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Radiohead – Kid A

Radiohead - Kid A - copertina“Kid A” è stato il primo disco dei Radiohead a debuttare al numero uno nelle classifiche americane. Premiato come miglior album alternativo dell’anno ai Grammy Awards, è il lavoro che ha consacrato la band inglese come supergruppo internazionale, donandogli fama e rispetto planetari. Eppure questo disco, scritto, registrato e prodotto tra Copenaghen, Parigi e Oxford nel 2000, pare nascere e svilupparsi assecondando una vocazione assai anti-commerciale: la musica vira su atmosfere tetre e inquietanti: non sono prodotti singoli o video promozionali, si distrugge la formula (seppure vincente) del rock elettro-acustico alternativo e leggermente digitalizzato di “Ok Computer”, vengono nascosti o banditi sviluppi melodici e ridotti al minimo i riferimenti pop…

Già con “OK Computer” il gruppo si era mostrato sotto una luce rivoluzionaria, superando i traguardi espressivi dei due album precedenti, da molti considerati classici degli anni ’90, in linea con un’estetica bifronte, sospesa tra brit-pop e college rock. Ma è con “Kid A” che i Radiohead dimostrano ulteriore originalità e maggiore coraggio, spingendo la rivoluzione al di là di ogni limite… Si concretano grandi canzoni, cariche di pathos e di felici intuizioni sperimentali, dove l’epicità dell’ispirazione si spoglia del gusto da “anthem” e dell’apparenza poetica inglese (elementi tipici del gruppo sino all’exploit di “Karma Police”). Tutto ciò per affrontare le ansie e le inquietudini del nuovo millennio, per tradurre in suoni, spesso spettrali, ipnotici o annichilenti, i sentimenti precari e malinconici della nuova generazione tecnologica.

“Kid A” è anche il secondo disco dei Radiohead prodotto con Nigel Godrich, poi collaboratore storico del gruppo. E al produttore dobbiamo in larga parte la spinta al lavoro digitale, su Pro Tools e Cubase, e l’incoraggiamento elettronico, che porta Yorke e soci a confrontarsi con una musica che di rock ha solo la struttura. Le chitarre elettriche e acustiche, su cui era costruita l’estetica dei vecchi Radiohead, sono qui ridotte a un ruolo accessorio. Yorke si dice insoddisfatto delle possibilità della canzone rock ed è desideroso di confrontarsi con qualcosa di completamente diverso, più in linea con il senso di confusione ed estraneazione da cui si sente invaso. L’elettronica, mutuata dall’ascolto e lo studio del catalogo della Warp Records (IDM, bleep techno, minimal, acid house, beat music), rappresenta infatti il cuore artistico del lavoro.

La poetica musicale di “Kid A” nasce dal cortocircuito di suggestioni minimali, dirette da ritmiche serrate e ossessive, e suggestioni ambient, che fioriscono appena, come bozzetti pianistici o tastieristici, su cui si arrampicano effetti inquietanti e inquinanti di synth (le onde Martenot, un elettrofono a tastiera ripreso dallo studio del compositore Olivier Messiaen) o chitarra elettrica. Se al cantante Thom Yorke si deve l’influenza elettronica, è merito del chitarrista Jonny Greenwood tutto ciò che concerne l’apporto armonico, in qualche modo vicino al free-jazz. Da qui lo slancio che trasforma molti brani in deliziosi momenti di contaminazione colta (ci sono echi di Charles Mingus, del  Miles Davis di “Bitches Brew” e di John Coltrane, soprattutto nell’uso delle disarmonie e dei sospesi) e sperimentazione tecnica avanguardistica. Questo disco vede infatti Greenwood dedito soprattutto a tastiere e sintetizzatori, lasciando così il ruolo di chitarrista principale al compagno Ed O’ Brien. Altre ascendenze riportano al krautrock di Kraftwerk, Cabaret Voltaire e Can, e alla nuova elettronica da camera dell’estremo Nord dell’Europa.

radioheadIl primo brano, “Everything in Its Right Place”, è un’interessante progressione pianistica modale di accordi dissonanti, distesi su un groove di house sincopato. Il testo è un insieme di figure astratte, vicine alla poetica dadaista di inizio secolo scorso: “Ieri mi sono svegliato/ mentre succhiavo un limone./ Ogni cosa al suo posto giusto./ Ci sono due colori nella mia testa. Cos’è?/ Cos’è quello che hai cercato di dire?”. La title track è un esperimento IDM (intelligent dance music) con voce particolarmente effettata e suggestioni che richiamano lo spettralismo, il minimalismo, la glitch music e la ballata classica beatlesiana. Il bambino “A” è un essere umano clonato, anima fredda e triste del nuovo millennio. In “The National Anthem” la base elettronica, sostenuta da un basso continuo e ossessivo, si sviluppa in una coda jazz, dominata da ottoni e onde Martenot. Si tratta del brano in cui si riscontra maggiore presa ritmica (merito della batteria aggressiva e umana) e tensione elettrica, e il risultato finale è parecchio affascinante: con semplicità e audacia si determina il primo climax (dionisiaco) dell’album.

“How to Disappear Completely” è il brano che meglio sintetizza gli umori e i significati inseguiti dai Radiohead con quest’album: una ballata che lascia senza fiato, per la bellezza formale e per profondità patetica. Un lamento dominato da una tragica dichiarazione di impotenza, da una secca e fredda volontà di sospensione e indefinitezza. Con queste note assaporiamo il senso emotivo del lavoro e capiamo come si muovono le leve dell’opera, fino a dove riesce a spingersi l’orizzonte lirico del gruppo e in che modo riesca a esplicarsi tale personalissima forma di solennità: “Quell’uomo/ Non sono io/ Vado dove mi pare/ Cammino attraverso i muri”. Sì, ci siamo: il nadir morale e ritmico di “How to Disappear Completely” rappresenta il secondo climax dell’album, questa volta discendente, pessimisticamente concicliante, perché più orchestrale e armonico rispetto al precedente.

“Treefingers” è uno strumentale ambientale, di sole tastiere, molto vicino al lavoro atmosferico dei Sigur Rós, a cui seguono “Optimistic”, un brano suonato con strumentazione rock classica (batteria, chitarre elettriche), e la malinconica e melliflua “In Limbo”. Ci sono echi profondi di Terry Railey e di Brian Eno, orchestrazioni gelide, cervellotiche e disperate, suggestioni colte, mitigate da una volontà di pacificazione o arresa pastorale. Ci sono il passato, il presente e il futuro, la realtà e la fantascienza, la speranza e la distopia… “Idioteque” è un riuscitissimo episodio dance idm con ritmica digitale spezzata e stratificata. Un testo post-apocalittico che vira grazie a immagini forti e non troppo irrealizzabili sul nichilismo europeo. L’umore è dark, l’atmosfera è una specie di contaminazione tra Boards of Canada, Autechre ed ebm. Basso e tastiere fanno la differenza.

“Morning Bell” (poi ripresa nell’album seguente “Amnesiac”, album ricavato dalle stesse session di “Kid A”) è la melodia migliore del disco, un dolorante falsetto, dove la ritmica marziale della batteria e l’ariosità dell’organo religioso creano l’ambiente ideale per le lamentazioni misticheggianti di Thom Yorke. “Motion Picture Soundtrack” è un finale musicale pensato e sviluppato in diminuendo, l’anticlimax che chiude senza definizione un disco di inquietudini, dubbi, progetti delusi e paure. Il futuro interpretato o profetizzato dai Radiohead è una radura di disperazione circondata da un bosco di ombre e illusioni, un luogo ancora indefinito, totalmente marginale, concentrato sugli oggetti e gli strumenti e senza qualità umane.

Ormai solo un dio ci può salvare… ” (Martin Heidegger, 1966)

 

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