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The National – High Violet

Amati dalla critica sin dagli esordi, ma giunti al grande successo solo dopo lo straordinario “Boxer” del 2007, i The National tornano sulla scena musicale nel 2010 con un lavoro autoprodotto di ricerca espressiva e sintesi poetica popolare distribuito da 4AD. Album di difficile collocazione musicale, “High Violet” è da considerarsi come espressione e drammatizzazione di momento cruciale nella carriera del gruppo diretto dalla voce baritonale di Matt Berninger e dalle chitarre dei fratelli Desser e di Padma Newsome.

Mondani e trasandati, crepuscolari e fortemente ironici, i The National non si lasciano facilmente classificare in un genere o affibbiare etichette. Nel loro suono è lampante la volontà evoluzione rispetto alla dinamica già tradizionale dell’indie-rock e di lambire territori “borderline”, dove il revival post-punk si affianca alle sfumature del dark e del noir all’europea, non disdegnando neanche il pop , le suggestioni meno stereotipate del folk e i meccanismi mainstream più elevati. Il gruppo americano conosce la gavetta ed è arrivato al successo non proprio in giovane età… cosa che probabilmente li ha aiutati a mantenere sempre un atteggiamento abbastanza defilato nei confronti della popolarità, conservando quello spirito di precarietà e umiltà da outsider romantici, cosa che si addice a chi pur provenendo da una grande città, come Cincinnati, subisce il fascino e il timore rispetto alla vicinanza della metropoli per eccellenza, New York.

Dal punto di vista musicale, “High Violet” sintetizza e trascende in un disegno ideale la storia della progressiva evoluzione del vecchio rock alternativo americano nel primo decennio del 2000. Pur partendo da un sound nettamente influenzato dalla matrice indie con sfumature roots, col tempo il gruppo si è lasciato prendere la mano da prospettive melodiche, nel tentativo, spesso riuscito, di recuperare quella che è da considerare la forma più alta e nostalgica del pop-rock statunitense (folk, country, rock springsteeniano…).

“High Violet” è anche un disco sui generis, in quanto, dopo lo straordinario successo di “Boxer”, i National avrebbero potuto confermare la strada battuta in precedenza conservando un sound post-punk melodico e assicurandosi, in questo modo, un nuovo successo. Ma il gruppo opta per la ricerca di nuove soluzioni stilistiche. Il risultato è un album dall’animo doppio, nel quale mediazione e ricerca convivonono e si mescolano: i National continuano a suonare neo-folk-rock e post-punk, indie e pop, creando un nuovo verbo sintetico rivolto alla leggerezza. A un primo ascolto il disco emerge soprattutto per la continuità (sottolineata dagli elementi acustici) con i lavori precedenti, grazie a canzoni come “Bloodbuzz Ohio” e “Terrible Love”, che sembrano proprio pescati da “Boxer” o da “Alligator”. Ma, a un’analisi più approfondita, si possono facilmente cogliere fondamentali elementi di originalità nascosti tra le note e gli arrangiamenti. Dettagli che determinano l’umore generale dei pezzi e che ne complicano lo spirito, senza abbandonare la maniera riservata e pacata tipica dello stile della band. “High Violet”, a mio parere, riesce a superare per intensità e prospettiva poetica lo stesso “Boxer”, sottolineando la volontà del gruppo di restare ancoratio alle proprie radici musicali senza disdegnare nuove sperimentazioni. Commercialmente è una scelta felice: in questo modo la band riesce a conservare l’affetto dei fan più affezionati e a conquistare nuove fette di pubblico. Esteticamente ci troviamo al cospetto di un disco profondo, che richiede pazienza, attenzione e sensibilità, ma che, una volta compreso, riesce ad affascinare e stupire. Ciò succede in virtù dell’appeal non immediato, ma efficace, del sound apparentemente più introverso, ma meno grigio e doloroso rispetto ai lavori precedenti. Confermata la presenza di uno slancio wave un po’ ombroso, la tendenza a partorire testi ironici ma pregni di significato, la sensibilità rivolta a un folk più intimo e personale, i The National danno vita a un lavoro elevato e artisticamente maturo. Musica giocata sull’introspezione e l’intimismo delle note romantiche di “Terrible Love”, sulla freschezza della bellissima “Bloobuzz Ohio”, che segna la svolta verso un sound più diretto e melodico. Dimostrano una buona scrittura anche “Lemonworld”, “Runaway”, “Conversation 16” e la ballata pop-rock “England”, ma l’altro pezzo forte della selezione arriva verso la fine con la riuscita “Vanderlyle Crybaby Geek”.

I National sono stati per anni la band da tenere d’occhio, in attesa della consacrazione. “High Violet” è ciò che veniva richiesto: il disco della maturità e della piena espressione dei talenti del gruppo. Peccato che non tutti se ne siano accorti.

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