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The Velvet Underground & Nico – S/T

Velvet Underground & Nico - STLewis Allan Reed nasce a Brooklyn nel ’42, figlio maggiore di una buona famiglia borghese di Freeport. Fin da piccolo dimostra discrete doti intellettive. Ha occhi vivi e irriverenti, per non dire spiritati, e una curiosità naturale per tutto ciò che è immaginazione e poesia. Oltre a ciò, il ragazzo presenta pure tendenze omosessuali, ragione per la quale nel ’56 è sottoposto alla terapia dell’elettroshock. Dopo questa simpatica esperienza, che fortunatamente non compromette del tutto le sue facoltà mentali, Lou, come si fa chiamare dagli amici, s’iscrive all’università per studiare giornalismo. Nel frattempo, scopre la letteratura beat, il jazz più selvaggio delle sperimentazioni informali, il folk e le droghe… Affascinato dalla decadenza, comincia a vivere à la boheme associandosi al sottobosco hipster di Manhattan e a scrivere canzoni sghembe, che esegue alla chitarra acustica con voce nasale e allucinata. A una festa newyorkese incontra il gallese John Cale, sperimentatore nei Dream Syndacate di La Morte Young, violista e precoce intellettuale avant-garde, teorico della drone music e ricercatore nell’ambito del rumorismo della musica contemporanea stockhauseniana. Cale è da qualche tempo interessato alle commistioni tra sperimentazione, classicismo e cultura pop: così prende la sua viola, traducendone il linguaggio in un contesto “innaturale” come può essere la musica pop, suonandola e torturandola alla ricerca del rumore.

Durante la famosa festa, Lou trascina John in un angolo e gli fa sentire i suoi pezzi. Sulle prime Cale reagisce con arrogante distacco. Non ha nessuna voglia di ascoltare canzoni folk, suonate con la chitarra acustica: intuisce la solita roba noiosa, da emuli di Dylan… Mette così in chiaro che i suoi orizzonti musicali sono lontanissimi da questo genere di cose. Eppure Lou iniste e, alla fine, riesce a cantargli due pezzi. Il tempo di una sigaretta. Cale pone attenzione ai testi cantati da Reed, ed è un’esperienza epifanica. Non sono affatto le solite lagne pseudo esistenzialiste da cantautori malinconici, né penose rivendicazioni pauperistiche, ma versi che trasudano sangue e veleno. Rivoluzioni poetiche in cui vita vissuta, nichilismo, decadenza, seduzione e distruzione danzano alla ricerca di un impossibile e originalissimo equilibrio. La prima di queste canzoni s’intitola “Heroin”, l’altra è “I’m Waiting For The Man” ed entrambe parlano di droga. Esplicitamente.

È il 1965 e i due artisti stringono amicizia e sodalizio artistico. Vanno a vivere insieme in uno scantinato a Lower East Side e per campare posano come modelli per giornali di cronaca, prestando il volto a stupratori o a serial killer. Intanto Nico, la modella tedesca Christa Paffgen, tramite Bob Dylan conosce Andy Warhol ed entra a far parte del fantasmagorico mondo della Factory. Cale e Reed vogliono formare una band che unisca atmosfere rock, poetica beat e ascendenze folk con la poetica decadente e postmoderna del nichilismo contemporaneo. Chiamano in aiuto il chitarrista (e bassista) Sterling Morrison, che Reed conosce dai tempi dell’università, e il batterista Angus MacLise. Un giovane attore legato alla cerchia della Factory, Gerard Malanga, nota il gruppo in un bar newyorkese e lo suggerisce al regista Paul Morrisey, che proprio in quei giorni stava cercando una band di musica “nuova” da produrre insieme ad Andy Warhol. Il genio della Pop Art va a vederli al Caffe Bizzarre e ne resta estasiato, o meglio sconvolto: la band suona brani lunghissimi e abrasivi, contorti e disturbati da continui feedback di chitarra e ritmi pseudo-tribali. Il cantante recita, come impossessato, liriche agghiaccianti che parlano di angoscia, delirio tossico e perversioni sessuali. Una batterista (la mitica Maureen Moe Tucker, intanto subentrata al posto di MacLise) suona con un set minimalissimo composto da rullante, piatto e grancassa orizzontale, senza usare i piedi. Cale sta in un angolo, avvolto in un mantello, come un lord edoardiano e fa piangere il suo strumento.

NicoDi lì a poco i The Velvet Underground entrano in studio per registrare il loro album di esordio. Warhol impone Nico, eterea e sconvolgente figura femminile, dalla voce profonda e catacombale, dall’aurea mitteleuropea e il fascino ambiguo da dea infernale. È convinto che al gruppo manchi qualcosa nell’aspetto scenico. Cale è un’ombra nera piegata sulla sua viola, Reed un tossico truccato dall’aspetto scimmiesco e dai modi non troppo coinvolgenti… Nico, nei piani del produttore, avrebbe portato nel gruppo un che di rassicurante, o pop. Ma, naturalmente, non fu così.

La cantante partecipa a tre brani: “Femme Fatale”, “All Tomorrow Parties” e “I’ll Be Your Mirror”. Vorrebbe averne di più, ma il suo rapporto con Reed è di odio-amore e soprattutto di gelosia. Per qualche giorno i due sono amanti, poi il gelo. Reed vuole cantare i propri brani e cede solo quelle canzoni che ha appositamente scritto per Nico. Di più non vuole né può fare. Le sue canzoni iperrealiste gli appartengono come figli. In ogni brano c’è qualcosa di profondo: un’angoscia, un terrore, un ricordo, uno scazzo. Tutti momenti autobiografici da cui non riesce a separarsi.

L’iniziale “Sunday Morning” doveva essere cantata da Nico: è stata scritta per la sua voce. Poi Reed s’impone. Quello è il racconto allucinato di un suo day-after, il tipico risveglio tossico del disperato, una ninnananna dal suono carezzevole (costruito su luccicanti ricami di celesta) ma dal testo inquietante e paranoico: “Watch out the world’s behind you”, attento, il mondo è alle tue spalle… La musica si scioglie sonnolenta, le paure e gli avvilimenti opprimono l’atmosfera. “Sunday morning and I’m falling”. È domenica mattina e sto crollando.

“I’m Waiting For The Man” è un blues veloce e insistente, incline al boogie. Reed canta con velenoso realismo e sceglie una melodia acida, supportata da una chitarra battente e dalla viola rumorosa di Cale. Sia musicalmente che stilisticamente si sta anticipando la decadenza del glam rock e l’irriverenza metropolitana del punk. David Bowie, infatti, si innamora del brano e nei suoi primi live lo esegue come cover fissa. È il racconto di una giornata di “shopping” a Harlem. Il protagonista entra nel quartiere nero e si ferma ad aspettare il “suo uomo”, con i suoi ventisei dollari in mano. Ma si avvicina un tizio di colore che accusa l’uomo di essere venuto ad Harlem per dare fastidio alle ragazze. Il ragazzo bianco, giustamente, si caga sotto. Ma ecco che, provvidenziale, arriva il suo uomo, vestito di nero e con uno stupendo cappello di paglia…

La prima ballata cantata da Nico è “Femme Fatale”. Un pezzo che sembra cucito su misura per la sua serafica grazia, per la sua voce e per la sua storia. Eppure la canzone non parla di Nico, ma di Edie Sedwick, una ragazza della Factory, molto intima di Warhol, poi morta di overdose. Il brano è impostato su uno stile classico, vagamente francese, fissato intorno a un semplice arpeggio chitarristico, dove la chanteuse esprime con morbosa ed elegante teatralità suggestioni narcisistiche e dark di pura bellezza.

Nei loro concerti i Velvet suonano già da qualche mese una versione infinita e disturbante di “Venus in Furs”, un raga-rock psichedelico e lamentoso che culmina in un’esplosione di rumore bianco. Su disco il brano conserva il suo fascino arcano e depravato. È la narrazione fortemente letteraria di un rapporto sadomaso, rallentata ed esasperata dai fumi oppiacei e impreziosita dalla stupenda viola elettrica di Cale. Reed, invece, suona tendendo al drone, Maureen Tucker s’inventa un tempo minimale e allo stesso tempo epico, quasi ipnotico, producendo un’atmosfera malata e conturbante. Un fervore pagano invade il suono ruvido e, allo stesso tempo, ammalianti e striscianti armonizzazioni orientali (per la viola) creano un effetto d’ipnosi: Sono stanco, sono esausto, potrei dormire mille anni, mille sogni che mi potrebbero svegliare e diversi colori fatti di lacrime.

“Run Run Run” è un pezzo rock ’n roll anfetaminico dalla melodia piacevole, ancora dedicato al mondo dei tossici della City. Le armonie e il cantato di Reed sembrano voler citare apertamente Dylan, uno degli artisti sicuramente più rispettati dall’autore. Monumentale, invece, il tenore di “All Tomorrow Parties”, cronistoria della vita e dei frequentatori della Factory e ultimo brano del lato A, su vinile. L’arrangiamento di Cale sviluppa un ideale di solenne neoclassicismo attraverso dinamiche rock: un crescendo martellante di un paio di accordi (confusi attraverso la chitarra di bordoni di Reed con tutte le corde fisse sul Re, la batteria pulsante della Tucker e la ritmica avvolgente di Morrison) sopra il quale la voce di Nico vola con dolorosa freddezza.

velvet“Heroin” è probabilmente il pezzo più rappresentativo del disco: una sincera e pericolosa dichiarazione d’amore per l’eroina. Un amore autodistruttivo di cui Reed descrive con realismo il fascino e lo schifo, il senso e la fatale assurdità. Il suo sviluppo circolare ingabbia l’ascoltatore in un delirio tossico. Parte dolcemente, poi cresce e si velocizza fino al climax estatico di rumore, poi ritorna a piegarsi su se stessa, rallentando, come un blues elettrico pensato per sconvolgere il mondo. E così fu. La canzone attirò su di sé la condanna unanime della critica, che la lesse come apologia dell’uso di eroina. E in ogni vera narrazione si corre questo pericolo: chi vuole dire ciò che sente, ciò che vive, senza preoccuparsi del giudizio comune e della tollerabilità dell’argomento, deve fare i conti con la possibilità della condanna degli altri. Reed lo sapeva, e forse ci giocò, o forse no. Resta, comunque, la grande canzone, il classico maledetto, ancora oggi così scandaloso e affascinante. Una ballata ipnotica costruita su soli due accordi e un insistente back beat di batteria di immenso carattere e ineguagliabile fascino (la Tucker si è mille volte lamentata del fatto che non fosse riuscita a suonare a tempo perché lo studio in cui furono gettati da Warhol era una schifezza, senza monitor, senza la giusta acustica… ciononostante è bello che il brano suoni proprio così: con la batteria leggermente fuori sincro che prova a inseguire i movimenti e le velocizzazioni della chitarra).

“There She Goes Again” è il brano pop del disco. Fatto di coretti, armonie anni ’60, controtempi chitarristici e struttura liquida à la Chuck Berry. Il riff di chitarra ricorda moltissimo la cover realizzata dai Rolling Stones di “Hitch Hike”, brano del 1962 di Marvin Gaye. Il testo parla ancora di violenza sessuale, e caratterizza la musica con l’inquietudine e l’oscurità tipiche del gruppo.

In “I’ll Be your Mirror” si drammatizza il difficile rapporto tra Reed e Nico: “I’ll be your mirror reflect what you are, in case you don’t know”. Nico si presta a essere l’alter ego femminile di Reed, riflettendo ciò che lui è, nel caso non lo sapesse. E viceversa. La canzone è una splendida ballata, calibrata e costruttivamente evocativa. Uno dei brani più piacevoli e insieme più suggestivi dell’album, dal doppio fascino: uno immediato e uno più profondo e nascosto, sottile e ambiguo, dovuto principalmente all’interpretazione della cantante, che declama con tono bassissimo i suoi sentimenti di disperazione.

Nera psichedelia in “The Black Angel’s Death Song”. Le chitarre cupissime e rumorose creano un suono orchestrale e dissonante che richiama il caos. Alla sua prima esibizione, dopo aver suonato questo pezzo, il gruppo fu cacciato dal gestore del locale. Ciò nonostante il suo scheletro è sostanzialmente pop. Un pop devastato dalla furia elettrica e dalla decadente sperimentazione di Cale e Reed che si confronta con profezie distoche e cupi mitemi arcani: E se il terrore delle epifanie ti ha portato alla vergogna, piega la testa per schivare, scegli da che parte stare… In questo senso  il primo album dei Velvet Underground è l’album alternativo per eccellenza: tutta la musica rock alternativa, la ragione del Postmoderno, è già contenuta in questo lavoro e tutto è costantemente arginato nei fragili limiti della forma canzone.

“European Son” è il solo brano accreditato a tutta la band (tranne Nico) e dura più di otto minuti. Nasce distesa e tranquilla e si trasforma in un mostro di rumori e graffi sonori, chiamando in causa la musica concreta e la teoria della simultaneità free jazz (Lou Reed era un fan di Ornette Coleman). Un brano avanguardistico, noise, ancora oggi eccezionale manifesto di musica weird. Perfetta chiusura per un album seminale. E non c’è altro da dire. C’è tutto dentro. Il meglio, il peggio. L’apoteosi del nichilismo. L’inizio, la fine. E in nuce vi appaiono tutti i beni e i guai con cui il rock artistico dovrà avere a che fare. Non scherziamo e non parliamo della banana, che è la cosa più marginale del prodotto.

Qui troverete a l’animo a ceppi, legami, catene, cattività, priggioni, eterne ancor pene, martiri e morte; alla ritretta del core, strali, dardi, saette, fuochi, fiamme, ardori, gelosie, suspetti, dispetti, ritrosie, rabbie ed oblii, piaghe, ferite, omei, folli, tenaglie, incudini e martelli…” (G. Bruno, Candelaio)

In tristitia hilaris, in hilaritate tristis.

1 comment

  1. zio marketingjjjjjjjjjjjjjjjj

    arrivò a trastevere con harold bradley….che ricordi bellissimi

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