recupero di elementi tradizionali. In “Love Cry” il suono si fa quasi pastorale, o meglio contadino, in bilico tra gospel ancestrale e sacralità pagana. Nel 1968 registra il suo primo album “commerciale”, intitolato “New Grass”. Affascinato dalla moda fusion e dai ritmi del rock psichedelico, Ayler inizia a fare uso di Lsd e lanciare assurdi e un po’ scontati proclami di amore universale. I brani sperimentano parti canore (femminili e maschili) e rielaborano vecchi stilemi R&B in chiave cosmica.

Gli anni ’70 cominciano con un lungo tour francese, dove il sassofonista sembra riprendere il discorso avanguardistico dei primi dischi. Tornato a New York, Ayler scompare. Il 15 dicembre del 1970 il suo cadavere viene ripescato nelle acque dell’East River. Ancora non è chiaro se si è trattato di un suicidio o di un omicidio. Finisce così la rivoluzionaria e brillante carriera di uno dei più importanti sassofonisti americani, la cui influenza segnerà generazioni e generazioni di musicisti, non solo jazz.

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