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X-Ray Spex – Germ Free Adolescents

Il mito racconta che il punk fu ucciso e sepolto a metà gennaio del 1977, quando i The Clash firmarono un contratto da centomila steriline con la CBS. Eppure tante cose dovevano ancora succedere, almeno a livello ufficiale: per esempio, gli X-Ray Spex non avevano ancora pubblicato il loro primo album. Il disco sarebbe arrivato un anno più tardi, poco prima dello scioglimento della band.

Il gruppo era stato formato nell’estate del 1976, per volontà di Poly Styrene, una vagabonda dai ricci neri e con l’apparecchio odontoiatrico, folgorata dai Sex Pistols in una località costiera del Sud dell’Inghilterra. Poly era arrivata su quelle spiagge seguendo una comune hippie. Aveva soltanto diciotto anni e da tre anni viveva per strada. Era fuggita di casa spaventata da alcune visioni, che in realtà erano allucinazioni (in seguito le venne diagnosticata una psicosi schizofrenica), e per non assistere più ai litigi tra i genitori (un nobile somalo e una severa e religiosissima irlandese). Aveva già provato a cantare, con un gruppo soul, poi con in una compagnia operistica, ma aveva sempre fallito, non riuscendo a star ferma e ad adattarsi ad alcun tipo di regola. Voleva viaggiare, sperimentare, trasgredire, peccare. Il punk fu la sua cura e la sua malia. Insieme al chitarrista Jack Airport, al bassista Paul Dean, al batterista Paul Hurding e alla sassofonista Lora Logic creò un nuovo gruppo, chiamato X-Ray Spex, come la marca di occhiali farlocchi che promettevano di sviluppare una supervista che trascendeva gli oggetti, i muri e, ovviamente, gli indumenti femminili.

La base del loro sound era punk e già fuori dal punk. Per Poly la sincope ritmica contava quanto l’irruenza delle distorsioni e il rock aveva il dovere di contaminarsi con altre musiche: il soul, il pop più movimentato degli anni ’60, il blues. Il sassofono della talentuosa Lara Logic, poi, carettirizzava ogni brano con tonalità e accentazioni impreviste e suadenti, capaci di passare dal velluto romantico allo stridere inquieto, dal rumore paranoico al grido marziale, rievocando un passato recente del rock ‘n roll che già sapeva di nostalgia. In più, i testi della Styrene apparivano, nonostante la giovane età dell’interprete, consapevoli, ironici, spietati e poeticamente raffinati: temi politici e sociali, spesso legati a rivendicazioni femministe o anticapitalistiche, sfruttavano i topoi della critica e dell’indignazione per rappresentare un disagio esistenziale generazionale, compreso solo in parte dagli alfieri del movimento punk, e un malessere già risolto nel relativismo morale.

Fu così che, morti anche i Sex Pistols, gli ispiratori si lasciano ispirare dagli ispirati: John Lyndon, che Poly aveva divinizzato ed emulato nel 1976, vide un concerto degli X-Ray e decise che il suo prossimo gruppo avrebbe suonato quella musica lì, roba mutante e decadente, imparentata con il pop commerciale più infame, con certo R&B, con il jazz, con l’hard rock di inizio anni ’70 (“Obsessed with You”, che suona come un pezzo veloce dei Queen, e “Genetic Engineering” che sembra un incrocio tra i Black Sabbath, i Sex Pistols e Gene Vincent) e con il lato più malato del blues.

Il primo singolo della band “Oh Bondage up Yours!” fu accolto come un inno di ribellione e coscienza di genere da tutte le ragazze del punk, ma fu anche osteggiato dagli uomini che gestivano il movimento. Il punk, in Inghilterra, era una faccenda quasi esclusivamente maschile e maschilista, e gli atteggiamenti intellettuali e freakettoni di Poly infastidirono molti personaggi di spicco della scena. Per questo il gruppo suonò pochissimo a Londra e incontrò moltissime difficoltà prima di firmare un contratto discografico. Il primo album arrivò nel 1978. E nel gruppo non c’era più Lora Logic, che era tornata a studiare. Al suo posto suonava il sassofonista Rudi Thomson, che pur rimanendo fedele agli arrangiamenti di Lora non si dimostrò capace di reggere il confronto e di registrare parti di sax all’altezza dei live. Lo si capisce ascoltando il disco. Le due tracce migliori sono “Oh Bondage up Yours!” e “I Am a Cliché” che appartengono alle session più vecchie, con Lora ancora in formazione. Ciononostante l’album esprime una forza creativa e un potere sonoro fuori dal comune. Sia nella scrittura che nell’esecuzione la band supera la visione punk per inventare nuove soluzioni d’arte, più lucide, irriverenti e, per certi versi, già proiettate verso il futuro new wave. Certe chitarre suonano dure e violente come ad anticipare la stagione hardcore, ma non corrompono il tono dinamico e leggero degli arrangiamenti. La batteria sa spaziare dai rigidi quattro quarti a tentativi poliritmici di ispirazione tribale. Il basso è secco e nevrotico, ma sempre vivace ed energico: un contenuto elettrico che schizza sui bordi delle tonalità per supportare gli slanci lirici e vocali della cantante. Perché, alla fine, è Poly, con i suoi vezzi creativi, il suo timbro speciale e la sua passione narrativa a dare smalto a ogni canzone, a rendere “Germ Free Adolescents” un disco di frenesia emotiva e irriverenza morale fondamentale per l’emancipazione del punk.

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