Electro-swing: origini e derive di un sub-genere

Electro-swing: origini e derive di un sub-genereUna nuova tendenza musicale si aggira nel mondo del pop, tra reclame televisive, dj-set fighetti e persino serate scollacciate a cui si dà l’edulcorato nome di burlesque… Uno spettro chiamato electro-swing. Come se lo swing anni ’20, ’30 e ’40 non fosse già abbastanza saltellante di suo, la moda cerca ormai da decenni di combinare il vecchio ritmo jazzistico di Cab Calloway, Woody Herman, Glenn Miller e, naturalmente, Duke Ellington con soluzioni elettroniche contemporanee, cassa house e arrangiamenti pop digitali. Si prova insomma a svecchiare i pezzi standard dello swing per renderli ballabili e fruibili dal popolo dei club abituato ai ritmi dritti, affilati, dell’EDM. O si procede inversamente, producendo brani electro dotati di spirito retrò, vagamente ellingtoniano.

Questa velleitaria e forse gratuita volontà di scuotere che caratterizza la “ballabilità” dell’electro-swing è evidente soprattutto nella ritmica: paradossalmente ciò che più trascinava nello swing originario, vale a dire il feeling ritmico, viene qui appiattito con beat neutri, fissi e freddi, che rendono il pezzo facile da ascoltare, più lineare, dunque meno incisivo e riconoscibile. Inoltre, il basso viene spesso sostituito da un prepotente synth o da arpeggi generati con un sequencer, trasformando di fatto il groove dondolante in un insistente e insistito battito monotono. Eppure, l’electro-swing ha successo, suggerisce nuove mode stilistiche e coruetiche, contamina il linguaggio pop, ispira il mondo house, EDM, hip-hop e indietronico, e continua a funzionare a livello trasversale. Perché? Di base ci troviamo di fronte a un ottimo surrogato, a una sintesi approssivamativa che cerca di tenere insieme la brillantezza del repertorio melodico jazz e l’immediatezza della cassa dritta, l’enfatizzazione del movimento debole (l’accento che cade sulla seconda e sulla quarta nota) e la naturale destinazione di tale musica al ballo.

L’electro-swing propone in maniera più ritmata le principali colonne sonore dei balli dell’epoca swing: charleston, gypsy swing, foxtrot, slow drag e lindy hop su tutti (se avete voglia di imparare i passi per celebrare degnamente il rituale swing anche in veste electro, trovate accuratissimi video tutorial su youtube). Tutto parte con l’intuizione del produttore americano Terry Riley che a metà anni ’80 lancia il cosiddetto new jack swing style of R&B producendo hit come “I Want Her” di Keith Sweat e “Just Got Paid” di Johnny Kemp… Brani in cui sample di jazz tradizionale vengono combinati a melodie soul, arrangiamenti pop e beat hip hop. Negli anni ’90 impazzano i remix in chiave house e hip hop di standard scippati dall’epoca d’oro delle big band. S’inizia così a parlare di electro-swing come sub-genere autonomo, esteticamente definito e commercialmente catalogabile. Ma come già accennato, tale stile non è soltanto mera re-interpretazione di quelli che sono stati i cavalli di battaglia di gruppi o band-leader dagli anni ’30 in poi (“Sing Sing Sing” non vi dice nulla?). Molti gruppi e produttori hanno investito tempo e passione nel recupero e nel restauro di vecchi brani sconosciuti o si sono cimentati nella creazione di inediti, più o meno fortunati, adattando il linguaggio nu-jazz alla strumentazione e ai ritmi imposti dall’era digitale, trasformando così la scansione ritmica dello swing in beat sintetico. Vediamone qualcuno…

Nonostante l’electro-swing non sia una moda attuale, è all’austriaco Parov Stelar che viene dato il merito di aver creato o almeno sistemato il subgenere dance. In effetti, Stelar è l’indiscutibile maestro del suono swing applicato al dance-floor: oltre a aver prodotto pezzi orecchiabili servendosi di sample di brani dell’epoca (se ne trovano vari esempi nel “Paris Swing Box”), ha registrato anche canzoni originali dal gusto vintage, come dj e come programmatore al servizio di una band. E nonostante sia davvero difficile trovare un pezzo di Parov Stelar che non funzioni, “Daylight” è probabilmente l’album che più gli fa onore.

Sulla scia di Parov Stelar, gli Swing Republic possono vantare la pubblicazione di uno degli album simbolo del trend, chiamato “Electro Swing Republic”, un disco in cui vengono re-interpretati grandiosamente pezzi del passato… è il caso di “Any Old Thing” (“featuring” Tommy Dorsey) e “Scrub Me Mama with a Boogie Beat” (Will Bradley). “Electro Swing Republic” è un lavoro divertente, fruibile, ma soprattutto un ottimo spunto per risalire dai pezzi proposti ai grandi compositori del passato.

La prima vera contaminazione swing in campo dance risale però a metà anni Novanta con “Lucas With The Lid Off” del danese Lucas Secon, singolo che raggiunge la top 30 della classifica americana, aiutato dal video diretto dallo specialista Micheal Gondry. Un altro successo importante è quello segnato  da “Get A Move On” del producer inglese Mr. Scruff. Nel 2002 esplose in Europa la meteora dei Gobin, collettivo italiano responsabile della hit “Doo Uap, Doo Uap, Doo Uap” (dove la cassa house regolarizza il ritmo e le liriche dell’immortale “It Don’t Mean a Thing” di Ellington). Il più recente e martellante esempio di contaminazione house e jazz è la hit-trash del 2010 “We No Speak Americano” della band australiana Yolanda Be Cool, con campionamenti tratti da “Tu Vuo’ Fa’ l’Americano” di Renato Carosone.

Un altro esempio di band che si limita al remix e al campionamento di brani passati è rappresentato dagli G-Swing, che nel disco “Swing For Modern Clubbing” propongono soprattutto il lato spiritoso e caricaturale del suono lindy-hop. Ciò è evidente in brani come “Cement Mixer”, “I’m Crazy ‘Bout My Baby”, “Goin’ Nuts”… non manca, poi, una rivisitazione dell’evergreen “Sing Sing Sing”.

Per quanto riguarda i gruppi che hanno saputo produrre buoni esempi di electro-swing originale, su tutti spiccano i francesi Caravan Palace. Questi ultimi infatti, dopo aver iniziato a suonare jazz mainstream e nostalgico, hanno definito il loro stile sonorizzando un film pornografico degli anni ’20. Tale fortunato esperimento li ha spinti poi a creare due album ispirati al suono swing e jungle, “Caravan Palace” e “Panic”, dove il feeling old jazz dialoga con l’elettronica e il pop. Il primo con contaminazioni anche folk, il secondo indubbiamente e totalmente electro-swing. Analogamente, anche i Lyre Le Temps – nel loro disco intitolato “Lady Swing” – utilizzano l’electro-swing come base funzionale ai loro pezzi. In questo caso, però, utilizzano veri e propri sample per sviluppare in maniera più accurata le linee vocali e qualche assolo strumentale. Il francese St. Germain (Ludovic Navarre) porta in giro dal 1995 la sua sofisticata combinazione di nu-jazz e house music. In più occasioni ha pubblicato brani palesemente ispirati allo stile swing, eseguiti insieme a una band di ottimi solisti.

Nonostante la tendenza electro-swing sembri una deriva principalmente francese e americana, ci pare doveroso menzionare anche gli Swingrowers, una band siciliana che sta riscuotendo successo in tutto il mondo pur proponendo inediti. Dall’altra parte dell’oceano vanno forte i messicani Kobol con il loro mix di smooth, dub e old jazz.

Tra i volti nuovi che stanno conquistanno i dancefloor a Ibiza, Londra, Berlino e Parigi segnaliamo gli inglesi Jamie Berry e Tut Tut Child, il tedesco FunkyStache e la band di Berna chiamata Klischée.

Dopo questa abbondante panoramica sui gruppi più celebri del genere, l’unica cosa che resta è iniziare ad ascoltare con le proprie orecchie. Ecco una delle tantissime compilation electro-swing che è possibile trovare in rete.

Autore dell'articolo: Ambra Benvenuto

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