Public Image Ltd. – Metal Box
Il 25 novembre del 1979 i Public Image Ltd. di John Lydon (aka Johnny Rotten) pubblicano l’album più importante della loro brillante e travagliata carriera: il famigerato “Metal Box” (originariamente conosciuto come “Second Edition”). Un disco che sostiene e trascende con ruggente nichilismo pop tutta la teodicea postmoderna del “materialismo storico” musicale.
I fortunati possessori del disco originale in vinile sanno di cosa sto parlando: il metal box è un oggetto, una scatola grigia di metallo, simile a un contenitore di bobina cinematografica o sonora, contenente tre 12” di materiale incandescente. Parricidio del Punk e di ogni sua sovrastruttura estetica e conseguente dilacerazione critico-rivoluzionaria in chiave avant-garde: una bomba intelligente che esplode attraverso un suono post-provocatorio, sotto forma di ibrido mostruoso e immaginifico di Dadaismo, Dub, Rock, New-Wave, Ambient e Kraut-Rock.
Il supergruppo responsabile di quest’opera è formato da tre sovversivi, tre reietti metropolitani, veri e propri messaggeri della fine: John Lyndon, ex Johnny il marcio, ex icona assoluta del PUNK, ex leader dei Sex Pistols, ex interprete della grande truffa del Rock n’Roll, ex esteta del nichilismo contemporaneo (mirabilmente stigmatizzato nell’aforisma della sua mitica T-shirt “I Hate Pink Floyd”); Keith Levene, ex London SS ed ex Clash (pre-registrazione) e seminale esecutore del Veleno-sound (la Veleno è una mitica chitarra d’alluminio introdotta in ambito rock dal leggendario Mark Bolan dei T- Rex); Jah Wobble, ex tossico e compagno di sbronze di Syd Vicious, originalissimo e intuitivo bassista dall’animo dub. Dopo l’abbandono di Jim Walker (presente nel precedente capitolo “First Issue” del 1979), i Pil non ammettono nel gruppo un nuovo batterista ufficiale, ma collaborano per l’album con diversi session men, quali Richard Dudanski, Karl Burns (poi nei The Fall) e Martin Atkins (poi nei Ministry e nei Killing Joke), ognuno perfetto e riconoscibilissimo nel proprio compito.
Le registrazioni dell’album sono al vetriolo, sconvolte da troppo furore creativo e da troppa droga e pervase dalla tragica atmosfera del disastro e della contaminazione. Lyndon si è messo in testa di condurre un’assurda indagine musico-antropologica: scandagliare l’orrore e la paranoia della psiche collettiva, drammatizzandola attraverso la psicopatica espressione musicale di una band fondamentalmente deviata e deviante. Si indaga e si percorre la linea di fuga, emblema di sconfitta e di negatività, “l’antica via degli empi”, battuta dai superstiti, dagli esuli, dai capri espiatori, dai falliti e dagli ex. Sovente questa linea maledetta può trasformarsi in segno positivo, traduzione o diversa comprensione dell’intero sistema logico di significati.
I Pil del “Metal Box” sono i soggetti di questa meravigliosa possibilità creativa. Ciò che viene fuori è una disperata e spaventosa improvvisazione free-form, influenzata da ascendenze jamaicane, Disco allucinata, New Wave pazzoide, degenerazione tribale e inquietante sperimentazione noise. Il basso si muove da regista, dettando i tempi e il mood, aprendo spazi e ipnotizzando il sound con catatonici deliri pseudo-industriali. Sullo sfondo la chitarra di Levene delinea impossibili affreschi Acid-Rock e psichedelici, magicamente azzeccati e allo stesso tempo del tutto imprevedibili. Intanto Lydon urla, sbraita e recita litanie drogate, esternando tutta la sua indolente insoddisfazione sociale ed esistenziale.
Si parte con la prepotente e prolissa “Albatross”, danza macabra contemporanea in cui si mette in scena l’apocalisse morale del genere umano. Segue “Memories”, allucinato levare belluino, pura alienazione funk-metropolitana, perfetta colonna sonora per un rave party in un manicomio criminale. Divertentissima e allo stesso tempo angosciante l’intuizione di “Swan Lake”, ironica rielaborazione lisergica del “Lago dei cigni” di Tchajkovskij, dove Lydon sacrifica le sue corde vocali per un pianto infantile e demoniaco di elettrica sacralità, guidato dalla schizofrenica chitarra di Levene. In “Poptones” si gioca con il caos e l’ossessione futuristica dell’arte dei rumori, tutto all’interno di una forma pseudo-classica, da ballata rock. Agghiacciante è l’impatto sonoro dell’annichilente drammaticità strumentale di “Graveyard”, in cui la musica mette in scena la sua personalissima confutazione di ogni perduta stabilità. C’è poi spazio per l’avvenirismo pop e l’intellettualismo dada di “Socialist”, dove la band produce un godibile Techno-wave da toxic-party. Chiude il disco la sinfonia nevrotica di “Radio 4”, un altro delirio paranoico o d’interpretazione sofisticatamente reale. Il “Metal Box” è il vodoo metropolitano, la musica sacra dell’alienazione contemporanea, il meglio del peggio, in cui rumore, ritmo, disperazione, scazzo e furbizia trovavano stupenda e scabrosa sistemazione poetica. Dentro sono ammassati diversi sentimenti, ma possiamo enucleare due principali complementarità: l’angoscia e l’indolenza. Ci si rende conto che il mondo è ormai a pezzi e che l’anima umana è completamente contagiata dal morbo della decadenza. Diventa impossibile farsene una ragione e allora ci si lascia andare e contagiare con beffardo e irragionevole sorriso. Roba da 10 e lode, o da 2. Il che è lo stesso, appunto. “Chocking on a bed/ Flowers rotting dead/ Seen it in your eyes/ Ending in a day/ Silence was a away”.
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