Sex Pistols – Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols

Quante ovvietà si sparano ancora oggi sui Sex Pistols? La prima, e forse la più grossa, è che siano stati gli inventori del punk, ovvero la band alla quale va il merito di aver creato un nuovo genere musicale e promosso un nuovo stile di ribellismo giovanile. Ma è davvero così?

Ovviamente no. Il punk è sostanzialmente e cronologicamente antecedente ai Pistols. Altre band (MC5, The Stooges, The Saints, Dead Boys, Richard Hell, Question Mark & the Mysterians, Ramones e The Stanglers in senso ampio e The Damned, The Vibrators e The Adicts in contesto britannico) avevano dato un’espressione, già valida e consapevole, a questo nuovo modo di fare musica: un rock ‘n roll sporco ed essenziale, nichilista, distorto, veloce, sfacciato e avverso al tecnicismo pirotecnico del suono psichedelico e progressivo degli anni ’60 e ’70…

Forse, allora, il merito dei Sex Pistols sta nella loro capacità di sintesi e di gestione estetica del suono? Decisamente no. A chiunque se ne intenda anche solo un po’ salta subito all’orecchio come la musica dei Sex Pistols sia piuttosto elementare e derivata, fatta di accordi semplici, tipici, e progressioni già sfruttate decine di volte. Non può dirsi nemmeno originale la voce marcatamente bambinesca, dissacrante, stonata e sbiascicata di John Lydon aka Johnny Rotten. Allora come mai tanta fama?

Per capire perché i Sex Pistols abbiano lasciato un’impronta indelebile nella storia della musica si deve partire da un principio fondamentale, ovvero che questa band è stata l’apoteosi mediatica e culturale di tutto e del contrario di tutto. Il gruppo è riuscito a trovare il successo (commerciale) puntando con cinismo su un bagaglio musicale opportunamente e sfacciatamente scarno, ridotto all’osso, e su contenuti offensivi, ingrati. I Sex Pistols sono stati la prima band a mettere gli atteggiamenti davanti a tutto e a convincere il pubblico che gli atteggiamenti non contavano nulla. A esprimere un senso di grandezza e di disperazione grazie alla propria scabrosità, al loro essersi fatti interpreti di un sentimento di disagio, di abbandono e di perdita di qualunque tipo di guida e di idoli. Tutto questo in un periodo in cui divismo e musica pop dominavano la cultura giovanile, specialmente tra la gioventù inglese.

sex pistols performanceCon le loro canzoni brevi e veloci, i loro semplici accordi di chitarra, la ritmica serrata, i testi scabrosi e violenti, i Sex Pistols hanno bombardato la società perbenista e ben pensante dell’epoca, stravolgendo qualsiasi ideologia, scagliandosi contro tutti e contro tutto, senza risparmiare niente e nessuno. La volontà di rompere con quanto era stato, ma anche con tutto ciò che era stato proposto o venduto come nuovo e che poi era inevitabilmente fallito, portò la band a sublimarsi e inguaiarsi in risultati orgogliosamente contraddittori. Nello spazio di due o tre mesi divennero una vera e propria mina vagante, una spina nel fianco non solo delle istituzioni politiche e sociali, ma anche di tutte quelle correnti presuntuosamente “alternative” che alla fine avevano finito o con l’uniformarsi al sistema o con il declinare miseramente.

Da ciò deriva, da un lato, il desiderio di proporre musica semplice, che tutti potessero capire e replicare, urgente, riottosa, sguaiata, dall’altro, la voglia di interpretare un genere musicale ributtante e nocivo, anche e soprattutto dal punto di vista mediatico e di stile. Ecco spuntare, allora, i giubbotti di pelle, le spille sui vestiti (come aveva fatto Richard Hell dei Television) e sulla pelle, le svastiche, le creste dai mille colori che danno un “lustro” glamour e anti-glamour al punk e lo rendono commercialmente appetibile. Il primo merito di questo gruppo è stato quindi quello di aver lanciato un’estetica “sistemata” del genere punk, un mix di look e di atteggiamenti volutamente provocatori e mirati al solo rifiuto, totale e incondizionato. Una scelta azzeccata, soprattutto se si considera il sentimento dell’epoca… ma non solo di tempismo stiamo parlando. La proposta dei Pistols non avrebbe probabilmente funzionato così bene se dietro questi quattro ragazzi di strada non ci fosse stato quel manager spregiudicato e truffaldino che fu Malcom McLaren. La storia la conosciamo tutti e ognuno di noi la interpreta secondo il proprio gusto e la propria sensibilità. Dal mio punto di vista McLaren conta al 40%. Il che è tanto, ma non è la percentuale maggioritaria e determinante.

E pur volendo investire McLaren di tutta la genialità e la criminalità del caso, non si può comunque togliere ai Sex Pistols merito poetico, estetico e musicale. “Never Mind the Bollocks” è un disco estremo e allo stesso tempo classico. Attira su di sé molta antipatia, viene giudicato falso, rigido ed elementare, eccessivamente nichilista… Dall’altro lato è da decenni una Bibbia per chi ammira il suono libero e potente della distorsione grezza, per chi riscontra in certe canzoni la capacità di impressionare e ispirare… Pezzi che sanno impersonare un disagio e un rifiuto che non potevano essere ignorati.

Canzoni come “Holidays in the Sun” (che copia il riff di “In the City” dei The Jam), “Anarchy In the UK“, “Bodies” (l’unico brano in cui suona Sid Vicious), “God Save the Queen“, “Pretty Vacant” e “Liar” risultano assolutamente irresistibili nel farsi portavoce di questo sfogo (forse troppo fine a se stesso ma non per questo meno vibrante e rumoroso). Le chitarre ruggiscono e fischiano, la sezione ritmica procede serrata e sguaiata tra stacchi e impennate in 4/4, la voce di Rotten trascina l’armonia rovinata in un vortice di rabbia, sudiciume e indolenza qualitativamente superiore, in termini di impatto, al lavoro di Iggy Pop con gli Stooges otto anni prima. C’è scrittura. C’è dinamica. C’è ricerca espressiva.

La genesi di questo disco non fu affatto semplice. La produzione, poi, fu un casino. E alla fine solo la Virgin ebbe il coraggio di pubblicarlo, sebbene nella versione ufficiale il disco risulti decisamente più serio e ripulito rispetto al “grezzo” originale (registrato per la A&M da Chris Thomas, produttore dei Roxy Music), ma non per questo meno vivo e trascinante. Tutto l’album si contraddistingue per i riff graffianti che si susseguono senza tregua, per i suoni distorti delle chitarre, per il rullare rabbioso della batteria (il lassismo nei colpi sui piatti) e per la voce volutamente agguerrita e i difetti di pronuncia che, sebbene naturali, sono perfettamente uniformati nel disco, senza dimenticare l’incisiva e seducente lucidità dei testi.

In ultimo si deve attenuare l’idea, spesso gonfiata, che i Sex Pistols non sapessero assolutamente suonare; questo in realtà non è del tutto vero, se si considera lo stile compatto e la ritmica scoppiettante della band, con la sola eccezione di Sid Vicious, il cui ingresso nel gruppo fu prettamente un colpo mediatico e dettato dalle esigenze della moda. La cruda verità è che i Pistols hanno portato all’estremo il ribellismo del rock ‘n roll, sino a un punto di non ritorno. Seppure travagliato, sovrastrutturato e costruito a tavolino “Never Mind the Bollocks” è un evento, una vera rivoluzione del modo di fare e concepire la musica. Il resto è storia del rock, anzi storia del punk.

Autore dell'articolo: Lucia Cocozza

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