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The Cure – Pornography

The Cure - PornographyVolgarmente considerato come l’atto conclusivo di una esoterica (in senso filologico) trilogia, inaugurata con l’acerbo “Three Imaginary Boys” e maturata con il più convincente “Seventeen Seconds”, il disco dalla copertina rossa, “Pornography”, non è un contenuto facile da recensire. Questo non tanto per la difficoltà di assegnargli una “etichetta” di genere o un valore finale di giudizio, quanto per le sensazioni che personalmente provo ogni volta che lo ascolto. Dal punto di vista esegetico siamo infatti con due piedi nelle sabbie mobili del soggettivismo e dell’assertività.

Facile è dire che “Pornography” è il disco dark perfetto: gelido al punto giusto, intelligentemente scarno, moralmente pesante e psicologicamente insostenibile come quel vuoto, quella inarrestabile caduta verso una depressione senza scampo, che è la meta poetica cui Robert Smith & Co. miravano da sempre, sia esteticamente che esistenzialmente.

Più difficile è spiegarsi e soprattutto sopportarne il senso. Durante l’ascolto o la partecipazione al viaggio allucinato, solo apparentemente ripetitivo, che la band intraprende con “Pornography”, s’incorre in diversi problemi interpretativi. Da una parte è impossibile affermare di poter godere in pieno degli effetti e del significato del disco senza sprofondare in quel sentimento pregiudiziale e ideale di vuoto senza speranza che cerca spiegazioni dove non ci sono, assuefazione ove ciò non è più possibile. In pratica c’è bisogno di lasciarsi trascinare, anche a costo di sprecare intelligenza critica e funzionalità logica. Dall’altra parte, è altresì essenziale predisporsi alla tolleranza emotiva e all’empatia, soprattutto quando il disco lascia intravedere il desiderio, o forse la necessità, di aggrapparsi a qualcosa, di trovare un appiglio per non continuare a precipitare.

Probabilmente proprio in questa ambiguità di fondo si traccia la differenza tra due grandi artisti solitamente considerati come gli spiriti guida della dark-wave britannica: Ian Curtis e Robert Smith. Laddove il primo non lasciava intravedere alcun tipo di illusione, il secondo sembra anelare una salvezza pur continuando a immergersi in un terrore che impedisce qualunque movimento.

Il disco si presenta all’ascolto come un fitto intrigo di riff ipnotici, accompagnati dalla batteria potente e prepotente di Laurence Tolhurst, da ossessivi ritmi tribali che appaiono ancor più claustrofobici nella loro ripetitività lancinante. L’album si apre con l’incedere freddo e meccanico di “One Hundred Years” e con la lucida e di per sé inequivocabile dichiarazione di quelli che sono gli intenti del gruppo… dare vita a una vera e propria opera dell’assurdo nella quale il senso di non appartenenza, di totale perdizione e di assoluto smarrimento è l’unica via possibile di esistenza, resistenza e comunicazione. Con “A Short Effect” il lavoro si concede una pausa, tanto sublime proprio perchè così breve, dal blocco di negatività sino a quel punto creato o evocato. “The Hangin Garden” ci riporta in un mondo di creature orribili e repellenti, rese intime e per questo più inquietanti attraverso armonie infantili e suoni lucidi, vagamente attraenti, per poi risalire nell’universo della desolazione con “Siamese Twins”. Questo è il pezzo considerato come il vero capolavoro di tutto il disco, la canzone nella quale il senso del tempo si annulla, mentre ogni concretezza pare sgretolarsi dinanzi a una trance ipnotica dalla quale è impossibile svegliarsi. Mano a mano che si procede nell’ascolto questa sensazione diventa sempre più evidente, lampante e coinvolgente. “The Figurehead” ci fa spiega chiaro e tondo, con parole e impressioni tacite, che l’uomo altro non è che una immagine di se stesso, “A Strange Day” segna i confini dell’ignoto, evocando paure senza causa e colpe senza redenzione, mentre “Cold” torna a fissare l’abisso dell’assurdo, il dolore immobile nel quale domina solo il lento lamento di un organo.

Il disco si chiude con la title-track, una canzone psicotica e allucinante che però rappresenta al meglio la “doppiezza” estetica dei The Cure e di “Pornography” in particolare… se da un lato, infatti, quel senso di dissoluzione che ci ha accompagnato in tutto l’ascolto pare trovare la sua suprema celebrazione, dall’altro, paradossalmente, ecco affiorare quella nota di speranza, o meglio, una presa di coscienza che rimanda a un vitalismo puro, all’amore e alla positiva prospettiva di una redenzione. Alla fine esiste un’altra strada, una cura… “I must fight this sickness, find a cure”.

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