«

»

Syd Barrett – The Madcap Laughs

Syd Barrett - The Madcap LaughsIl primo album solista di Syd Barrett è il risultato incidentato e babelico di un parto forzato, di una lunga gestazione artistica e produttiva, frutto di un’intricata vicenda umana e musicale, assai complessa e pietosa. Ciononostante a colpire e a segnare esteticamente è la totale naturalezza che il suo autore volle esprimere nelle sue canzoni.

Ci vollero più di due anni per la scrittura, la registrazione e il missaggio del materiale. Nick Mason dei Pink Floyd ricorda con coscienza, velata da un sottilissimo brano di cinismo e da senso di colpa, il momento dell’esclusione del leader del gruppo psichedelico più famoso d’Inghilterra. La band all’inizio del 1968 stava provando un nuovo chitarrista solista, David Gilmour, da affiancare al sempre più negligente e incomprensibile Barrett, ormai ostaggio irrecuperabile di droghe e alienazione mentale. Fu organizzato un piccolo tour britannico. Il quinto concerto in programma, quello del 26 gennaio, era fissato a Richmond. Peter Janner, il manager dei Pink Floyd, passò a prendere tutti i componenti del gruppo. Waters guardò gli altri negli occhi e fece una domanda dal tono ironico e allo stesso tempo spazientito: “Dobbiamo per forza andare a prendere anche Syd?”. Il resto del gruppo non rispose. Tutti consideravano il cantante ormai come zavorra, il pericolo principale per la buona riuscita degli show e per l’equilibrio morale e mentale della stessa band. Così Barrett venne cacciato dal gruppo che aveva magicamente risollevato dall’anonimato e portato al successo. Syd non capì subito la situazione e continuò per qualche tempo e sporadicamente a presentarsi alle prove dei Pink Floyd, sempre più confuso, inconsapevole. Gli altri cercavano di girare attorno all’argomento, proponendogli di supportarli come membro esterno, paroliere. Barrett rimase così sospeso in un limbo di dispiacere e disagio per alcune settimane, si rintanò nella sua nuova stanza di Londra con la ragazza Lindsay Corner e continuò imperterrito a fumare hashish, ingoiare zuccherini all’lsd, solleticarsi con l’eroina e curarsi con mandrax recuperato a Kensington.

A maggio, Peter Jenner ruppe gli indugi e lo portò in studio per alcuni provini. L’intenzione era quella di recuperalo come cantante solista e, prima ancora, come essere umano: strapparlo alla solitudine e all’assurda e improduttiva via di autodistruzione in cui si era infilato. Barrett accettò e si presentò con una decina di testi. Scelse di suonare solo una chitarra acustica. Le canzoni, allo stato di demo, erano tutte cantilene dal vago sapore folk. Nulla a che vedere con le caleidoscopiche composizioni del primo disco dei Pink Floyd. Erano pezzi volutamente grezzi, sconclusionati… ma nella confusione generale era facile intuire profumo di genialità, profonda musicalità e una deviata luce pop. Dopo due mesi, Jenner gettò però la spugna. Syd era ingestibile, sempre più drogato, scombinato, estraneo al mondo e a se stesso. Le demo furono fatte ascoltare a Waters, poi a Gilmour, che reagirono con preoccupazione, interpretandole come testimonianza di un crollo definitivo.

Durande l’estate, Syd partì con la ragazza per un viaggio in auto lungo le campagne inglesi. Si fermò a Cambrige, casa sua, dove venne ricoverato per un grave esaurimento nervoso. Il secondo ricovero in pochi mesi. Un anno dopo fu Malcom Jones (già al lavoro con i T. Rex e i Deep Purple) a prendersi sulle spalle la croce. Il produttore convinse la EMI a firmare un nuovo contratto con Barrett con la sussidiaria Harvest, allora impegnata soprattutto con materiale prog. Riportò di peso il cantante ad Abbey Road, nello studio 3, e lo fece lavorare a nuove registrazioni, ancora acustiche e solitarie. Vennero recuperate alcune tracce del 1968 e abbozzati degli arrangiamenti. Dopo una settimana di lavoro sulla voce e le chitarre, arrivarono Jerry Shirley, degli Humple Pie, alla batteria, e Willie Wilson dei Quiver, qui impiegato al basso. Le canzoni vennero registrate in presa diretta e furono spesse volte interrotte dai silenzi o dalle risate del cantante. Solo “Here I Go” fu salvata così com’era stata registrata e non lavorata al mixer e con gli overdubbing. A maggio entrarono in sala nuovi turnisti d’eccezione. Furono infatti chiamati in causa Robert Wyatt, Mike Ratledge e Hugh Hopper dei The Soft Machine, amici intimi dei Pink Floyd, che suonano in “No Good Trying” e “Love You”. Tra le sovraincisioni appare anche il cornista Vic Saywell. Wyatt racconta di non essere mai riuscito a capire cosa Barrett stesse suonando o cosa volesse che gli altri interpretassero. Syd modificava le canzoni a ogni prova, a ogni take, cambiava tonalità, accordi, spezzava le frasi e introduceva nuovi testi, tempi assurdi da seguire con la batteria. Fu così che furono chiamati Roger Waters e David Gilmour. Fu lo stesso Syd a volerli. Almeno loro conoscevano Barrett e sapevano come assecondarne la follia, i continui sbalzi d’umore. Waters e Gilmour produssero buona parte del lato A e tutto il lato B del disco, tranne “Octopus” (con batteria e basso di Gilmour) e “Golden Hair” prodotti da Barrett col solo Gilmour (Waters era troppo occupato con “Ummagumma” e troppo annoiato dal lavoro con l’ex amico Syd) lavorando sui provini del ’68 e il materiale registrato nel ’69 da Barrett con Jerry e Willie e con Jones e i Soft Machine. I giorni effettivi di lavoro furono quattro o cinque, intervallati dai continui impegni promozionali e creativi dei due Floyd. E fortunatamente l’intervento dei due “perfezionisti” psichedelici non riuscì a cambiare le carte in tavola. Le registrazioni erano così compromesse che c’era poco da fare, tranne applicare qualche cerotto qua e là…

Syd Barrett - The Madcap Laughs“The Madcap Laughs” è un album storico per diverse ragioni. Fotografa lo stato di grazia poetica e degrado morale di una giovane promessa del rock alternativo inglese, un songwriter autentico che vola troppo alto, troppo lontano, per rimanere ancorato al sistema, alle mode commerciali o underground più tollerabili. Un lp che insiste sulla ricerca di un nuovo verbo, più intimo e al contempo più estraneo, meno pomposo e soprattutto lontano dagli effetti speciali della prima psichedelia inglese. In ultimo, il primo disco di Barrett ha la bellezza dei capolavori incompleti, il decadente fascino del gesto inconsulto, per metà bello e per metà sbagliato. Improvviso, imprevedibile, perché appena accennato e forse neanche ben pensato. L’apoteosi della vaghezza, come condizione allucinata di una mente al di là, per difetto o per eccesso, dalla normalità. Le canzoni, diciamolo subito, non sono tutte stupende. Ma nel marasma e nel rimbambimento barrettiano germogliano alcuni momenti di pura poesia, musiche memorabili, semplici semplici, eternamente gravide di significati…

Il primo brano del disco è “Terrapin”, un folk-blues malinconico e innamorato, per metà inglese e metà americano (Bob Dylan è un modello per il Barrett solista che deve essere per forza citato e considerato), ben strutturato nelle essenziali armonie acustiche e impreziosito da un inciso fiabesco e da pause inquietanti. Il testo è un affresco simbolista fortemente psichedelico, l’amore tra due pesciolini, un idillio testuale tanto naif quanto immaginifico… Un’esplosione di colori e idee che la musica non sa o non vuole più comunicare strumentalmente. “No Good Trying” si arricchisce dell’apporto tecnico dei sapienti Soft Machine, con un organo “open-minded” che guida la musica e le note come fossero infiorescenze rampicanti che abbelliscono e proteggono una melodia maliziosa e annoiata, superbamente ermetica, accompagnata dalla chitarra acustica che gracchia e inciampa con stile blues. In “Love You” si ritorna al pop inglese contaminato da echi honky-tonk, rispuntano quelle sfumature che rendono riconoscibili le prime ballate dei Pink Floyd e il testo è poesia minimale con rime semplici e riferimenti autologici stranianti e illuminanti. A fare la differenza sono però le note percussive del pianoforte, meno inquietanti e alternative del previsto.

syd“No Man’s Land” è un modello assurdo e insieme finito di rock lisergico oscuro e degenerato. L’approccio è fondamentalmente punk, Barrett usa la chitarra e la voce al di là di strutture e atteggiamenti classici per esprimere noia, esaltazione improvvisa, meraviglia, sconforto. La ritmica è spezzata e ritardata, eppura continuamente suggerita e coinvolta in una sensazione di indifferente panico; l’atmosfera cupa bilancia l’irruenza regalando all’ascoltatore un notturno artistico esteriormente aggressivo ma interiormente assai fragile (“Just searching you even try/ I can make you smile/ if it’s there will you fo there too?/ When I live I die”)… Quando vivo muoio… Tornano le atmosfere fiabesche con “Dark Globe”, un folk ipnotico e destabilizzante, dalla scrittura minore ma dalla melodia delicata e triste come un giocattolo finito in una pozzanghera. Barrett stona, si lamenta, percuote e accarezza la chitarra, si blocca legnoso su un paio di note. “Here I Go” è più rock e sperimentale, anche più serena, ma non tradisce l’atmosfera da folk apocalittico che pervade l’intero album. La canzone parla di un cantante lasciato dalla ragazza che si è innamorata di una rock band. Lui allora cerca di scriverle una canzone, la più bella e ispirata che si possa immaginare, o meglio che Barrett possa immaginare. Alla fine, però, quando è il momento di suonarla alla fidanzata, il cantante cambia idea e s’invaghisce della sorella della sua bella. “Octopus”, originariamente intitolata “Clowns and Jugglers”, è il pezzo più orecchiabile, quello da cui Gilmour ha estratto la frase che dà il titolo al disco: Well, the mad cat laughed at the man on the border”. Viene infatti scelto come singolo dell’album, riuscendo a comunicare immagini e suoni ora brillanti, ora sinistri. Syd stona ancora, gli piace farlo, insegue note grottesche, scimmiotta Brian Wilson mandato al rallentatore. “Golden Hair” parafrasa e cita James Joyce e rappresenta uno degli apici poetici di Barrett. La musica è dolce, sottilmente inquieta, leggermente più strutturata e armonicamente compiuta rispetto al resto del disco, ma tutta arricciata nei capricci dell’organo… “Long Gone” è la classica ballata del Syd ispirato del ’67-’68, un bell’esempio di scrittura chiara e intrigante. Tutto sembra suonato con vero e proprio spirito punk-rock, buona la prima, come viene viene. “She Took a Long Cold Look” è ancora folk ridotto all’osso. In sottofondo un po’ di macchie acustiche, imperfezioni e il rumore di fogli che cadono. Syd legge quello che canta, non ricorda i testi… “Feel” è un gospel bianco e sghembo, materia grezza, piena di angoscia e paure, deliri da drogati (“A gasp shringing / A bad bell’s ringing / The angel, the daughter / You feel me.”). “If Is’t in You” è un altro piccolo schizzo naif, tra il folk e il blues primitivo, un capitolo à la Mark Bolan in periodo freak, niente di speciale, ma ancora qualcosa di strano, che lascia interdetti. Per il finale “Late Night” viene utilizzata la demo del ’68 con alcuni overdubbing, una chitarra slide, una voce più pulita… Il resto è magia, storia, spiritualità.  

2 comments

  1. Gitto ZL

    Giusto, l’articolo qui racconta finalmente con equilibrio i pregi e i difetti di un disco bello ma molto incompleto scritto da un musicista di talento ma senza equilibrio

  2. OrangeSunshine

    Capolavoro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Puoi usare i seguenti tag ed attributi HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Completa la seguente equazione (anti-spam) * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Continuando la navigazione su questo sito web acconsenti all'utilizzo di cookies. Per maggiori informazioni consulta la Cookie Policy

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close

_<_ _R_