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Suede – Suede

Suede - Suede (Nude Records, 1993)Un turbinio di emozioni intense, sensuali, che si manifestano con soffusa e consapevole decadenza. Una musica dolce ma che all’occorrenza non rinuncia a graffiare. L’ambiguità come certezza, un punto di partenza contraddittorio quanto polivalente da cui muovere e ritornare. Ecco come intendo i Suede.

La musica popolare del Novecento, il cosiddetto “pop”, è stato spesso contraddistinto da fenomeni di costume studiati a tavolino, prodotti appositamente e confezionati per irretire gli adolescenti o, all’altro estremo, da estemporanei progetti d’elite, cervellotici e sperimentali, talmente avanguardistici (almeno sulla carta) da perdere il contatto con le necessità basilari della musica come arte: la passione, la gioia, il piacere dell’ascolto, la voglia di evasione, la semplicità di farsi catturare e di perdersi in un motivo dal fascino ammaliante. Il suono contemporaneo deve innanzitutto sposare il bisogno della funzionalità commerciale e dell’immediatezza poetica. Perché essere pop vuol dire proporsi al mercato, vendere, ammaliare. Una canzone deve essere ricercata, facilmente ricordata, cantata a squarciagola in momenti particolari. E l’album perfetto deve contenere canzoni capaci di coinvolgere le folle, toccando il cuore degli individui, senza però rinunciare alla ricerca di novità, di un nuovo modo di esprimersi. Questo perché è nelle sensazione, che devono prima di tutto destare meraviglia, in cui vogliono rifugiarsi e lasciarsi cullare gli ascoltatori.

Da una parte vendite, successo, popolarità. Dall’altra, concetto, nicchia, ricerca estremizzata di un livello culturale “altro” quanto “vuoto”. Quale la ricetta giusta? Quale il fine opportuno? Troppo spesso ci si è dimenticati del punto zero, della base. Fondamentalmente, il novanta per cento della musica pop occidentale, dai The Beatles in poi, è basata sulla compresenza di due elementi, sull’immancabile presenza di due precisi ingredienti: una bella voce e una valida chitarra.

Brett Anderson e Bernard Butler sono stati (e sono ancora) due validi interpreti di queste particolari forme d’espressione musicale, forse fra le eccellenze della loro generazione. All’inizio degli anni ’90, il pop inglese annaspava, soffocato da “immondizie musicali”, seppellito dalla mediocrità imperante dell’indefinito filone synth-pop o sospeso in un limbo tra la senilità delle precedenti grandi leve e il quasi vuoto che precedette il grande salto. Quello verso il britpop, etichetta (più giornalistica che dal reale valore critico-musicale) che con il tempo ha assunto un’accezione nettamente dispregiativa fra i musicofili. Un atteggiamento questo, lasciatemelo dire, banalmente superficiale e nettamente ingeneroso verso band e album che tanto hanno avuto da dire e che, cosa ancora più importante, hanno saputo dirlo con stile.

Troppo si è già scritto e detto della vicenda dei Suede e dei loro fortunati esordi: il sostegno della stampa britannica, la campagna “eversiva” del New Musical Express per mandare la band ai Brits con l’intento di promuovere il rinnovamento nello stantio pop inglese, la fama raggiunta ancor prima di pubblicare un solo album o singolo… Elementi di colore, da considerare e tenere presente, certo, ma che troppo spesso hanno spostato il giudizio su dettagli trascurabili, sviando dagli elementi salienti. Sarebbe dunque tempo di una corretta visione critica, di un giudizio insieme semplice e definitivo: i Suede erano un gruppo valido, che aveva già un consistente repertorio composto da buone canzoni, con un’abilità live fuori dal comune, d’impatto e tipicamente inglese, fatta di qualità stilistiche e melodia, ma anche di giusto aplomb… ambiguità, sensualità, trasgressione e anticonformismo, concetti chiari sin dall’artwork del loro esordio su disco (il bacio saffico è un particolare tratto da una foto di Tee Corinne, che nel suo complesso mostra una donna baciare una conoscente paraplegica).

hqdefault“Suede”, pubblicato il 29 marzo 1993, su etichetta Nude Records, è un disco completo, già maturo, fatto sorprendente se si considera che nessun componente del gruppo aveva mai registrato prima di allora in uno studio professionale. Nonostante una produzione tutt’altro che perfetta (soprattutto il sound della batteria di Simon Gilbert lascia a desiderare, senza contare che alcuni pezzi vengono affossati dalla tendenza del suono a “gracchiare” se il disco viene ascoltato a volumi sostenuti), l’opera non viene intaccata nella sua essenza e riesce a presentarsi all’ascoltatore in tutta la sua fulgida voluttuosità. E come potrebbe essere altrimenti? I pezzi in scaletta sono ben scritti e arrangiati. Tutte canzoni più che valide, suonate da interpreti giovani, entusiasti e in gran spolvero. L’impatto è da colpo di fulmine: armonia, dolcezza, melodia. “So Young” rimane uno dei brani più conosciuti della band, ideale biglietto da visita per incontrare l’universo estetico dei Suede. Una sorta di manifesto, in cui il gruppo mette subito in chiaro quella che sarà la propria proposta musicale. È Butler a introdurci in questo paese delle meraviglie. Le note della sua chitarra risultano fin da subito magiche, rarefatte, l’ideale tappeto di malinconica epicità popolare per la voce di Anderson, acuta e appassionata, elastica e versatile, pronta a sfoderare con apparente semplicità anche un efficace falsetto. In una dimensione soffusa il raffinato singer canta di derive giovanili, ammaliando con la sua vocalità intrisa di struggente dolcezza. Anche le liriche denotano immediatamente uno stile decadente, intimista. Tutti i testi dell’album sono stati direttamente influenzati da esperienze personali ed emotive della vita di Anderson. Non a casa, riguardo i temi di “Suede” il cantante dichiarerà più volte che “il primo album era basato sul sesso e la depressione in egual misura”.

“So Young” tratta dell’overdose della sua ragazza dell’epoca, Justine Fishermann. Un nome noto alle cronache musicali di quegli anni: la Fishermann faceva parte del primo nucleo dei Suede, ma dopo aver lasciato Anderson per Damon Albarn dei Blur (cui ispirerà la delicata “Tender” dall’album “13”), fu cacciata dalla band nel 1992; formerà poi le Elastica, altre esponenti, seppur minori, dell’ondata britpop degli anni ’90. Nella traccia numero uno dell’album “Suede” il climax non è però lirico: l’apoteosi è raggiunta da un delicato intreccio fra chitarra e piano, proprio al centro della canzone. Dietro, alle tastiere, per l’occasione, c’è il fedelissimo produttore Ed Buller, sebbene le note di copertina, riportino Butler come l’unico responsabile dei contributi pianistici dell’intero disco…

L’opener, seppur meravigliosa, non conclude né determina l’essenza poetica del disco, che riserva altre prelibatezze, prima fra tutte “Animal Nitrate”, proprio la canzone che i Suede eseguiranno ai famigerati Brits Award del ’93, e che segnerà la loro definitiva consacrazione in seno al rock britannico. Introduzione di immediato impatto e ritornello che si stampa in testa, la canzone contiene uno dei testi più forti di Anderson; lo stesso autore lo definisce un brano “sulla violenza e gli abusi, il sesso e la droga (il titolo un gioco di parole sul nitrito di amile, sostanza utilizzata come stupefacente in quanto induce un brevissimo stato di euforia, a cui fa però seguito un rebound depressivo – n.d.a.). In realtà è una canzone abbastanza hardcore […] Non ho mai considerato il sesso come qualcosa di sano e gioioso da celebrare. Vi ho sempre visto un lato più sinistro… ed è quello che cercavo di trasmettere. So che era quasi un’ossessione la mia ma avevo voglia di scrivere una canzone con un messaggio sessuale perverso e portarla nella top ten. Era come una piccola sfida che avevo lanciato a me stesso”. Sfida vinta, visto che il brano, terzo singolo estratto dall’album, raggiungerà la settima posizione nelle charts inglesi, imponendo il marchio Suede, consacrando degnamente la coppia d’autori Anderson/Butler che, ricordiamolo, firmano tutti i pezzi di questo primo disco. Magnifica, a dir poco, è anche “She’s Not Dead”, basata sul suicidio della zia di Anderson, uccisasi insieme al proprio amante. Anche questo brano conferma temi e fonti di inspirazione del songwriting di Anderson, capace di filtrare attraverso la propria sensibilità tragiche vicende di vita, con un particolare gusto per piccoli quanto vividi particolari; “la catena alla caviglia (“he ankle chain) è il tipo di dettaglio che può venire solo dalla verità, che non può essere evocata” affermerà il cantante. La melodia struggente e l’interpretazione vocale praticamente perfetta, ne fanno forse il gioiello più prezioso del disco, senza nulla togliere alle altre magnifiche composizioni. Pezzi come la celeberrima “Pantomine Horse” o la dolce “Sleeping Pills”, restano episodi musicali di rara bellezza, brani che continuano ancora oggi a incantare per il perfetto equilibrio fra chitarra e voce.

Se i testi colpiscono per la loro ricercatezza, i riferimenti musicali sono invece chiari: il glam, i Roxy Music, Bowie. La chitarra di Butler ha il sapore di quella del miglior Ronson, con il sound dell'”Electric Warrior” di Bolan e T-Rex e un pizzico del vorticoso e stuzzicante chitarrismo di Johnny Marr. Il giovane chitarrista, allora ventiduenne, filtra due decadi di rock inglese e li ripropone con uno stile personale, che sa di antico pur restando al passo con i tempi. Anderson non è da meno; la sua voce è unica, onirica, mai del tutto piena o marcata eppure incredibilmente efficace e sognante. Un cantato fuori dall’ordinario, solo apparentemente fatto di singulti ma in realtà omogeneo e misurato.

“The Drowners”, primo singolo tratto dal disco, conferma il trend dell’album e il metodo compositivo della premiata ditta Anderson/Butler: strenua ricerca musicale nell’arrangiamento di chitarra e voce, atmosfera decadente e ritornello da classifica, il tutto in salsa molto, molto british. E se “Metal Mikey”, uno dei must della discografia del combo inglese, resta un diamante di incredibile splendore, con “Moving” la band dimostra di saper anche graffiare e trascinare. L’ennesimo saggio di bravura di Butler impreziosisce il brano, rendendolo imperdibile, anche se Anderson criticherà molto la produzione del pezzo: “Non suona mai bene sul disco rispetto a come fa dal vivo. Non c’è quasi per nulla energia, è iperprodotta… è un po’ triste”. Ci permettiamo di dissentire, anzi ormai l’energia è a mille e le cartucce non sono ancora finite: “Animal Lover” è quanto di più catchy i Suede potessero sfoderare per il loro esordio. Una canzone immediata, orecchiabile, trascinante, una melodia plasmata a regola d’arte. Impossibile non cantarla, impossibile non lasciarsi andare e godersi un brano in perenne crescita, che si avvita in un’emozionante spirale chitarristica per poi esplodere nell’orgiastico finale. Menzione speciale anche per il bassista Mat Osman, che in questo pezzo compie un lavoro stupendo, sin dalla memorabile introduzione.

La chiusura è affidata a “The Next Life”, delicata ballata per piano e voce dedicata da Anderson alla madre defunta, ideale conclusione, leggiadra e pregna di emozione, per un disco da sogno.

I Suede continueranno il loro viaggio, la cui tappa successiva sarà “Dog Man Star” che, causa le scarse vendite, porterà a malesseri in seno alla band e alla dipartita di Butler. Dato per finito, il gruppo londinese saprà piazzare un altro colpo importante: “Coming Up”, disco riuscito e maturo, per quanto molto più solare rispetto al passato, che nel ’96, trascinato dal fortunato singolo “Beautiful Ones”, venderà oltre ogni più rosea aspettativa. I Suede si scioglieranno nel 2003 e si sono da poco riformati. Butler continua a non far parte del progetto, ma è tornato a collaborare con l’amico Anderson, sotto il moniker The Tears (unico album prodotto “Here Come The Tears”, datato 2005).

Cosa riserverà ai Suede il futuro non possiamo certo raccontarvelo, né immaginarlo. Quel che è certo è che il loro corso sarà per sempre determinato dall’esordio del 1993. Diciamolo in poche parole: questo disco è una pietra miliare del pop inglese anni ’90. Ascoltatelo.

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