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Yoko Ono – Fly

Miss Yoko Ono (小野 洋子) non è mai stata una donna amata dalle masse. Tutta la forza della sua vita è appunto separazione dal comune, ricerca di senso nelle contro-versioni dell’avanguardia, indagine metafisica sulla realtà del colpo, dell’immagine e degli istinti. La sua arte e la sua personalità sono, infatti, così caratteristiche e sottili, da sfuggire agli occhi e alla sensibilità dei meno raffinati. Arte antipatica. Arte antilogica.

Performer concettuale e visuale, scrittrice, regista e sperimentatrice musicale: la prima vera grande musa spirituale in ambito Rock. Una levigatrice di bellezza scomoda e provocatoria, indigeribile. Molti critici continuano ad apostrofarla come “la sconosciuta più famosa dell’arte” e la maggior parte delle persone insistono nell’odiarla praticamente senza motivo, senza mai approfondirne la conoscenza. La ragione di queste avversioni è tutta in un dettaglio biografico, più o meno rilevante. Tra le altre cose, infatti, le capitò pure di sposare John Lennon, con il quale diede vita all’incredibile Plastic Ono Band.

La band è da considerarsi come un cortocircuito tra arte e musica, un formidabile combo aperto a straordinari musicisti, gloriosi esperimenti e felici stregonerie sonore. Per la prima uscita live del 1969 furono chiamati a suonare, insieme a Lennon e Ono, Eric Clapton, Klaus Voormann (illustratore di “Revolver” dei Beatles, discografico e bassista amico di Lennon e Harrison) e Alan White (batterista degli Yes). Senza mai provare, il gruppo si presentò sul palco di un festival rock a Toronto, suonando cover (come “Dizzy Miss Lizzy” di Larry Williams), pezzi dei Beatles (“Give Peace a Chance” e “Yer Blues”), di Lennon (“Cold Turkey”) e di Ono (“Don’t Warry Kyoko” e “John, John”). L’anno dopo la band regista il primo album di studio “Yoko Ono/Plastic Ono Band” (registrato in simultanea con “John Lennon/Plastic Ono Band” accreditato appunto a Lennon) un disco di pura avanguardia al quale partecipano Ringo Starr e il grandissimo trombettista jazz Ornette Coleman.

Nel 1971 è la volta di “Fly”, album seminale, in cui la Ono dà vita a un’incredibile esplosione artistica di esperimenti colti, estroversioni irrazionalistiche, blues allucinati, rock psichedelico e furia lisergica, cercando di plasmare nella forma canzone la sua vulcanica espressività creativa. Il disco è un doppio, diviso in quattro lati, per 95 minuti di musica. Quando la sperimentazione cerca di “addolcirsi” o sistemarsi in chiave rock non rinuncia però al consueto ipnotismo sonoro ed estetico di matrice Fluxus, il gruppo artistico neo-dada nato agli inizi degli anni ’60, da cui la Ono mutuò la sua poetica. Tutto è come al solito insopportabilmente ricercato e geniale. La copertina, un package in gatefold, mostra un primo piano della cantante, stregonesca e inquietante, che richiama l’Arancia Meccanica di Kubrick. Un sorriso accennato e sospetto, da Monnalisa postmoderna. Il suono viene affidato a strumentisti d’eccezione: Lennon, Starr, Clapton, Voorman, Kelner e Osborne. Tutti i testi sono della Ono. L’iniziale “Midsummer New York” è un pugno nello stomaco. Un rock ’n roll anfetaminico in bilico tra standard e contorta psichedelia vocale, un gioco ambiguo di un’artista visuale che s’immagina musicista. I pezzi più “abbordabili” sono “Mrs. Lennon” (probabilmente uno dei brani più beatlesiani mai scritti dall’artista nippo-americana), una dolce elegia pianistica, in cui la Ono echeggia con voce dolente e ansiosa parole di oscura poeticità e “Hirake” (inizio in giapponese), aka “Open Your Box”, un funk acido, dove la voce della musa viene distorta e manipolata con effetti deliranti in chiave pseudo-disco. Il momento migliore e sicuramente più toccante del disco però tocca all’allucinata e aggressiva “Don’t Worry Kyoko (Mummy’s Only Looking for Her Hand in the Snow”).

Non avere paura Kyoko (che sarebbe la figlia di Yoko e del discografico jazzista Anthony Cox), la mamma (cioè Yoko Ono) sta solo cercando la sua mano nella neve! Un titolo che è un film dell’orrore d’essai; una scena di una tragedia eschilea rappresentata in un manicomio criminale. Sappiamo che Kyoko è una bambina affidata al suo papà, che vive lontano dalla mamma e che probabilmente un po’ stranita dalla vita, anche nei confronti della mamma assente, voglio dire… Yoko è una performer che sta seduta nei musei con lo sguardo spiritato, che è solita invitare il pubblico a tagliarle i vestiti, che posa nuda, un’esperta di arti esoteriche con la fama di stregaccia cattiva, la donna più odiata dallo showbiz. Un tipo strano insomma, che cercò pure di sottrarre, più o meno legalmente, la figlia alla custodia del padre, scappando in Giappone. Ma non preoccuparti Kyoko se la mamma ora è lontana, sta un attimo cercando la mano che ha perso nella neve. Candida e fredda… Un’immagine che mi sconvolge. Non so. E la musica… Un proto-punk acidissimo fatto di urla sguaiate, dronici ululati, chitarre free-form (Eric Clapton impazzito), rumorismi e tempi rotolanti. Il canto del caos. La ninnananna più allucinante della storia del rock. Un capolavoro! Altro che “Helter Skelter”. Clave spettrali introducono la nenia di chitarre stonate e vocalizzi mostruosi di “Airmale”, decisiva traccia di sperimentazione rumoristica e di musica concreta. Tabla e percussioni orgiastiche impongono il ritmo della lamentazione “O’Wind (Body Is the Scar of Your Mind)”, un folle mantra di destrutturazioni sonore e atmosfere sinistre. La title track, invece, è una jam delirante lunga più di 20 minuti, costruita sul paroliberismo e il primitivismo lirico della Ono, indispensabile must per tutto il discorso dello sperimentalismo vocale e della No-Wave a venire. Se in “Don’t Count The Waves” si gioca con l’elettronica analogica, più provocatorie e situazioniste risultano “Toilet Piece/Unknown” e “Telephone Piece”, che registrano scarichi di gabinetti e squilli di apparecchi telefonici. Teatrale, paradossale, erotica e concettuale Yoko Ono stupisce con la sua avanguardia a lunga scadenza, producendo un disco fondamentale e tutt’oggi godibilissimo (per certe orecchie educate s’intende). L’arte è appunto un gioco, fatto di regole e trasgressioni. E nei giochi primeggiano i bambini, le immaginazioni libere che fingono, o rappresentano, una nuova realtà, inventandosela daccapo. Una bambina nascosta in una scatola di cartone immagina una casa col giardino, i mobili, le tendine, il faro, il molo e qualsiasi altra cosa desideri vivere o rappresentare. Si lascia consapevolmente assorbire dalla virtualità della sua recita, dalla bellissima finzione creata dalla sua immaginazione, senza mai per questo dimenticare la realtà effettiva, la provvisorietà del gioco. Così fa la Ono, splendidamente ludica, di questo disco. La finzione in certi casi non è inganno, né superficialità, ma empatica partecipazione creativa dell’artista nell’altro mondo che è l’immaginario.

2 comments

  1. OrangeSunshine

    Non sarebbe un brutto disco…se si tappasse quella boccaccia! La voce di costei è quanto di più irritante nella galassia..

    1. Giuseppe Franza

      parere largamente sostenibile. 🙂

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