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Queen – Sheer Heart Attack

Gli appassionati di musica a volte chiedono conferme. Di solito cercano sorprese sopportabili, ma ancora più di frequente chiedono tracce, piste che possano giustificare innamoramenti o idiosincrasie preesistenti. “Sheer Heart Attack” è il terzo album di studio dei Queen, un disco fondamentale per la carriera del gruppo, che segna una decisiva e coraggiosa virata stilistica, volta all’autoconsapevolezza estetica e a una poetica più complessa e intensa, profondamente eclettica, ma al tempo stesso assolutamente riconoscibile e caratterizzata, da amare od odiare, immediatamente e senza mediazioni riflessive. Alle spalle ci sono due album diversamente programmatici: il primo (“Queen” del 1973), dominato da riff hard rock e magniloquenti  e da atmosfere decadenti; il secondo (“Queen II” del 1974), concettualmente e strutturalmente manicheo, diviso in una white side (curata dal chitarrista Brian May), più chitarristica, progressiva e positiva, e una black side (curata dal cantante Freddie Mercury), pensata al pianoforte, più malinconica e chiaroscurale. Dopo accadrà il miracolo produttivo e commerciale di  “A Night At The Opera”, disco della definitiva consacrazione della regina nell’olimpo del rock mondiale.

In mezzo c’è “Sheer Heart Attack”, un lavoro controverso, fin dalla vigilia minato da diversi problemi. La preoccupazione più grande (oltre allo stato di salute di May, ammalatosi di epatite virale, e alle incomprensioni con la casa discografica) riguardava gli scarsi risultati in termini di riconoscimento artistico e commerciale ottenuti dalla band fino a quel momento. La critica sembrava snobbare o odiare il rock stravagante e presuntuoso del gruppo londinese (screditato come una cattiva deriva del sound di Yes e Led Zeppelin) e il pubblico non riusciva ad affezionarsi al sound poco codificabile dei loro lp. Antipatici? Sicuramente, così come ogni fenomeno di marcata coscienza può risultare agli occhi degli ovvi. In “Sheer Heart Attack” i Queen tentarono una prima temeraria sintesi delle loro diverse (e spesso contraddittorie) anime, lasciandosi andare senza paura e raggiungendo una brillante espressione della propria personalità. Il lavoro presenta, infatti, una produzione meticolosa (accreditata al gruppo e a Roy Thomas Baker) e arrangiamenti eccentrici e al tempo stesso funzionali, una complessità agita senza complicazione e un’arrogante forma di disperazione che esprime incredibile potenza artistica, libera da pudori e timori concettuali. I Queen dimostrano finalmente di sapere che cosa sono e cosa vogliono e danno il loro massimo come autori e musicisti, giocando ogni carta a loro disposizione. Tutto è portato al suo estremo (potenza, tecnica, velocità, dolcezza, ironia, sperimentazione, facezia, teatralità e sfacciataggine) e tutto è unito in un solo respiro: tredici brani, tredici storie completamente diverse l’una dall’altra. eppure tutte legate da un senso di decadente eccessività, che diventa la vera cifra stilistica del gruppo. L’introduzione di questa categoria comporta diverse difficoltà interpretative, come se la riconduzione di certe (eterogenee) sonorità a una componente invisibile o non esplicitamente manifesta o codificata equivalesse a una sorta di non credibilità.

In realtà i Queen sono fin troppo consapevoli dei fini e dei mezzi del loro percorso e non temono compromessi, sia in positivo che in negativo, e lo dimostrano fin dal primo brano “Brighton Rock” (firmato da May), un bizzarro rock ’n roll in falsetto (dove un Freddie Mercury al limite della schizofrenia drammatizza i dialoghi amorosi di una giovane coppia inglese), impreziosito dal monumentale assolo in echoplex di Brian May (utilizzando tre banchi di ampli e un delay, il chitarrista ottiene dalla sua Red Special un suono triplicato e reiterato con esatto ritardo, sul quale stratificare diversi abbellimenti effettistici); un impatto sconcertante e insieme divertente che concilia hard rock, progressive e fascinazioni glam. Il secondo pezzo è il singolo dell’album, il gioiello kitsch-pop “Killer Queen”, la prima hit e il primo riconoscimento critico (Ivon Novello all’autore Mercury) del gruppo. Freddie Mercury, schioccando voluttuosamente le dita, affronta con ironia e audacia una melodia barocca e licenziosa, sostenuta da lussureggianti ricami chitarristici e da un arrangiamento quasi perfetto nella sua leziosità. In “Tenement Funster” canta il batterista Roger Taylor e le chitarre sono affidate al bassista John Deacon (May era in ospedale): viene fuori un baldo rock acustico, debitore delle atmosfere maudit generazionali di “Tommy” degli Who e della ruvidezza rolligstoneana. Segue la cavalcata “Flick of The Wrist”, una velenosa invettiva dove i musicisti del gruppo portano a compimento una matura sintesi dei loro precedenti esperimenti di commistione di chitarra, piano e armonie vocali. Ancora in overlap risuona “Lily Of The Valley”, un momento squisitamente neoclassico a tematica mitologica, in cui Mercury gioca a incantare l’ascoltatore sospirando acuti muliebri e bassi elegiaci e accarezzando il pianoforte con sensuale trasporto. Il sound mellifluo sfiora eccessi di languida ostentazione, ma risulta plausibile e sensato grazie alla brevitas e alla cura produttiva su cui è pensata.

La dolcezza pianistica si contrappone al potente riff chitarristico di “Now I’m Here”, esplosivo episodio per chitarra e hammond, dalle dinamiche hard-blues, che cita Moot The Hoople (gruppo glam rock che i Queen accompagnarono in tour nei primi anni di carriera) e Chuck Berry. Ancora una volta è l’effetto delay a creare la particolare atmosfera psichedelica e ossessiva che caratterizza il brano. “In The Lap Of The Gods” è una dolcissima ballata pianistica cantata con voce grave al limite del grottesco e del caricaturale, doppiata dall’urlo di Roger Taylor e da un dolente solo di chitarra, che sul finale vira e si contorce su un ritmo pastoso e ipnotico di basso e batteria. “Stone Cold Crazy” è un hard rock velocissimo e massicciamente distorto, brano per il quale è stata usata per la prima volta l’espressione “heavy metal”. Grande il lavoro su charleston di Roger Taylor e la ritmica bassistica, molto marcata ma insieme sensibile, di John Deacon. Generazioni di metallari cresceranno studiando le dinamiche e il tono della canzone, ispirandosi per la loro rivoluzione new new wave. Il testo recita uno strano sogno dalle ambientazioni gangster con tanto di Al Capone, spari e carceri: un piccolo delirio ratto e metallico, nervosamente rappato su colpi sestinati e sincopati di bordo rullante. Ancora giocando sul contrasto, viene proposta la ninnananna addolorata di “Dear Friends”, breve e commovente lamentazione pop (suonata al piano da Brian May), ricca di armonizzazioni vocali dal tenore quasi religioso. “Misfire”, firmata dal geniale bassista John Deacon (qui responsabile anche di molte chitarre), è una solare e godibilissima divagazione caraibica, strutturata su cambiamenti tonali che ispireranno molto pop a venire (George Micheal, tra gli altri, appare profondamente debitore dello stile musicale e canoro di questo brano). “Bring Back That Leroy Brown” è l’episodio forse più stravagante del disco: un’orchestrazione jazz vaundeville anni ’30, costruita attraverso sovraincisioni di voci, chitarre, ukulele, pianoforte, basso e batteria. Un Freddie Mercury terribilmente creativo sfoga in questo modo la sua verve più teatrale e cabarettistica, giocando con le note in modo incredibile e autoironico. Brian May propone la sua bassa e delicata voce nel folk erotico e decadente di “She Makes Me (Sturmtrupper in Stilettos)”, aprendosi a una melodia più orecchiabile e a una scrittura più matura, svincolata dal colpo a effetto chitarristico. La finale “In The Lap Of The Gods… Revisited” è una composizione epica dal carattere melodrammatico e il ritornello da stadio, un pezzo molto arty e pomposo, che eccede in trasposto e metodicità, senza però mai perdere di vista l’immediatezza pop.

L’impossibilità di racchiudere il sound del gruppo in un’unica categoria di genere è, quindi, una motivazione di pregiudizio collegata alla pigrizia e al settarismo conformistico, così come sono assolutamente fuori luogo i rimproveri di concessioni al pop offerte da questo disco: inquietudine e oscurità del passato sono entità ancora presenti e declinate in “Sheer Heart Attack”, ma mediate da una nuova volontà di freschezza e di libertà espressiva, che rendono quest’opera sofisticata e immediata, artistica e personale. I detrattori hanno parlato e parleranno di musica grottesca e pacchiana, estrema e confusionaria, smarrendo un’importante coordinata estetica di riferimento critico: il marianesimo barocco, la ricerca di meraviglia, che, lungi dall’essere una pomposa e autocelebrativa espressione di mera retoricità, brilla come ragione di profonda e cosciente inquietudine, poesia decadente ricamata con sarcasmo e stile sull’abissale horror vacui della condizione umana. Est modus in rebus. Tutti quanti, dal fan accanito e ignorante, allo snob assolutamente avulso dall’approccio, riascoltiamo questo disco, interamente e con cognizione di causa, valutiamone il risultato creativo, melodico e creativo, ma soprattutto facciamone una buona e intelligente esperienza di riconsiderazione. Sarà una piacevole esperienza.

1 ping

  1. 40 anni fa usciva "Sheer Heart Attack", terzo album dei Queen | Music Addiction

    […] L’album fu prodotto nell’estate del ’74 presso gli studi della Trident, ma anche nei Wessex e gli Airdai, dai Queen con Roy Thomas Backer. Il primo singolo “Killer Queen”, un brano pop barocco dagli ambigui accenti glam e ironici, entrò direttamente al numero due delle classifiche britanniche, diventando presto una hit europea. Il secondo singolo, “Now I’m Here”, mostra il lato più heavy e cupo della band, un quartetto capace di produrre un rock tenebroso e progressivo di grande intesità e immediatezza. Qui su musicaddiction, tempo fa, abbiamo pubblicato un articolo sul disco… e questo è il link  http://www.musicaddiction.it/music-library/album/queen-sheer-heart-attack/ […]

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