Slint – Spiderland

Slint - Spiderland

(Nelle viscere di ieri)

Io detesto parlare degli anni ’90. Un po’ perché non li ho vissuti veramente (ero una mocciosa), un po’ perché non li capisco del tutto (un sacco di gruppi sopravvalutati – ovviamente non dico chi, perché altrimenti rischio il linciaggio da parte di alcuni miei amici più grandicelli – che vigliacca, lo so Eddy), un po’ per il labile confine col tamarro che spesso si è sfiorato (e qui abbiamo l’apoteosi del mio atteggiamento snobistico verso un certo tipo di grunge: l’ho detto).

Per mia e per vostra fortuna, quello di cui sto per parlare, pur essendo nineties al cento per cento, non ha nulla a che fare con quanto su citato. Si tratta di un’opera monumentale che qualcuno ha definito “il buco nero in cui cadevano i ‘segni’ del rock, in cui idealmente finiva tutta la storia della musica rock” (P. Scaruffi). Ci andrei piano sulla fine della storia della musica rock, che purtroppo avrebbe continuato a fare proseliti per un altro bel po’, ma il dato di fatto è che questi quattro ragazzetti del Kentucky (guardateli sorridere in copertina e ditemi se non sembrano innocui), riunitisi apposta per registrare quelle sei tracce in una pausa dagli studi universitari, crearono qualcosa di semplicemente maestoso. Un suono lacerante e angoscioso, che produsse un effetto recettivo folgorante.

Su questo disco si sono sprecate molte e ampollose parole, e io non cederò alla tentazione di fare altrettanto. Mi limiterò a un consiglio d’ascolto, perché come tanti altri che nel 1991 erano poco più che infanti, le cose le ho dovute scoprire in differita: m’immagino che qualcuno di voi non li conosca, e gli dico che dovrebbe proprio farlo questo viaggio post-rock di trentanove minuti e trentotto secondi, vecchio più di vent’anni eppure intatto nella sua magnificenza.

Pronti per partire? Io sono una specie di hostess che vi dà quelle ridicole quanto inutili indicazioni, ma devo farlo, è il mio lavoro. La prima traccia, “Breadcrumb Trail”, è come quando in aereo, poco prima del decollo, chiudete gli occhi e cercate di rilassarvi, ma c’è comunque un piccolo qualcosa che v’inquieta. Poi pensate a dove state andando, e siete felici anche con quel qualcosa addosso. Non v’importa nemmeno delle turbolenze e i vuoti d’aria una volta che siete già in quota: fanno parte del pacchetto. La seconda, “Nosferatu Man”, è come quando passate su un’immensa distesa d’acqua, sia essa mare oppure oceano, la cui profondità sotto di voi sembra devastante. La terza, “Don, Aman”, è quando le nuvole sono più fitte che mai, e non si vede nient’altro, e magari la xamamina che avete preso prima del volo sta lentamente facendo effetto, e vi sentite cullati da una forma sottile di disperazione. La quarta, “Washer”, è quando pensate che partendo vi siete lasciati qualcosa indietro, e vi crogiolate in quel pensiero. La quinta, “For Dinner”, è quando decidete di abbandonare quel pensiero, ché tanto non vi serve più. Sulla sesta  potrei dire banalmente che è il momento in cui atterrate e avete davanti qualcosa di completamente nuovo. Ma “Good Morning Captain” è come ripartire da capo, magari questa volta in treno.

Piccola nota conclusiva: gli Slint, dopo questo capolavoro, si sono sciolti. Qualche timida reunion a posteriori non ha offuscato il loro mito. E non sono serviti suicidi, nè dischi necessariamente inferiori impropriamente pompati da chicchessia, nè speculazioni di sorta, nè nuove formazioni, nè sgradevoli reviviscenze per alimentarlo, quel mito. Si sono semplicemente tolti di mezzo, e secondo me sono stati geniali. Ogni tanto suonano ancora, ma sembrano pienamente consapevoli di aver già detto tutto quello che c’era da dire. E così è: che altro potrebbero aggiungere mai?

Autore dell'articolo: Valentina Zona

"Ciascuno è tanto più autentico, quanto più assomiglia all'idea che ha sognato di se stesso". Ovviamente non è mia.

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