Van Morrison – Astral Weeks

Van Morrison – Astral Weeks“Astral Weeks” del 1968 si può considerare la prima opera compiuta e discograficamente sistemata del Van Morrison solista, dopo la breve stagione come cantante nei Them (in realtà ci sarebbe un precedente, “Blowin’ Your Mind”, che Morrison non avrebbe autorizzato a pubblicare), durante la quale il giovane cantante irlandese aveva fatto sensazione con la sua voce irruenta e trascinante, una cosa a metà il soul e lo shouting più nero, caratteristica di brani quali “Gloria” o “Mystic Eyes”.

“Astral Weeks” è un album sorprendente soprattutto per il fatto che non si collega con niente di precedente o di successivo, forse neanche all’interno della stessa opera di Van Morrison. Già dal successivo “Moondance” si assiste a una parziale contaminazione dello stile “astrale”, un ripiegamento verso un formato meno sovrannaturale, decisamente più terreno e pop (soft-rock).

L’opera si compone di sei lunghe tracce, alcune delle quali al limite del free-form. I musicisti che accompagnano Morrison sembrano tuttavia più un ensemble di musica da camera che una band di jazzisti (contrabasso, vibrafono, sax, flauto, clavicembalo, violino e chitarre). Sorprende che le composizioni siano così semplificate, alla maniera del blues: brevi giri di accordi ripetuti ciclicamente, scanditi dal ritmo del contrabbasso, cesellati dagli interventi del vibrafono, del violino e soprattutto del flauto; pochissime variazioni. Ciò che fa sembrare il tutto così “barocco” è senza dubbio la voce di Morrison, con le sue evoluzioni improvvise ed esplosive, protratte in modulazioni ora estatiche e sognanti, ora dolorose e lancinanti, sempre cariche di una palpabile tensione emotiva (alle quali, manco a dirlo, si devono i vertici più drammatici del disco). È questo l’aspetto esteticamente notevole dell’opera: quella perenne tensione che unifica la gioia e la tristezza, il godimento e la sofferenza, il sogno e la realtà in un torrente inarrestabile di emozioni vulcaniche, da incubo.

La prima traccia è già un programma: il ritmo insistente conduce il canto scatenato, libero, altissimo di Morrison in una riflessione torrenziale ed estasiata, che alla fine si scioglie nella dolcezza di un bisbiglio stanco e commovente, col ritmo che ancora batte in dissolvenza.

“Beside You” si apre col pianto della chitarra che accompagna la voce, stavolta vibrante di angoscia, mentre modula evoluzioni sempre più depresse, in caduta libera, fino ad una conclusiva esplosione di isterica disperazione. Splendido il finale, un grido interrotto all’improvviso, come fosse collassato dallo sforzo. “Sweet Thing” è invece una ballata astrale che dipana la sua melodia immortale in spazi immensi, trascinata da un vento implacabile; una danza liberatoria e solare, pervasa da una strana, enigmatica saggezza; dovrebbe essere l’inno nazionale dell’isola di smeraldo.

Il miracolo è però “Cyprus Avenue”, il capolavoro di Van Morrison: un lento crescendo del canto ormai rapito, col cuore in gola, illuminato da un ricordo indescrivibile: cristalli di immagini rubate al tempo che si affollano nella mente e spezzano la lingua; la voce ormai esterrefatta, ubriaca di quel ricordo, incapace di articolare una frase: “… my tongue gets tied every time I try to speak…”. I versi evocano immagini quotidiane giustapposte, scollegate fra loro, ma che appena sono colte dalla voce del poeta si caricano di mille “altri” significati; particolari evanescenti che dal niente diventano tutto e squassano il corpo e la mente, un viaggio mistico senza ritorno (“And all the little girls rhyme something, on the way back home from school…”).

“Madame George” è l’unico episodio in cui la tensione si spegne lentamente in un lungo sogno impressionista, condotto dalle felici divagazioni della voce, cullata dalla melodia ariosa e luminosa. Notevole l’arrangiamento classicheggiante che fa da contrappunto delicato agli assalti vocali di Morrison. In fondo al disco, “Slim Slow Slider” vaga nella nebbia del flauto, che tesse splendidi fraseggi free-jazz; un sogno che si disfa davanti agli occhi, sconclusionata tristezza nella voce (il disco termina con “I just don’t know what to do…”).

La componente mistica ed esoterica che dà vita a quegli spaventosi sali-scendi tra la terra e il cielo è ciò che in gran parte mancherà nelle opere future di Morrison. “Astral Weeks” rimane un prodigio scaturito da chissà dove. Rassicura il fatto che oggi sia tra le opere più riconosciute e omaggiate dalla critica, forse per l’intrinseca (insondabile) semplicità della musica.

Autore dell'articolo: Lorenzo Partenopeo

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