Serge Gainsbourg – Historie de Melody Nelson
Per quanto riguarda le cose francesi, annovero tra i miei pensatori preferiti Blaise Pascal, il mio vin de predilection è l’Haut-Brion, la prosa migliore è quella di Cèline e il musicista che più amo è Serge Gainsbourg. Sì, ma quale Gainsbourg, potreste chiedervi, visto che ne esistono tanti: il cantante jazz, il crooner da bar, il paroliere di musica adulta, il provocatore, il surrealista, l’interprete decadente o il coraggioso ricercatore sonoro che sperimenta lo Swing, il Raggae, l’elettronica? Ci sono pure il Gainsbourg ubriacone, il regista, il pittore, l’amatore, l’incallito fumatore di Gitanes. La risposta è che mi piacciono tutti, in diverso modo. E c’è un disco del 1971 in cui tutte le sfumature della sua anima disordinata trovano espressione in una compiuta e affascinante trama armoniosa: “Historie de Melody Nelson”, un concept di appena ventotto minuti. Ma Gainsbourg è comunque uno spirito irrequieto e appena può fugge per la tangente. Così pur nell’impalcatura di un concept (che racconta la bruciante passione per una ragazzina, molto giovane e molto proustiana, nel senso di eterea, sensuale e zoccola), il compositore mette insieme un numero incredibile di idee, ricama suggestioni, lancia associazioni, anticipa atmosfere, esprime deformazioni e traccia linee di luce, che spesso si spezzano, s’incontrano, si distendono o si dissolvono, prima negli angoli, poi nell’abisso del proprio significato. Come un ritratto opacizzato dai respiri tiepidi dell’amore e impreziosito da decorazioni talvolta autoindulgenti, che possono fungere da media distanziatori, dolcificanti formali per la scandalosa e amara storia raccontata dall’autore.
In copertina c’è Jane Birkin, la sua Melody Nelson e quindi probabile ispiratrice delle liriche, sulla quale Gainsbourg lavora con audacia, permettendo libero gioco a compulsività e morbosità. Nel progetto c’è la volontà di contaminare il suono (in bilico tra easy listening e canzone francese) con il Rock e la danzabilità della musica nera. I contenuti poetici del disque furono giudicati, all’epoca, scandalosi, premiando in questo modo la sensibilità dell’artista, che più di ogni altra cosa amava sconvolgere il proprio pubblico e osare provocazioni impossibili. Poco tempo prima aveva sconvolto il mercato con la leggendaria “Je t’Aime… Moi Non Plus”, e quando il pubblico accettò il brano interpretandolo come una delizia soft-erotica, Gainsbourg rincarò la dose girando un film omonimo dalla trama seriamente ambigua: Jane Birkin interpreta Johnny, una ragazza dal fascino androgino, che s’innamora di un camionista gay, al quale si concede analmente, rischiando la morte per mano del geloso partner del camionista.
Sul versante musicale “Historie De Melody Nelson” è una sintesi tra canzone francese, sonorità rock (per certi aspetti d’avanguardia, data la passione di Gainsbourg per soluzioni minimali e aggressive), ritmi funky e grandi orchestrazioni classiche, a cura di Jean-Claude Vennier. Il primo brano dell’album “Melody” è ammaliante sensualità, in cui chitarre acide (di Alan Parker), una linea di basso molto groovy e un tappeto d’archi dal movimento erotico fanno da base per i languidi sussurri poetici del cantautore. Ancora sonorità lussureggianti per la più famosa “Ballade de Melody Nelson”, un gioiello di equilibrato pop cantato in coppia con la Birkin (“Oh! Ma Melody/ Ma Melody Nelson/ Aimable petite conne/ Tu étais la condition/ Sine qua non/ De ma raison”), più compostezza invece risalta nel grande gesto autoriale de “L’Hotel Particuler”; splendidamente decadente e francese risuona la malinconia in “Valse de Melody”. In questo mood sostanzialmente agrodolce, sensualità, malinconia, ironia, depravazione e riflessione esistenziale appaiono come veli di un sudario, che adattandosi alla superficie del suono lo rivestono e lo dissimulano con affascinante ambiguità. Alla fine tutto risulta più semplice e naturale di quanto in realtà sia. Nonostante l’idea musicale di base e il gioco contrappuntistico di voce e orchestrazioni (di archi e cori, che compiono climax e anticlimax dell’opera) appaiano come complicazioni o fenomeni di quell’ansia che domina la creatività sostanzialmente anarchica di Gainsbourg. Ma il suo fascino è proprio nella capacità di saper essere classico, moderno, pop, raffinato, volgare, delicato e controcorrente allo stesso tempo e con pari intensità. Un bohémien che gioca con la decadenza e crea un sofisticato alter ego (Gainsbarre, il marcio), più vicino alla letteratura che alle mode (per altro letterarie) della canzone rock, carico di oscuro richiamo e di eleganza stilistica. De la musique avant tout chose, diceva Verlaine. Così fa Gainsbourg, a modo suo.
“È stato detto che la bellezza è una promessa di felicità. Inversamente, la possibilità del piacere può essere un principio di bellezza.” (Marcel Proust, La Prigioniera)












































