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The Stooges – The Stooges

Gli Stooges sono un gruppo dal fascino insano, l’espressione autoironica e disperata dell’ottusità contemporanea a cavallo tra due epoche: quella hippy e quella punk. La loro estetica così cupa e sguaiata è la rappresentazione dell’irrequietezza più confusa e immotivata, della noia, della deviazione, della dannazione urbana, ma anche dell’energia giovanile meno mediata e interpretabile. “The Stooges” è l’album d’esordio del gruppo con il quale il giovane Jim Osterberg (in arte Iggy Pop) si propose al mondo cambiando per sempre la storia del rock. Il disco, dalla violenta e onesta personalità musicale, è un’esplosiva miscela di tiratissime sonorità garage, malsana poeticità psichedelica, colta sensibilità distorta alla Velvet Underground e liriche depravate, sospirate e urlate con disperazione o scazzo dal timbro sensuale e degenerato di Iggy Pop. Un album epocale, che la rivista Rolling Stone ha inserito al 185° posto della sua lista dei 500 migliori dischi di sempre (all’epoca dell’uscita, invece, la stessa rivista stroncò il gruppo bollandolo come un combo di “criminali da strada”).

Era l’agosto del 1969, l’epoca di Woodstock, quando l’Elektra pubblicò questo album sperando di aver scovato i nuovi The Doors. La produzione fu affidata a John Cale dei Velvet Underground, il quale con molta capacità, nonostante le future recriminazioni di Iggy Pop, riuscì a dare forma al magma sonoro, pericolosamente informe e inquietante, espresso dalla band. Lontano dagli stilemi barocchi e progressivi in cui il rock soleva dirigersi in quegli anni, il disco non fu un successo. Le vendite furono deludenti e per risollevare le sorti commerciali di Iggy Pop fu necessaria un’accurata operazione di “restyling” messa in campo da parte di quel grande manager del rock che è David Bowie (produttore nel 1973 dell’album “Raw Power” e successivamente dei più fortunati album solisti dell’iguana, “The Idiot” e “Lust For Life” del 1977).

Eppure questo disco di esordio degli Stooges ha seriamente cambiato la storia del rock, influenzando moltitudini di band, anticipando il punk, la new wave più cruda, il grunge e l’indolenza dell’indie-rock. Ascoltandolo oggi nulla fa pensare a un disco scritto e prodotto nel 1969: si ha l’impressione che Iggy e i suoi compagni (Ron Asheton alla chitarra, Scott Asheton alla batteria e Dave Alexander al basso) appartengano a un’altra generazione, più scafata, disperata ed estrema… Il loro suono ribaltava ogni legge scritta del rock portantando tutto all’estremo: volume, distorsione, nichilismo, minimalismo, angoscia, disimpegno, soggettivismo, violenza… I riff intorno ai quali si strutturano le canzoni sono grezzi e maestosi allo stesso tempo, pervasi da una sinistra morbosità, espressioni di quel nichilismo indifferente e senza ragione di cui gli Stooges furono mirabili attori su e giù dal palco. La voce di Iggy ricorda quella di un Mick Jagger ancora più “sporco” e depravato e si muove con la grazia viziosa di un rettile intorno alle note, lente e distorte, di una musica volutamente tediosa e claustrofobica. Il sound della band ricalca il rock veloce degli Who e l’attitudine degenerata degli MC5, i ritmi tribali di certo jazz elettrico, l’intensità di lamenti funebri e psichedelici dei Doors e frasi chitarristiche semplici, mutuate senza troppo pudore dagli standard blues.the stooges 1969

Il disco si apre col pezzo “1969”, canzone manifesto della dissoluzione dell’utopia hippy, in cui Iggy descrive l’arrivo di “un altro anno senza nulla da fare”, scandito dalla ritmica percussiva della chitarra di Ron Asheton. Un vero e proprio inno generazionale punk (ante-litteram) in due accordi, che apre la strada al classico “I Wanna Be Your Dog”: episodio di suadente e aggressiva ossessività blues tendente al ronzio, ricco di vibrazioni avanguardistiche (il minimalismo pianistico di Cale che suona per l’intero brano un’unica nota) ed elettricità garage, che sarà poi preso a modello da tutta la generazione punk a venire. La programmatica “No Fun” e il semplice e acidissimo riff di “Real Cool Time” rallentano progressivamente il ritmo dell’album, già narcotizzato dal lento “raga” lisergico di “We Will Fall” (dieci minuti di puro delirio psichedelico, con la viola straziata di John Cale in primo piano). Sulle stesse coordinate d’apatia e enigmaticità si pone “Ann”, episodio che rappresenta uno dei momenti più morbidi dell’LP, almeno fino all’arrivo del lancinante assolo di chitarra finale. Wah dolenti e ipnotici, accordi monolitici, ritmi malati e handclapping nervosi, urla primitive e furiose e minacciose aperture melodiche fanno di questo disco uno degli esordi più entusiasmanti della storia del rock, una pietra miliare del sound crudo e speciale della ribellione, probabilmente ineguagliabile.

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