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The Libertines – Up the Bracket

up-the-bracket“Up the Bracket” è il primo disco dei The Libertines, rock band inglese culturalmente vicina al garage rock anni ’60, al british sound chitarristico (The Kinks, The Clash, The Jam, et cetera), e storicamente legata a quel revival post punk sorto e già risolto all’inizio del 2000. Il disco uscì nell’ottobre 2002 e raggiunse in breve tempo la top 40 della classifica britannina, suscitando entusiasmi, critiche e diffidenza. Per qualcuno si trattava di una montatura, altri parlarono di uno dei migliori dischi rock del nuovo millennio. Per tagliare la testa al toro e mettere in chiaro il nostro giudizio, definiremo l’album come una delle migliori montature rock del nuovo millennio. Il senso è questo: montare, tori a parte, non è per forza una cosa negativa. Dipende da chi monta e da come lo fa o da cosa è stato montato e in che modo…

Produttore dell’opera è Mike Jones, il chitarrista dei The Clash, che supervisiona le registrazioni, con piccoli interventi, senza disperdere la forza anomala e più pura della scrittura. L’etichetta di produzione è l’indipendente Rough Trade, nata nel 1978 dall’omonimo negozio di dischi di Londra (responsabile dei lavori di Scritti Politti, The Smiths, The Strokes e Antony and The Johnsons) e label di culto per la sottocultura alternativa europea.

Il gruppo è composto da Carl Barat, classe 1978, voce e chitarra, il discusso Pete Doherty, voce e chitarra, il bassista John Hassal e il precisissimo batterista Gary Powell. Barat e Doherty si dividono microfono e scrittura delle canzoni, imponendosi come la nuova coppia musicale da seguire e imitare. Novelli Lennon & McCartney, Strummer & Jones, vedete voi. Ma la “e” che unisce e contrappone i due cognomi non è solo commerciale. Si intuisce, infatti, una vera sintesi, il premio della chimica, nel momento in cui le loro voci s’incrociano o si alternano. Certo, il loro stile di vita dissoluto e i loro litigi affascinarono il mondo del gossip che ne parlò con ossessione crescente, mettendo in secondo piano quanto di buono artisticamente i due riuscirono a combinare. Ma è regola e tendenza della Babilonia del rock cercare o costruire mostri, anime dannate da criticare e ammirare. Perché Barat e Doherty sono prima di tutto due grandi songwriters, giovani maudit di talento che sanno scrivere riff semplici ed eleganti, inni scazzati e deliranti e canzoni che riprendono la lezione storica di Chuck Barry, il sound affilato dei The Clash e quanto di più buono c’è stato nel rock inglese dai The Beatles fino ai Suede.

Le chitarre fuzzy e tremolanti aprono le danze con la forte “Vertigo”. Un pezzo molto inglese, apatico e riottoso al tempo stesso, strutturato su una dinamica così semplice da risultare sorprendente. Handclaping, coro sbracato e riff bluesy conquistano con immediatezza e potenza. Gli incroci chitarristici sono quelli dei Television, la velocità e il piglio sono mutuati da un ascolto massiccio dei Jam, l’atmosfera decadente s’ispira, invece, ai capitoli più oscuri del lavoro di Marc Bolan e La’s. “Death on the Stairs” è un rock ‘n roll bizzarro e grintoso a doppia voce, in cui si urlano con melodiosa disperazione frasi definitive e romantiche, ironiche o forse semplicemente sconfitte, perdonabili se pensiamo che a recitarle è un gruppo di ventenni: “Please kill me/ Oh no don’t kill me/ Don’t bring that ghost round to my door/ I don’t wanna see them anymore”. L’inno dell’album è la malinconica fotografia di “Time For Heroes”, un chiaro omaggio musicale al nervosismo modernista dei The Jam di Paul Weller, dove amara critica sociale e sentimentalismo si confondono con un perfetto gesto espressivo che sa di sfogo nevrotico. “There are fewer more distressing sights than that/ Of an Englishman in a baseball cap/ Yeah we’ll die in the class we were born/ That’s a class of our own my love”. Moriremo nella classe (sociale) in cui siamo nati.

La ferocia sguaiata del punk declamata con forte accento cockney si mescola a un ritmo vagamente funky nella brillante “Boys in the Band”. In “Up the Bracket”, la canzone, il gruppo gira invece dalle parti dei The Kinks, gonfiandosi melodicamente con irriverente elettricità. Le canzoni superano raramente i due minuti e nel loro breve spazio concentrano esuberanza e aggressività, decadenza ed edonismo, raccontando di vita notturna, amori, dandismo, grandi bevute e vita miserevole di metropoli.

Il fascino dei Libertines è tutto nella loro vulnerabilità: nelle canzoni di “Up The Bracket” c’è tutta l’ingenuità e la passione della giovinezza, anche una certa arroganza. Ciò che rende speciale ed epocale la vita normale, vista con occhi meravigliati, scolvolti, irresponsabili. Il tempo degli eroi, appunto. Nella Londra morente degli anni zero. Eroi tossici e un po’ superficiali, geni sprecati e rovinati dai propri sogni confusi. Pura ebrietas di vanità. Quello che stupisce è la capacità del disco, in pratica ricco di paraculate e attenzione alla moda di quegli anni, di durare oltre se stesso e le gesta dei suoi protagonisti. Merito di Jones? Non credo. Bravi i Libertines, capaci di cogliere se stessi, di fotografare una generazione. La gioventù impossibile, ma infondo disinteressata a qualsiasi, reale, possibilità.

“L’impossibilità, come il vino/eccita l’uomo/che l’assapora;/la possibilità è insipida” (Emily Dickinson)

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