Flussi 2015: Intervista a Giulio Aldinucci

Flussi 2015: Intervista a Giulio AldinucciGiulio Aldinucci, senese, classe 1981, ha messo in discussione una buona parte delle mie idee preconcette sulla spazialità e sulla geografia dell’arte.

In un’introduzione a questa intervista che non tenesse in nessun conto quello che ci siamo detti, l’avrei definito un musicista riconducibile a quel filone dell’elettronica italiana che non si accontenta dei ristretti orizzonti peninsulari ma si arrischia a percorrere – con i meritati riconoscimenti – arditi sentieri transnazionali. Non è un caso che gli ultimi tre album pubblicati col suo nome anagrafico (dal 2006 al 2011 è stato Obsil – OBserving SILence), siano stati puntualmente prodotti da label straniere: l’etichetta anglo–giapponese Nomadic Kids Republic (gemella della Home Normal), poi la russa Dronarivm, e da ultimo la statunitense Time Released Sound, con cui ha pubblicato nel 2015 “Spazio Sacro”. Eppure, dopo averci parlato, mi vedo costretta ad ammettere che la negazione delle appartenenze, il forzato abbandono di identità percepite come limitanti, non è necessariamente la risposta più ovvia ad un cammino di ricerca. Anzi, proprio là dove si scelgono percorsi che sembrerebbero dover inesorabilmente portare verso un imprecisato altrove, ci si scopre più che mai “dentro” le proprie radici.

Ciao Giulio, anzitutto grazie per la disponibilità. La prima domanda riguarda il tuo “Spazio Sacro”. Qual è il concept?

Da tempo porto avanti una riflessione su come elementi associati al concetto di “sacro” plasmino in vario modo lo spazio acustico dando vita ad un paesaggio sonoro sacro, sia esso originato da un rito, da un semplice oggetto oppure da un’architettura. Nell’album questa riflessione ha costituito solo un input di base, un punto di partenza dal quale il paesaggio sonoro si è fatto poi “spazio sacro” intimo, interiore. Ho infatti scritto la musica in costante e profondo dialogo con le mie radici e con la mia memoria, focalizzandomi in particolare sui ricordi di infanzia, sulla vita nel paese in cui sono nato, quando ancora i riti religiosi marcavano lo scorrere della vita della comunità aurante l’anno. L’album è stato pubblicato dalla Time Released Sound di Alameda (San Francisco), ma ho preferito lasciare il titolo in italiano per legarlo ancor più al mio vissuto, anche dal punto di vista linguistico.

Questa è una domanda che faccio spesso a me stessa, e che rigiro puntualmente ai miei interlocutori, specie se musicisti: la geografia è importante? Dove si nasce, dove si cresce, dove si sta, quanto influisce su un percorso artistico? Quanto è necessario sradicarsi, o invece fino a che punto è possibile mantenere una continuità? Te lo chiedo perché la partecipazione a un progetto come “Postcards from Italy” (del 2013, con Attilio Novellino) sembrerebbe quasi suggerire un certo orgoglio d’appartenenza. Eppure l’Italia non è esattamente la patria della musica elettronica o della sperimentazione.

La società attuale tende ad un feroce livellamento in cui le peculiarità culturali si assottigliano a tal punto da essere trattate come vuoti vezzi estetici, espressioni al limite dell’eccentrico. Oggi, come del resto in altri periodi storici, purtroppo si guarda alle radici come se stessero “dietro” di noi, “indietro”, mentre ovviamente sono “dentro” di noi. Da artista sento il bisogno di esprimere ogni aspetto della mia personalità e la mia geografia emotiva ne è parte integrante. È la mia personale, intima, risposta a questa generalizzata tendenza ad appiattire per poi ridurre tutto a statistica… numeri, like, play, insomma, qualsiasi cosa purché sia monetizzabile… Credo che nell’arte la geografia non costituisca un limite, ma sia esattamente l’opposto, se unita ad una genuina consapevolezza. La tecnologia oggi ci consente di rimanere nei luoghi che amiamo senza isolarci. Vivo nella campagna senese e, senza la possibilità di comunicare e lavorare da casa con altri musicisti, mi sentirei come un naufrago. Sento infatti il bisogno costante di scambiare idee, collaborare, ed anche il rapporto con la mie radici è molto simile: nulla è statico, cerco sempre un input che mi faccia ripensare qualcosa, che insinui un dubbio o cambi la mia prospettiva.
Sono contento che tu abbia citato Postcards from Italy: nell’idea di Attilio e mia c’è proprio questo tipo di riflessione che non si ferma al soundscape come pura registrazione e ripetizione di un qui e ora acustico, ma contempla tutti gli aspetti affettivi legati al paesaggio sonoro.

Il live set più bello che ricordi e il live set che non hai ancora fatto, ma che è il tuo sogno nel cassetto (lo puoi dire, si avvera: noi di Music Addiction portiamo fortuna)…

È molto difficile sceglierne solo uno… forse proprio la presentazione di Postcards from Italy al Cafe Oto (Londra) nel giugno 2013: è stato bellissimo incontrare persone con cui scambiavo idee da molto tempo solo via internet; durante il live l’atmosfera era fantastica anche perché è stata la prima serata con AIPS (Archivio Italiano Paesaggi Sonori) quasi al completo. Devo dire che tutti i live fatti con gli altri musicisti di AIPS sono stati memorabili, il clima fra di noi è sempre bellissimo, è come se ci conoscessimo da una vita.
Non sogno di suonare in uno spazio in particolare, ma fra i miei desideri musicali c’è sicuramente quello di una sonorizzazione live site specific sulla linea della performance di AIPS per Palazzo Strozzi (Firenze) che abbiamo fatto ad inizio estate. Amo molto anche gli home concert e mi piacerebbe molto fare un piccolo tour di concerti casalinghi.

Grazie al Flussi ti hanno conosciuto e apprezzato in tanti: si tratta di un festival che si caratterizza per una forte ricettività del pubblico nei confronti delle forme più disparate di sperimentazione. Che impressione hai avuto?

Flussi è un festival realizzato con amore e competenza, questo lo si vede in tutti gli aspetti: da tutte le mansioni svolte dai volontari fino alla forte direzione artistica che non segue mode o tendenze momentanee, ma vuole creare un prodotto unico, capace di anticipare i tempi. Questo fa sì che il pubblico non sia solo “spettatore”, ma si senta parte integrante di tutto quello che succede all’interno del festival.

Domanda di chiusura: difficilissima, ma ci proviamo. So per esperienza che un musicista non sceglie “cosa” suonare, ma è la musica che sceglie, che semplicemente viene fuori in quel modo lì. Tuttavia, per qualche ragione misteriosa, a un certo punto s’imbocca un sentiero e non un altro. Tu com’è che ti sei ritrovato dove sei, e non altrove?

Mi ritengo davvero fortunato per aver ricevuto moltissimi stimoli che mi hanno permesso di conoscere, scegliere e quindi trovare la forma espressiva che mi è più congeniale. Non ricordo episodi specifici che hanno funto da bivi: il mio lavoro musicale è molto legato alla quotidianità, non passa giorno che non lavori sui miei strumenti o che riascolti composizioni su cui sono al lavoro, e vedo il mio percorso come un qualcosa in divenire, che si plasma giorno dopo giorno.

Autore dell'articolo: Valentina Zona

"Ciascuno è tanto più autentico, quanto più assomiglia all'idea che ha sognato di se stesso". Ovviamente non è mia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Completa la seguente equazione (anti-spam) * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.