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Ramones – Ramones

Ramones - RamonesNon mi ero mai chiesta cosa significasse davvero quel Blitzkrieg in “Blirzkrieg Bop”, poi in quinta, durante l’ora di storia, sento il prof spiegare la guerra lampo messa in campo dai nazisti nella Seconda Guerra Mondiale e chiamarla proprio con quel nome che associo a una delle mie band preferite di sempre. In un primo momento resto di stucco, ma poi, superando tutto l’imbarazzo politico, mi rendo conto che è la parola giusta per descrivere l’effetto provocato dal primo brano del primo disco dei Ramones. Il primo vero album di vero punk registrato al mondo.

All’inizio del 1976 i Ramones entrarono in studio a New York per registrare l’esordio con pochi soldi e poche possibilità. A produrre sono chiamati Craing Leon e Tomas Erdelyi, meglio conosciuto come Tommy Ramone, il primo batterista del gruppo. A completare la lineup si vedono in copertina Johnny, il chitarrista conservatore in caschetto, Dee Dee, il bassista smunto e spiritato, e l’enigmatico Joey, cantante spilungone, un poco timido e un poco imbranato. Gli ingredienti sono essenziali, ma ciò che si ascolta è per molte ragioni illuminante.

“Ramones” è l’atto puro. Un album che infila quattordici canzoni veloci, brevi, compatte e facili, una più bella dell’altra. I testi parlano di nazismo, di brutti ceffone incontrati per strada, prostituzioni, mamme che vogliono picchiare il figlio con una mazza da baseball, colla da sniffare, film horror e amore tossico.

ramonesL’apertura è memorabile, potente, assoluta: quella “Blitzkrieg Bop” che mette in discussione tutta la storia del rock con tre accordi di chitarra registrata su un canale, con il basso registrato sull’altro e la batteria regolare che cerca di non andare fuori tempo. Il grido iniziale è una chiamata alle armi. Si parte con un Hey. A cui segue una risposta poco formale: Ho! E, poi, c’è un imperativo: Let’s go. E la festa ha inizio. Subito dopo arriva “Beat on the Brat”, che ricorda molto chiaramente i Beach Boys nella melodia, ma insiste sull’elettricità dei Sonics e la velocità degli Stooges di Iggy Pop, creando un mix unico e rozzamente imprescindibile. I Ramones non sono musicisti consapevoli e non vogliono esserlo. La loro arte è essenziale e immediatamente, puramente scanzonata. A loro importa soltanto della velocità, del divertimento, dell’impatto sonoro e dell’energia. Per questa ragione si ispirano alla musica ribelle e coinvolgente dei New York Dolls, alle melodie della surf-music e alle chitarre rumorose del beat-rock più duro. Non vogliono creare nulla di nuovo, eppure rivoluzionato con semplici gesti e atteggiamenti vent’anni di musica pop. Non si impegnano troppo con la costruzione melodica e neanche ci provano a cambiare tempo, ritmi, accordi, inventare degli stacchi progressivi o altre cose da grande gruppo rock. “Judy Is A Punk” ha proprio quel ritmo scheletrico, un po’ da twist degli anni Sessanta, ma non riesce o non vuole essere ballabile. Ma lo stesso capitalizza un’armonia trascinante e un bel suono crudo. Non dovrei forse scriverlo in una recensione, ma è il brano che più amo. Per questioni mie… La canzone propriamente d’amore è “I Wanna Be Your Boyfriend”, resa immortale dall’interpretazione particolarmente debosciata di Joey. “Chain Saw” parla di Non Aprite Quella Porta, ma i Ramones non vogliono toccare argomenti esoterici o evocare sentimenti inquietanti. Vogliono divertirsi, e se quella è la porta che conduce al divertimento, ci entrano senza troppi problemi. Il brano, effettivamente, parte con un rumore sinistro di una porta che si apre e tira dritto quasi indifferente. “Now I Wanna Sniff Some Glue” presenta un beat minimale e cori che fanno scuola. Il giro di chitarra di “I Don’t Wanna Go Down to the Basement” sarà, invece, copiato da centinaia di band punk-rock. “Havana Affair” parla della tentata invasione alla Baia dei Porci, con la consueta ironia dissacrante che rende i Ramones un fenomeno scomodo e poco inquadrabile, dunque inimitabile, tra il fumettistico e l’iper-realista. “53rd & 3rd” si sviluppa su temi cardine: prostituzione, violenza ed eroina. Tre idee fisse nella mente dei Ramones.

Da bimba, i più grandi mi dicevano di stare attenta ai punk, come venivano chiamati certi teppisti vestiti strani. E io li cercavo disperatamente questi punk, senza trovarli. Ascoltando i Ramones e vedendo le loro facce ho subito capito che la violenza spesso dichiarata dal gruppo era soltanto uno scherzo, un atteggiamento dissacrante. Sono tutti giochi fatti per stupire, stupirsi e divertirsi: i giubbotti neri, i visi torvi, le volgarità e anche i riferimenti al nazismo… In un mondo dove i jeans strappati sono un feticcio di moda, capi di centinaia di euro firmati da stilisti senza scrupoli e indossati da celebs cerebrolese, i punk sono forse gli esseri più buoni e trasparenti che si possano incontrare. La loro aggressività è un urlo di disperazione che si preoccupa di non suonare triste o penoso. E tra i punk, i più buoni di tutti sono stati i Ramones. E se devo, anche a me stessa, spiegare oggi che cos’è il punk, cerco un brano di “Ramones” e provo a sintonizzarmi sulla voce annoiata e allucinata di Joey mentre racconta dei ragazzi del Queens che sniffano colla. Tutti i grandi sono stati bambini un tempo. Ma pochi di essi se ne ricordano. Lo dice Saint Exupery. E lo cantano i Ramones.

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