Sonic Youth – NYC Ghosts & Flowers

Quella del 4 luglio 1999 è una notte orribile per i Sonic Youth: un ladro ruba il camion del loro tour americano, contenente la maggior parte della strumentazione della band. Si tratta di quasi trenta chitarre “preparate”, amplificatori, bassi ed effetti, il cui settaggio rappresenta lo studio e la ricerca sonora di quasi quindici anni di lavoro. Il mese successivo la band entra in studio per registrare NYC Ghosts & Flowers, prodotto da Jim O’Rourke. Il gruppo è sfiduciato a causa della perdita degli strumenti customizzati, elemento essenziale del loro suono, e scosso da tensioni interne. Il tecnico del suono Wharton Tiers intuisce la mesta atmosfera che aleggia in studio e si prepara a catturarla. Dalla sua, O’Ruorke, genio della scena sperimentale di Chicago, offre la collaborazione al basso (in due brani su otto) e attraverso interventi elettronici: siamo nel nuovo millennio e i Sonic Youth sentono la necessità di affrontare i nuovi linguaggi della musica pop, di assorbirli e filtrarli attraverso la propria sensibilità.

Le chitarre, ovviamente pacificate da limiti più materiali che teoretici, inseguono melodie oblique e suggestioni ambigue, il drumming di Shelley si avviluppa intorno a ritmiche sempre meno regolari e le voci tendono con più coscienza al recitato. “NYC Ghosts & Flowers” è per questo un album poco rock, lontano dalla potenza e dall’immediatezza di “Goo” e “Dirty”, e strettamente legato alla direzione “letteraria” di “A Thousand Leaves”.

Mister Moore, la Gordon e mister Ranaldo concentrano la loro attenzione sulla poetica della beat generation, sviluppando brani minimalisti, ma allo stesso tempo pregni di contenuti, vicini all’estetica del reading. Darryl Allan Levy, Jack Kerouac, Allen Ginsberg e William Burroughs (la cui opera pittorica “x-Ray man” è usata come copertina dell’album) sono evocati e citati dai testi, come fantasmi tutelari cui tributare un innamorato omaggio.

Ma la protagonista assoluta è New York, il Greenwich village, i sobborghi, il fiume Hudson e la passeggiata di Broadway, dove alla fine degli anni ’50 artisti e poeti diedero vita alla rinascita culturale americana. “Free City Rhymes” è una ballata decadente dall’ossessivo incidere psichedelico, dove le chitarre di Moore e Ranaldo giocano a sovrapporsi e a ricalcarsi in intricati orditi strutturati sul fragile presupposto dell’ordine cromatico. In “Renegade Princess” Moore ritorna a una melodia coinvolgente e “giovanile”, destrutturando però il suono in frammenti di saturazione elettrica, mentre la batteria insegue le pennate chitarristiche suonando come mai prima in un album dei Sonic Youth. Kim Gordon recita nel singolo “Nevermind (What Was it Anyway)” (il cui crescendo finale riporta al rumorismo solito dei Sonic Youth), nell’allucinata (allucinante) e sospirata “Side2Side” e nella conclusiva “Lightin”, brani crepuscolari dalla forte caratterizzazione sensuale-catastrofista. In tutto l’album s’intuisce un penoso presagio su ciò che accadrà a New York da lì a pochi mesi. L’11 settembre è, infatti, alle porte. “Small Flowers Crack Concrete” è declamata su un arpeggio doloroso che trascende in puro avant-garde.

In “NYC Ghosts & Flowers” Ranaldo torna al microfono, anche lui visibilmente quietato dalla raggiunta maturità, richiamando Burroughs e tutto il suo corteo di droghe oppiacee. Molti fans accolsero questo disco come il manifesto della fine dei Sonic Youth, l’atto di rinuncia, attraverso cui proclamarono il loro nuovo corso di sperimentazione “calma”. E nacquero le solite questioni sul tradimento, l’essere bolliti e via discorrendo. In realtà quest’album possiede una forza evocativa che difficilmente non colpisce l’ascoltatore, probabilmente dettata dalla stessa fragilità con la quale i Sonic Youth hanno affrontato questa registrazione. L’ispirazione è notevole e la resa estetica si dimostra concettualmente intelligente. Per questo è un disco da avere e su cui riflettere ancora, anche alla luce degli incerti episodi successivi del gruppo. Se ne vadano affanculo tutti i tamarri che non l’hanno capito!

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